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«Impulso Jazz / Storia e Capolavori della Impulse! Records» (Kriterius Edizioni)

Angelo Mastronardi, musicista e produttore discografico (GleAM Records), presenta e intervista Francesco Cataldo Verrina per i lettori del Giornale dell’Umbria.

Francesco Cataldo Verrina è una figura multiforme all’interno del panorama Jazz Italiano con interessi onnivori che spaziano dalla conduzione di programmi radio-televisivi alle collaborazioni con numerose testate giornalistiche. Non ultimo il suo importante impegno come sceneggiatore e scrittore. Sono infatti, tanti e di grande spessore i suoi approfondimenti sulla storia del Jazz e su alcune figure chiave di questa musica. Penso in proposito a testi come «Jazz: Uomini & Dischi, dal Bop al Free» ma anche «Mingus: Il Meglio di un Bastardo», «Coltrane: Il Passo del Gigante», «Miles: Sketches of Jazz», «Blue Note: Quota 100+» solo per citarne alcuni. È su quest’ultimo aspetto del suo lavoro che ci soffermeremo in occasione della sua penultima uscita «Impulso Jazz: storia e capolavori della Impulse! Records», un libro uscito a giugno del 2022 e in cui l’autore ci racconta la storia di questa storica etichetta discografica concentrando la sua indagine su 66 album del loro catalogo. Dentro ci troviamo un universo ricco di aneddoti e descrizioni storiche importanti. Con le sue grandi capacità narrative e una trentennale conoscenza del Jazz, si addentra negli elementi stilistici ed estetici di questi capolavori rivelandoceli in tutta la loro grandezza. Francesco Cataldo Verrina ha di recente pubblicato un latro saggio monografico: «Thelonious Monk: L a Posizione del Monaco». Da produttore discografico di breve corso ho trovato molto istruttivo conoscere certe dinamiche della produzione discografiche all’interno del contesto americano in un periodo d’oro come quello preso in esame (dal 1961 alla fine degli anni ’70) e ho deciso perciò di fare due chiacchiere con Francesco e intervistarlo per i nostri lettori.

D. Puoi parlarci delle intenzioni alla base di questa scelta di indagine?

R. È solo desiderio di divulgazione e di narrazione. Sono tanti anni che racconto la musica, i dischi e gli artisti a vari livelli, nei libri, per radio, con gli articoli, attraverso le recensioni.

D. La Impulse! È una Label che ha fatto dell’eleganza nel format e dell’alta qualità di ripresa audio della musica due elementi importanti e distintivi. La stessa fermezza è rintracciabile nella definizione della loro linea editoriale ma non da subito. Puoi parlarci di come sia passata da album di maggiore presa commerciale come «Great Kai & J.J.», «Genius+Soul=Jazz» di Ray Charles o «The Blues and The Abstract Truth» a quella sound distintivo fatto di modernità e ricerca inaugurato dalla presenza di Coltrane nel roster e da album come «Percussion Bitter Sweet» di Max Roach?

R. La grandezza della Impulse! Records consiste proprio in questo dualismo. Sin dal suo avvento ha sempre bilanciato la presenza di artisti con il baricentro spostato in avanti, ma senza mai dimenticare autori e musicisti più classici e legati alla tradizione. Va detto che la linea editoriale mista, in quel periodo, era inevitabile soprattutto per quella che ara la domanda del mercato jazzistico. La Impulse! Possiede due anime: la prima quella più tradizionalista, del fondatore Creed Taylor, che dopo sei album lascerà per accettare un’allettante proposta della concorrente Verve Records, e quella di Bob Thiele, l’uomo che favorì la scalata di Coltrane e di tutte le avanguardie. La presenza di Thiele, talvolta in contrasto con i maggiorenti della Paramount (proprietaria della Impulse!), allargò molto il campo d’azione degli artisti più innovati e sperimentali, rispetto a quelli legati al vecchio vernacolo jazzistico.

