«A che punto è la Notte» di Roberto Ottaviano & Pinturas, quando l’oscurità notturna diventa chiarificatrice (Dodicilune, 2023)

// di Francesco Cataldo Verrina //

Un antico adagio dice: la notte porta consiglio. La notte, per gli artisti che vivono e lavorano quando le ombre avvolgono l’umanità, non è l’antitesi del giorno o l’altra metà dell’orologio, ma è un prolungamento ed un allargamento dello spazio vitale ed espressivo. I musicisti di notte suonano, altre volte compongono, spesso pensano. Le ore notturne diventano il momento in cui si pianifica, si fa il resoconto della giornata, si riorganizzano le idee e si fa il punto della situazione in generale. In «A che punto è la Notte», nuovo album di Roberto Ottaviano, si vive in un’ambientazione quasi sotterranea, intima, in cui si aprono voragini di pathos ed atmosfere cupe da film noir. Musicalmente Ottaviano e i suoi sodali sviluppano una trama sonora quasi filmica, attraverso l’arte della mescolanza, finemente sottesa e ricucita dallo stesso modus operandi: non importa quale sia il brano eseguito. La loro sintassi jazzistica possiede tutte le frasi e le perifrasi per diventare un plot narrativo fitto di suggestioni cinefile, cinetiche ed avvolgenti, diventando una macchina da presa capace di descrivere, fotogramma per fotogramma, nota per nota, paesaggi e storie immaginarie, mentre melodia e ritmo s’irradiano attraverso un’espansa tavolozza cromatica. In verità, l’album trae ispirazione dal romanzo omonimo, un noir-poliziesco, scritto da Fruttero & Lucentini del 1979, di cui, nel 1994, fu fatta una riduzione televisiva per un’omonima miniserie Rai, diretta da Nanni Loy ed interpretata da Marcello Mastroianni.

Accade che in una notte buia ma tranquilla, una notte torinese, che sembrava simile a tante, verrà lacerata da un boato terrificante. «A che punto è la notte», sarà questa l’ossessiva domanda del protagonista, il commissario Santamaria, smarrito in un labirinto d’indizi, supposizioni e congetture, in un intreccio di personaggi ambigui, che riescono a simulare e dissimulare, azzardando mosse in un gioco più grande di quanto essi credano. Quando la matassa verrà, però, dipanata, ci si renderà conto che la soluzione era meno complicata di quando non si supponesse. Ciò grazie al commissario che unisce abilmente tutti i fili della trama. Le analogie con il disco di Ottaviano vanno ricercate proprio in questa capacità di unire ed annodare fili provenienti dai quattro punti cardinali della musica e di renderli adatti ad una tela sonora dalle tinte e dalle fibre omogenee, grazie alla perfetta sinergia del quartetto che si completa con Nando Di Modugno alla chitarra, Giorgio Vendola al contrabbasso e Pippo D’Ambrosio alla batteria; tutti musicisti di rango con i quali il sopranista barese stabilisce una relazione telepatica, basata su un’affinità elettiva facilmente rilevabile analizzando le varie tracce. Va detto subito che «A che punto è la Notte», rappresenta l’ennesima punta di diamante di quel jazz italiano, che da già tempo si è guadagnato un posto in prima fila all’interno della scena jazzistica europea ed internazionale. Nelle note di copertina lo stesso Ottaviano precisa: «Il racconto di Fruttero e Lucentini è in realtà solo un buon titolo che, confesso, ho usato strumentalmente perché può racchiudere in sé molte altre atmosfere e richiami contenuti in diversa letteratura, come ne «II buio oltre la siepe» di Harper Lee, o «Non andartene docile in quella buona notte», poesia di Dylan Thomas, «II lungo sonno» di Raymond Chandler o ancora «Tenera e la notte» di F.S. Fitzgerald, solo per citarne alcune».

