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Bob Dylan all’Arena Santa Giuliana di Perugia: no-jazz, no-groove, no-party

// di Francesco Cataldo Verrina //

Prima di salire sul palco, Dylan ha camminato nervosamente in penombra, avendo il terrore di essere ripreso. Le genti accorse da ogni contrada si sarebbero aspettate di vedere una divinità camminare a fil d’acqua, invece niente di tutto questo. L’aria è tiepida e la notte giovane, così nascosto dietro un pianoforte per gran parte del concerto, a coloro che erano convenuti all’arena per vedere il santo del folk-rock con le stimmate o di sentire le Sirene Omeriche, Dylan ha consentito di ascoltare solo la musica, più la musica della voce, la quale non è quella di un tempo ma risulta più flebile e nasale del solito. C’è poco tempo per le chiacchiere: il menestrello sta zitto e suona, solo «grazie, very grazie». Siamo di fronte a una liturgia, forse a un inno meditativo o un peana a sé stesso: il songbook del cantastorie perde la natura ideologica, lisergica e itinerante del barricadero ed assume i tratti somatici di uno storytelling languido, brunito e crepuscolare. Già un paio di settimane addietro, personalmente, avevo anticipato e previsto in un articolo, come si sarebbe sviluppata la performance al Santa Giuliana. Ovviamente il vaticino è stato alquanto facile. Sono anni che il menestrello del Minnesota non lancia più invettive verso i potenti della terra, ma fa il crooner senza averne l’aplomb, più che a Tony Bennett fa pensare a Tom Waits. «The Times They Are Changin’», soprattutto per lui che, a ottant’anni e passa, si è imbarcato in un lungo tour mondiale, dove i concerti sembrano più uno show-case promozionale della sua recente opera discografica che non la narrazione articolata o la messa in scena della storia musicale passata e presente di uno dei pilastri della canzone impegnata del Novecento. Magari per 400 mila euro si potrebbe fare questo e altro.

Dylan si esibisce ma non si concede, convinto della qualità degli ultimi lavori e della loro importanza nell’ambito della sua lunga discografia. Otto o nove brani su sedici o diciassette suonati durante le varie serate, provengono da «Rough And Rowdy Ways», letteralmente «Modi bruschi e rissosi», specchio fedele di un carattere scontroso che ha imposto il silenzio e l’oscuramento degli smartphone, procurando qualche momento d’ansia e di astinenza. Vedere il fedele compagno di giochi rinchiuso per qualche ora in una specie di bara sigillata, l’apposita custodia Yondr, per qualcuno non è stata proprio una piacevole sensazione. A causa del cosiddetto Phone Free Show alcuni avranno uno strascico e tutta una serie di effetti collaterali per almeno una paio di giorni, come se avessero subito un’anestesia. Tra la massa è difficile, al principio, scorgere quanti siano in quel luogo per la musica, oppure perché ossessionati dall’uomo-mito, dalla leggenda vivente, specie i tipici collezionisti e fanatici del «c’ero anch’io». Mentre questa linea di demarcazione tra uno yin e uno yang, si confonde in un territorio sconosciuto, il menestrello, dall’alto della sua esperienza, sembra esserne consapevole, nonché l’unico a «fotografare» idealmente la situazione. Nascosto dietro il pianoforte, avvolto da uno scenario rosso inferno, Dylan focalizza perfettamente coloro che erano giunti all’arena per vedere il personaggio iconico e che invece sono rimasti imbrigliati fra le spire dalla sua musica: è stata solo questione di adattamento. Egli ha inquadrato bene ciò che dal basso non si vedeva, soprattutto ha percepito quello che altri non avvertivano. Si va da «Most Likely You Go Your Way and I’ll Go Mine» a «Gotta Serve Somebody», passando per «Watching The River Flow» o «When I Paint My Masterpiece» e «I’ll be Your Baby Tonight alle cover «That Old Black Magic» di Johnny Mercer e «Brokedown Palace» dei Grateful Dead. Dopo circa un’ora e un quarto, finalmente, la voce del Dottor Zimmermann risuona sull’arena per sottolinere la bravura di suoi strumentisti: «Che ne pensate? Sono bravi o no?», rivolgendosi alla platea.

