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«First Rain» di Emiliano D’Auria un disco sorprendente, teso tra aria, acqua, terra, fuoco, davvero fuori dai confini territoriali

// di Francesco Cataldo Verrina //

Il jazz talvolta è come un boomerang lanciato da un punto imprecisato della storia che compie una circonvoluzione impregnandosi di sonorità, colori, stili, ritmi e linguaggi, mentre attraversa un’infinità di mondi: tutti quelli che incontra sul proprio cammino, per poi coagularsi intorno ad un nucleo centrale, in osservanza dei principi fondativi della tradizione. Ascoltando «First Rain» di Emiliano D’Auria si potrebbe rispolverare perfino la metafora della matrioska, ossia di un sound multistrato fatto di componenti molteplici e basato su un lavoro intersezionale che assembla umori ed amori diversificati fino a giungere ad un costrutto concettuale coerente. In tal modo il jazz, pur attingendo al passato come tributo ispirativo, riflette gli stati d’animo di una contemporaneità implementata da particelle di sogni, inquietudini, incertezze e desideri frantumati, liquidi e vaganti in una «musicosfera» instabile ed onirica.

«First Rain» del pianista D’Auria nasce in Norvegia, una terra che negli anni ha sviluppato forme di jazz autoctono, parallelo o antitetico a quello di matrice afro-americana. Il clima e l’ambientazione avrebbero potuto condizionare il mood del compositore marchigiano, ed in parte ci riescono, ma solo nella forma e non precipuamente nella sostanza. Nel complesso, la narrazione sviluppata dell’architettura ritmico-armonica del progetto fa emergere in superficie l’immagine di territori infiniti, in cui le tematiche rappresentate diventano enormi tele in penombra dalle policromie attenuate, ammantate da paesaggi e passaggi sonori dai tratti mistici e dai contorni gotici. Il disco è stato registrato, tra febbraio e marzo del 2023, nelle remote, antiche e sconfinate terre scandinave dell’isola di Giske, dove l’attesa dell’imminente «prima pioggia» di primavera diventa una metafora relativa alla concretizzazione del progetto discografico che prende corpo attraverso dodici composizioni inedite, tutte farina del sacco di Emiliano D’Auria. A sostenere il pianista durante le varie sedute in studio, quattro validissimi sodali capaci di sincronismo e sincretismo, senza mai perdere la capacita di esprimersi singolarmente e di apportare al concept contributi individuali, quali componenti aggiuntive saldanti e centripete: il trombettista Luca Aquino, il chitarrista Giacomo Ancillotto, il contrabbassista Dario Miranda e il batterista Ermanno Baron.

Originario di Ascoli Piceno, direttore artistico del Festival JazzAP e del Cotton Jazz Club della città marchigiana, D’auria, giunto al suo quinto lavoro discografico, può essere definito uomo d’esperienza e musicista geneticamente stabile con una visione nitida e lungimirante delle assortite possibilità che il vernacolo jazzistico offre ad ogni autore. Non a caso, sin dal primo ascolto di «First Rain», ci si avvede che il pianista ha optato per una sintassi compositiva fatta di umori cangianti, iperboli armoniche dalle traiettorie non prevedibili, sviluppi tematici dalle melodie finemente elegiache che fluttuano tra Nord e Sud del mondo, tra Mediterraneo e Norvegia, a volte trasfigurati in universo immaginario ed immaginifico. Il disco si apre con la title-track che diventa una sorta di manifesto programmatico dell’intero progetto, un rito propiziatorio propedeutico a una pioggia di sonorità, quale elemento vitale: tante gocce di musica che si rintuzzano solidificandosi in una danza metropolitana segnata da qualche impennata funkified. «Dead Ice» è una malinconica ballata, inizialmente in bilico tra ragione e sentimento, fatta di ghiaccio che si scioglie, quasi tetra e raggelante, la quale implode progressivamente in un atto liberatorio collettivo, per poi inabissarsi nuovamente nel finale. Sono i cambi di passo e le perifrasi umorali che rendono attraente l’excursus sonoro di D’Auria e soci. «Momento», ad esempio, ha quasi un inizio cameristico con il pianoforte del band-leader che continua a guidare il convoglio anche durante l’improvviso risveglio della ciurma, intanto chitarra e tromba si fanno promesse per la vita su una melodia penetrante ed a facile presa, mentre il piano riconquista lo scettro del comando fino ad esaurimento scorte. «Looking For Love» è una vetrina per la ruvida e screziata tromba di Luca Aquino che diventa l’io-narrante di un amore soggiogato e prigioniero. Il plot tematico risulta intriso di sfumature liriche, forte di un melodia che si conficca immediatamente nelle meningi, intorno a cui il pianoforte prima e la chitarra di Giacomo Ancillotto poi fanno da interludio fino al ritorno del trombettista, il quale finisce per irretire il fruitore in una spirale di emozioni.

La quinta traccia «Entr’Act #1», come la settima «Entr’Act #2» e la decima «Entr’Act #3» sono dei brevi interstizi improvvisativi che fungono quasi da camera di decompressione. «The Social Melancholy» inizia con una chitarra dal suono cupo che spadella un rock-blues limaccioso e funereo, a cui segue la tromba che apporta un sapore da marching band. Il passo quasi militaresco s’intensifica sotto i colpi furenti della retroguardia, mentre chitarra e tromba disegnano col compasso il disagio delle nostra epoca affogata nell’irrealtà virtuale e dipersa nella socialità surrogata. «The Man Without Nose», il cui tema viene annunciato dal piano, lascia spazio ad una melodia abrasiva implementata dal soffio di Luca Aquino, assistito e foraggiato sul versante armonico dal pianoforte di Emiliano D’Auria, mentre la chitarra aggiunge un retrogusto di mistero. «Birth And Rebirth Of The Birds» ha il sapore di una pozione aspra e tagliente, distillata attraverso un formula chimica che usa gli alambicchi rock-fusion come venti di tempesta su un’isola sferzata dalla pioggia torrenziale: una migrazione ed un’immigrazione, punto di nascita e di rinascita. «The Unexpected» è una ballata brunita e progressiva dove i confini spazio-temporali sembrano annullati, un momento di sospensione e di attesa che tutti gli strumenti nella loro affinità elettiva riescono a descrivere millimetricamente. In chiusura, un’odissea sonora ad alta quota: «The Storm Around Stillness», la tempesta prima della quiete, una deflagrazione di corpuscoli sonori che tratteggiano la potenza degli elementi, mentre il piano zampilla di un uragano di note. La sofferente melodia della tromba, sostenuta dalla retroguardia al piccolo trotto, sembra cercare una via di fuga, ma la natura è matrigna, dice il poeta, e non si arrende facilmente. Ci vorranno ancora le corde della chitarra, i tasti del pianoforte e, forse, il canto di una Sirena o di un Ninfa nascosta tra conifere, muschi e licheni, a portare i nostri eroi in salvo. «First Rain» di Emiliano D’auria, pubblicato dalla norvegese Losen Records, è un regalo inatteso, un disco sorprendente, teso tra aria, acqua, terra, fuoco, davvero fuori dal comune e dai confini territoriali di quella che potrebbe essere una limitata giurisdizione italiana.

Emiliano Dauria Quartet

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