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Con Stewart Copeland all’Arena Santa Giuliana aumenta la frattura tra Umbria e Jazz

// di Francesco Cataldo Verrina //

Come un highlander dalla fluente chioma canuta Stewart Copeland è giunto sullo stage dell’arena Santa Giuliana ricordando alla platea che il tempo è passato e che, a conti fatti, sono trascorsi quarant’anni da quando le canzoni dei Police furoreggiavano nelle charts internazionali e nell’airplay radiofonico di mezzo mondo. Ciononostante l’energia del signore dei tamburi è notevole , mentre il dato anagrafico è qualcosa che riguarda i comuni mortali presenti nel pubblico, magari vecchi fans dei Police, adesso sofferenti, con la PSA alta e la prostata ingrossata. Non a caso il batterista anglo-americano da subito l’idea di voler sterminare il mondo, iniziando il live-act con «Demolition Man». L’impeto è talmente tanto che, mentre dirige l’orchestra con le bacchette, ex-policeman urta violentemente il leggio scaraventandolo sulla sezione archi. Fortunatamente nessuno strumento o persona pare abbia subito danni. Soprattutto durante la performance Copeland dimostra al mondo di non essere un semplice battitore di pelli e di piatti, assurgendo al front-line con la chitarra, conscio di avere le spalle ben coperte da due corazzate: l’Orchestra da Camera di Perugia e l’Umbria Jazz Orchestra.

Il mio primo pensiero e stato: chissà quante zanzare non rivedranno più sole domani? Questa sera si prosegue non Paolo Conte e domani con Joe Bonamassa, mentre il jazz, quello vero, a parte qualche eccezione, sembra essere il grande escluso dal Cinquantenario di una manifestazione sempre più lontana da sé stessa e spersonalizzata dai tanti compromessi tra l’essere e l’avere, tra il soul e il sold-out, tra il bebop e bop-dylan, tra il vedere e il vendere, tra il capire e il coprire, tra il contare e il cantare, tra il bollino e il Bollani, tra camere e cocomeri, tra arena e arenati, tra biglietti venduti, pagnotte et circenses, specchi per allodole, pani e pesci moltiplicabili, pesci all’amo, t’amo o pio jazz, mentre il pesce grosso mangia sempre il pesce piccolo. Stewart Copeland non è un pesce piccolo, ma anche lui a Umbria Jazz rappresenta un pesce fuor d’acqua. Egli fa parte di quella fauna acquatica borderline che si adatta a far tutto e ad ogni ecosistema sonoro pur sopravvivere, spaziando dalla pizzica al jazz-fru-fu, dall’elettronica al drum’n’bass o all’afro-beat, dal reggae al reggaeton, tentando una sorta di esperanto sonoro che per la circostanza diventa piuttosto attrattivo e funzionale.

Il songbook dei Police, fatto di tormentoni appartenuti ad un’epoca felice per la discografia mondiale, viene sciorinato a ruota libera ed in fila per sei col resto di due. Così «Roxanne», «Every Breath You Take», «Walking On The Moon», «Message In A Bottle», «Don’t Stand So Close To Me» fanno muovere le gambe degli astanti stimolandone i muscoli pellicciai del viso, effetto che si traduce un sorriso di gioia e di compiacimento, quasi generalizzato. I pezzi proposti al Santa Giuliana sebbene siano strutturalmente assai diversi dagli originali e per l’occasione rinverditi con qualche pennellata di jazz liofilizzato, acquietano le aspettative del pubblico. Le due orchestre di supporto, forti di una sezione fiati dal sapore funkfied e da tre ruggenti vocalist, Ashley Tamar, Amy Keys e Carmel Helene, contribuiscono ad occultare il ricordo di Sting e dei Police, qualora dovesse emergere l’idea di un paragone tra l’originale e l’artefatto. Copeland si schernisce ed ironicamente dice: «Quelli scritti per l’orchestra non sono arrangiamenti ma piuttosto derangements, in cui i pezzi storici dei Police sono stati scomposti e ricomposti». Non a caso il suo tour mondiale è stato chiamato «Police Deranged For Orchestra».

Nel complesso la performance perugina di Stewart Copeland è stata di ottimo livello. Se non altro per il dispiegamento di uomini e mezzi sul palco, in grado di produrre delle ventate sonore travolgenti. Gran finale con con «Every Little Thing She Does Is Magic» mentre gli avventori, in massima parte soddisfatti, cantano e tributano il loro plauso all’indomito batterista. Quanto accaduto quest’anno ad Umbria Jazz segna forse la chiusura di un ciclo, che si era aperto, negli anni Ottanta, con l’arrivo di Stng e Gil Evans allo Stadio Renato Curi di Perugia, determinando pesanti malumori per l’insolito connubio e le prime critiche per una manifestazione che iniziava ad imboccare una certa deriva; così cerchio si chiude con Stewart Copeland, già sodale di Sting. Quasi un segno del destino, che i maggiorenti di Umbria Jazz dovrebbero cogliere, se non eccessivamente ubriachi ed euforici per gli incassi. Forse il cinquantenario di Umbria Jazz, al netto della cabala dei numeri che non significano nulla (50 è solo uno in più di 49 ed uno in meno di 51), è stata solo una festa per incrementare le occasioni conviviali ed i banchetti tra politici ed organizzatori. Adesso, più che sulla quantità, occorrerebbe cominciare a riflettere più sulla qualità e sulla ricerca di una nuova identità jazz. Il nome Umbria Jazz potrebbe non bastare più, poiché il marchio è già altamente screditato presso il popolo del jazz, basta farsi un giro in rete. Fermo restando che gli organizzatori sono liberi di specializzarsi in una sorta di laboratorio poppish, vagamente trash, tra il kitcsh ed il ketchup con la complicità di Live Nation e dei suoi fratelli.

Stewart Copeland

www.doppiojazz.it

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