In verità chi era nell’arena dei leoni del jazz, come semplice ed indifferente spettatore, non subendo il fascino carismatico della divinità uscita dai libri di storia e scesa in terra, ha sopportato un supplizio dall’effetto soporifero ed anestetizzante prodotto da quella manciata di canzoni tratte dal recente album. Un lavoro musicalmente con l’encefalogramma piatto ma, per compenso, basato su testi sostanziosi come vuole la tradizione del cantore americano. Pensate a quanti non hanno dimestichezza con l’inglese, in particolare con l’inglese dylaniano, una lingua a volte aulica ed intellettualoide, fatta di frasi lunghe e conseguenziali, con rimandi storici, filosofici e letterari: nel disco c’è perfino un riferimento a Giulio Cesare o, per metafora, al passaggio del Rubicone, «Crossing The Rubicon», momento in cui il condottiero romano avrebbe pronunciato la fatidica frase: «Il dado è tratto!». Dylan ha iniziato lo spettacolo completamente nell’ombra suonando, per la maggior parte del tempo, defilato e con poca illuminazione intorno. Al centro del palco, i chitarristi Bob Britt e Doug Lancio hanno ricevono la maggior parte della luce artificiale, mentre al capo carismatico e stata riservata all’incirca la stessa attenzione del batterista Charley Drayton, del bassista Tony Garnier e del pedal steel guitarist Donnie Herron, anch’essi posizionati ai lati. Il cantautore non ha cercato i riflettori al centro del palco, mettendosi in posa per raccogliere applausi, per contro il suo posizionamento sullo stage è risultato quasi a lume di candela. A molti deve essere sembrata più una veglia funebre che un concerto rock, o sedicente tale. Solo gli ingenui si sarebbero aspettati di sentire la voce contenuta nei suoi vecchi lavori, da «Lay Lady Lay» a «Slow Train» (il famoso album della conversione al Cristianesimo), per contro si ode la voce dei tre album più recenti dedicati agli standard dell’era sinatriana. Molti ex-freakkettoni e figli dei fiori, ora grigi professionisti scesi a patti con il capitalismo, sembravano essere meravigliati e delusi al contempo, pensando: dove sono i cavalli di battaglia dell’epopea del love not war, quella dell’antagonismo militante? Il cantautore del Minnesota non li suona per paura d’inficiare le ultime creature, perfino dal punto di vista dell’impatto dinamico del suono, mentre si limita a non allontanarsi troppo dalla bolla sonora ovattata e decadente, a tratti noiosa, che avvolge i più recenti trastulli. I meno sorpresi sembrano propri i cultori del jazz, consapevoli che la presenza di un pezzo di storia della musica mondiale in confezione regalo, all’interno di una prestigiosa manifestazione come Umbria Jazz, sia solo un modo per far cassa. Dylan si trova ad una distanza siderale dal jazz e dalla musica improvvisata africano-americana: niente groove, niente ritmo, niente interplay, niente blackness. Appare difficile parlare di musica, per come la intendiamo noi studiosi e appassionati di jazz. Nella dimensione tipica del folk singer, la componente fisica del suono e la percezione audiotattile vengono completamente by-passate: le canzoni di Dylan sono, perlopiù, parole sostenute da un sottofondo musicale, dove le melodie appaiono spesso asfittiche e basate su un sistema accordale piuttosto semplice. Nello specifico «Rough And Rowdy Ways» è di per sé un album profondamente impressionistico ed esoterico, ricco di dettagli lirici ben incastrati e tante parole, più di quante ne siano mai state stipate in qualsiasi altro microsolco del cantastorie americano

Non si dimentichi mai che Bob Dylan ha vinto il Premio Nobel per la letteratura e non per la composizione musicale. Tra quelli seduti nelle prime file dell’arena si percepiva un senso di riverenza e di soggiogamento; molti sono apparsi ipnotizzati dall’idea di trovarsi a pochi passi da cotanto mito, unitamente, però, ad una sensazione di smarrimento e di incredulità rispetto a quanto si sarebbero aspettati musicalmente; non a caso il transfert e la proiezione di una cospicua porzione della platea verso la star è risultato più di tipo emotivo e di sudditanza psicologica, che non di puro piacere legato all’ascolto. Il vero risultato di questo tour, in generale, nasce dal fatto che Dylan, pur essendo indifferente al pubblico, lo vuole concentrato e non distratto dal virtuale, abbandonandolo poi in un limbo di sospensione. Egli si comporta alla stregua di un uomo sopraffatto da un cumulo di pensieri, come al solito e come sempre, ma completamente privo della rabbia e della corrosività degli anni d’oro; per compenso quel quasi buio sul palco gli consente di essere avvolto in un’aura di mistero che lo affranca da ogni limite spazio-temporale, liberandolo dalla caducità delle mode effimere, dei limiti umani e della musica di consumo. Mentre i minuti scorrono, il menestrello persevera con gli ultimi brani da lui composti, veri e propri punti di forza della performance. È chiaro che risulta difficile senza conoscere bene l’inglese, come dicevamo prima, penetrare nel parenchima letterario dylaniano. Senza una percezione del testo, buona parte del live-act diventa tedioso ed evanescente, poiché sfuggono le diverse interpretazioni che egli dà alle cose, talvolta piuttosto contraddittorie. Bob Dylan è un narratore e non un intrattenitore: non esiste happening collettivo, di questo soffrono soprattutto i giovani astanti, non c’è l’immancabile everybody clap your hands, non c’è neppure il bis finale che in genere diventa quasicome «la messa è finita andate a casa e guidate piano». Ad esempio, quando esegue la già citata «Crossing The Rubicon», intende qualificarsi come un fine ricercatore che canta qualcosa di introspettivo: «Sento lo Spirito Santo dentro di me / Vedo la luce che dà la libertà»; piuttosto che come il violento malintenzionato che poco prima minacciava di «tagliarti con un coltello storto». La voce può essere cambiata, ma non la sua coerenza come paroliere e l’atteggiamento di congenita ed ibernata indifferenza prossemica sul palco. Dylan non cambia pelle ma, restando fedele alla sua forma mentis, tenta nuovi approcci alla musica cercando l’elisir di un’eterna giovinezza. Le sue canzoni sembrano prive di struttura molecolare ed impalpabili. Il suo è un continuo viaggio alla ricerca di un karma personale, che condivide solo con quanti riescono a penetrarne l’essenza, ma senza concessioni alla frivolezza del gesto condiviso o del contatto fisico. Lui è un’entità superiore, inarrivabile, se non attraverso la canzoni. Anche nell’ambito dell’arte come produzione seriale (parliamo dei dischi) di Dylan va sempre considerato il valore simbolico e mai il valore d’uso.

Ingresso Arena Santa Giuliana

www.doppiojazz.it

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