Va detto che Roberto Ottaviano non è un musicista artisticamente stanziale, il suo nomadismo creativo lo porta ad essere perennemente in perlustrazione. Se scandagliate la sua lunga discografia non troverete mai due lavori perfettamente speculari, sovrapponibili o simili, come fa chi intenda campare di rendita o cullarsi sugli allori. Dunque, la notte diventa solo un pretesto, una metafora: l’attraversare la notte o attraverso la notte che l’individuo si ricarica fisiologicamente, mentre il musicista tenta una sua rigenerazione. L’ascolto del disco carico di intimità e pensieri concentrici conduce l’ascoltatore molto lontano, perfino a talune atmosfere tipiche di «Ascensore per il patibolo» di Louis Malle (Miles Davis) o «Shadows» di John Cassavetes (Charles Mingus), sebbene nel costrutto sonoro implementato da Ottaviano e soci ogni condizionamento esterno o riflesso condizionato viene canalizzato, frantumato e rielaborato attraverso dinamiche del tutto inedite. Il band-leader imbraccia sovente il suo soprano, come farebbe un condottiero con l’elsa della sua spada, ma senza invadere il campo altrui e lasciando il dovuto spazio a ciascuno dei sodali, tanto che nell’insieme «A che punto è la Notte» risulta limpido. mercuriale e dinamico nelle partiture scritte, sospeso, libero ed intenso in quelle improvvisate, nonché perfettamente in asse nelle fasi contrappuntistiche e negli interscambi. Scendere in profondità nella notte è solo un modo per confrontarsi con i propri pensieri e le proprie inquietudini, soprattutto calarsi nei meandri dei dieci componimenti eseguiti, risulta alquanto difficile racchiuderli all’interno di uno stesso stile o linguaggio. Come dicevamo, l’omologazione del prodotto è data dalla capacità del line-up di ricondurre tutto al medesimo mood che funge da punto focale. Otto su dieci brani presenti nella track-list sono composizioni appartenenti ai membri del quartetto, tranne due posizionati agli estremi del progetto, ossia all’inizio e alla fine del disco, come una guaina, una carta da confezione regalo che aderisce perfettamente al package deal sonoro: «O Silencio das Estrellas» della brasiliana Fatima Guedes e «Avalanche» del 1971 scritta dal cantautore canadese Leonard Cohen che Ottaviano, sempre nelle sleeve notes commenta così: «Sia Avalanche» che «O silencio das Estrellas» si inseriscono come una piccola lanterna in questa meditabonda attesa o ieratica ricerca di chi e andato via, nel buio». Forse il pensiero corre a Rino Arbore a cui è dedicato l’intero album, accompagnato dalle toccanti parole di Roberto: «Pinturas vuole dedicare questo disco alla memoria di Rino Arbore, la cui trasparenza ha rischiarato molte notti altrui ma che per una beffa del destino non e riuscito ad illuminare la sua». Il chitarrista prematuramente scomparso viene ricordato anche con « Like Tears From the Sky».

In sintesi, i due titoli alieni sono perfettamente amalgamati nell’impianto complessivo del disco e sarebbe difficile per chiunque, specie se non informato, distinguerli come un componente estranea o esterna. Il grosso del materiale eseguito dal quartetto è farina del sacco di Roberto Ottaviano: «The Moon Is Hiding Beyond Your Mouth», quasi un’ode alla notte rischiarata da una pallida luna, viene magnificata da un tema melodico dal mood inquieto, introspettivo e indagatore al contempo; «Boo» ha le sembianze di una ballata che sposa la notte in tutta la sua oscurità chiarificatrice; «You And The Night And The Words (Like Clouds)» è un sottovuoto spinto di swing itinerante, quasi narrativo, leggiadro e dotato di eloquio cinematografico; infine la succitata «Like Tears From The Sky», introdotta dal basso e puntellata dalla chitarra, si caratterizza come un’elegia ricca di pathos. Le altre composizioni originali non sono da meno: il batterista Pippo D’Ambrosio è l’autore della suggestiva «Hermes», una composizione dal crescendo progressivo che si sostanzia come un’antica danza dal sapore popolare e dai contrafforti mediterranei; il contrabbassista Giorgio Vendola pone in calce la firma su «Pinturas», una perifrasi basata in parte sull’idioma latino, che si evolve verso una circonvoluzione quasi free form. Il chitarrista Nando Di Modugno ha fissato sul pentagramma «Notturno Indiano», un cantico urbano liberatorio e catartico che trova nella notte una sorta di lavacro purificatore attraverso una forma quasi rituale. A suggello di quanto affermato, le parole di Roberto Ottaviano, sempre dalle note di copertine, risultano piuttosto esaustive e chiarificatrici: «A che punto e la notte è una domanda che qui si traduce in singoli haiku (componimento poetico giapponese) musicali a riguardo di temi che investono il singolo come la moltitudine: il naufragio di una generazione, la cronaca di un amore, la denuncia delta seduzione del denaro e la confessione dell’inevitabile sconfitta della sensibilità, l’incapacità di salvarsi non solo come uomini dotati di troppo talento o troppo sensibili, ma anche di molti fra i migliori di una intera generazione tradita da falsi miti, la paura di ciò che non si conosce e la presunta ineluttabilità di una scelta». Rebus sic stantibus, non ci resta che infilare il CD nel lettore, convinti che «adda passà ‘a nuttata!».

Roberto Ottaviano & Pinturas

www.doppiojazz.it

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