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Con «Mito» di Cettina Donato e Zoe Pia… sospesi fra le correnti dell’anima e dell’immaginario (Alfa Music 2023)

// di Francesco Cataldo Verrina //

Un disco del genere, contenente un fil rouge che lo lega alla mitologia, diventa metaforicamente anche un’opera letteraria, qualcosa che oltrepassa la semplice dimensione aurale: devrebbe essere letto, ascoltato e filtrato attraverso uno doppio sensore o un doppio canale percettivo. Fortunatamente, la musica svolge entrambe le funzioni, dimostrandosi piuttosto esaustiva. In quanto ai miti, in cui s’incontrano figure leggendarie, divinità, semidei, uomini e donne che sfidano il fato, sono alla base della cultura mediterranea, specie nelle due isole maggiori del nostro paese: la Sicilia e la Sardegna. I miti sono anche il riflesso dell’anima e del subconscio degli individui della specie homo-insipiens nella moderna civiltà a capitalismo avanzato e nell’epoca dei consumi diffusi e voluttuari. In tali scenati, dominati dal touch’n’screen compulsivo si sviluppano sovente ansie e frustrazioni, tanto che gli esseri viventi alimentati da app e apparenze, nell’era del web 4.0 e del metaverso, precipitano spesso nell’infanzia pre-scolare, mostrando un quadro sintomatico, facilmente ravvisabile in molte disfunzioni ed alterazioni relazionali riscontrabili nei miti. Non a caso alcuni grandi studiosi, sin dai tempi di Freud, hanno sempre cercato un trait-de-union fra psicopatologie e figure mitologiche. I miti sembrerebbero rappresentare asetticamente ed in maniera anti-sentimentale tutti i limiti e le caducità umane, che sono rimaste immutate nel corso dei secoli, ripetendosi ciclicamente.

Ma come rappresentare tutto ciò attraverso la musica o il canto? Impresa non facile quella di Cettina Donato, piano e percussioni e Zoe Pia clarinetto e sardianian cowbells (campane sarde da mucca), titolari del progetto «Mito», pubblicato da Alfa Music. Le due compositrici sono coadiuvate in tre brani dalla voce di Nini Bruschetta (traccia 1) e dalla chitarra di Elio Martusciello (tracce 1, 2 e 7); per contro gli altri otto componimenti sono un vis a vis fra le autrici che mettono a corredo del progetto le due culture isolane per antonomasia: quella sarda e quella siciliana in un coacervo di sonorità, ritmi e colori che si dipanano tra antico e moderno, tra musica contemporanea, jazz d’avanguardia e world music. Dice Cettina Donato: «Crediamo di essere liberi dai miti, di vivere in un mondo dominato dal pensiero razionale, ma non è così. Ed è per questo che siamo affascinati da tutto ciò che è irrazionale. E per questo motivo il mito si rinnova di nuova linfa vitale». Zoe Pia le fa eco dicendo: «Il termine deriva dalla parola greca mythos che significa letteralmente racconto, narrazione, storia. Il flusso musicale che ne è derivato attraversa luoghi, richiama personalità, intrecci sociali, vive amori e dissapori, gioca tra feste e processioni».

All’interno del disco, a livello di costruzione narrativa, ossia melodico-armonica, c’è una sorta di sdoppiamento come conferma lo stesso Elio Martusciello, musicista d’avanguardia, secondo cui il suono coglierebbe due differenti situazioni ambientali ed umane: «La prima si riferisce a storie che servono solo per descriverci il mondo: quello delle cose inerti e quello degli esseri viventi (…) La seconda contempla storie intessute di sogni, di misteri, di emozioni, consentendoci di accostarci agli enigmi del sentire». La conferma viene dalla prima composizione, «Arianna, Teseo, Dioniso» che mostra una struttura sonora più distesa e sensuale, dove la voce narrante aggiunge un’atmosfera quasi cinematografica, mentre «Afrodionisiaco» è implementata su un ritmo più orgiastico, a cui fa eco il frastuono esistenza. «Circe» ha i tratti somatici di una ballata maliarda e soffusa, avvolta in un’aura d’incantesimo e di malinconico languore. «Atena», per noi Minerva, è un architettura sonora multistrato, dagli umori mutevoli, come il potere taumaturgico della dea ordinatrice di molti aspetti del mondo antico. «Donas De Fuera», ispirata alle streghe uccise in Sicilia tra il XVI e la metà del XVII secolo, emana un destabilizzante senso di attesa e di mistero, in un intreccio di suoni dal mood cangiante ed a tratti sospeso e inquietante. «Duida, il canto di Afrodite» è una ballata crepuscolare dalle pennellate e dai cromatismi delicati: una perfetta sintesi tra amore e bellezza. «Antas» s’ispira alla valle di Antas», dove il flusso tematico diventa descrittivo e documentaristico, quasi soggiogato dalla natura e dalla storia che lo circonda, in una Sardegna ricca di luoghi di culto e dal fascino millenario. «Medusa» ha i tratti somatici della divinità che descrive, dove le note si stagliano a sprazzi abbacinando e pietrificando il fruitore. «Dea madre, la Venere di Macomer», che secondo Jung sarebbe l’archetipo della Grande Madre, trova ancora ispirazione in Sardegna. L’impianto ritmo-armonico si avvinghia ad una melodia delicata, quasi elegiaca, non dissimile da una preghiera pagana. «Lettera di Nausicaa ad Ulisse» si sviluppa come una narrazione a passo di danza, fatta di gestualità e ritualità precise e studiate; per contro «Clitemnestra» somiglia più ad un canto o una danza di guerra, perfetta epitome del personaggio che descrive. In chiusura «Oreste», fra mito e tragedia, si sostanzia come una progressione sotterranea dall’incedere ostinato che racchiude stille di profondo pathos. «Mito» di Cettina Donato e Zoe Pia è un disco che scandaglia i meandri dell’animo umano, mediante un effluvio sonoro che aderisce, passo dopo passo, ai miti e ai racconti millenari di cui si nutre. Per esserne partecipi, basta abbandonarsi al flusso delle corrente dell’immaginario o lasciarsi trasportare dal vento dell’oblio, scrollandosi di dosso il gravame della quotidianità.

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