D. Da appassionato della produzione discografica di Coltrane e da studioso di composizione ed orchestrazione non posso non soffermarmi su 3 dischi a cui sono molto legato e che da soli varrebbero a definire la grandezza delle scelte editoriali di casa Impulse!. Parlo di Africa/Brass di Coltrane e di Out of The Cool di Gil Evans, The Black Saint and The Sinner Lady di Charles Mingus. Il primo è un unicum nella produzione del sassofonista poiché il solo ad avere un organico così allargato e prossimo alla big band. Il secondo segna in qualche modo un punto di svolta nella produzione di Evans. Pur non trattandosi il primo disco a proprio nome del compositore canadese (aveva in precedenza pubblicato per la Prestige «Gil Evans & Ten» nel 1957) contiene delle novità nella gestione dei brass con la sezione ritmica che ne rendono inconfondibile il sound e che mi ha sempre affascinato. Aspetto che peraltro non hai mancato di evidenziare. Vuoi parlarci del terzo album, quello di Mingus. So da indiscrezioni che rientra nella tua top 10.

R. Intanto ti dico che che considero Mingus, come uno dei compositori più autorevoli del ‘900, a prescindere dal jazz e sono interessato in toto alla sua discografia, che rappresenta una sorta di catena inscindibile: è difficile giudicare il genio di Nogales da uno o due dischi in particolare. Non a caso, ho scritto anche un libro su di lui. Mingus è stato una specie di perenne mutatis mutandis, un autore irrequieto, dinamico, insoddisfatto e divorato dai demoni creativi: difficilmente all’interno della sua discografia si possono trovare due lavori perfettamente uguali nello stile e nelle finalità. Ovviamente ne esistono di più significativi, tra questi annovero, personalmente, «The Black Saint and The Sinner Lady», che rappresenta uno dei punti di svolta della carriera del burbero contrabbassista. Se non si comprende il periodo storico, soprattutto la rabbia e la lotta dei neri per l’emancipazione sociale, difficilmente si potrà penetrare l’essenza di un’opera così articolata musicalmente, lontana anni luce da quelle che erano le canoniche regole d’ingaggio dell’hard bop del periodo. Mingus fa una sua personale rivoluzione attraverso la musica. Come scrivo nel libro: «nell’album sono presenti alcuni punti di riferimento stilistici: Ellington, le avanguardie del periodo, diversi inserti di flamenco, ma la procedura applicativa ed i metodi d’impiego sono assai differenti rispetto al passato. Questa volta Mingus fa molto affidamento sui contrasti timbrici tra ottoni, smorzandone gli eccessi tonali altisonanti e diluendoli con voci più basse e morbide di tuba e sax baritono rispetto ai legni superiori, in genere fortemente lirici e pungenti. La complessità dell’opera nasce da uno sforzo di gruppo: tutta la musica è frutto dell’interazione collettiva». In quanto a Gil Evans, ritengo che abbia dato il meglio insieme a Miles Davis. In merito ai due dischi pubblicati con la Impulse!, «Out Of Cool», titolo emblematico, considerando i trascorsi del canadese, è un disco alquanto innovativo. Nel libro come avrai notato sottolineo proprio la relazione tra la sezione ritmica e fiati: «In «Out Of The Cool» Evans operò meno sul concetto di ensemble tradizionale, concentrandosi invece sulla sezione ritmica costruita intorno ai batteristi Elvin Jones e Charlie Persip, al bassista Ron Carter ed al chitarrista Ray Crawford. La retroguardia fece da carburante alla sezione fiati».

D. Quali sono gli altri album trattati nel tuo libro a cui sei più legato e perché?

R. Non intendo essere evasivo o diplomatico, ma da questo punto di vista sono piuttosto agnostico. Per mia natura non mi sono mai fissato con un artista o un disco in particolare. Volendo usare una metafora, ti dico che neppure da adolescente ho mai appeso nella mia cameretta il poster di un gruppo o di un musicista di cui ero un fan scatenato. Ho sempre guardato alla musica nella sua totalità. Ci sono periodi del jazz che preferisco. Ad esempio, tutto il bop da Charlie Parker in avanti. Adoro il free jazz ed ho avuto un periodo di sbandamento giovanile per la fusion (Weather Report et similia, in italia il Perigeo).

D. «Forth Yawuh» del cosiddetto «Quartetto americano» di Keith Jarrett. Forse tra i primi album della Impulse! che ho acquistato prima di fare un percorso a ritroso nella storia. Album magnifico e che documenta un Jarrett meno battuto nei percorsi di ascolto abituali nella produzione del pianista americano. Sono pochi altri i pianisti che abbiano inciso qualcosa da leader per la Impulse!. Tra questi McCoy Tyner in trio. Un McCoy diverso da quello del quartetto con Coltrane. Vuoi parlarcene?

R. Sul Jarrett del quartetto americano mi trovi perfettamente d’accoro, per quanto mi riguarda, è il Jarrett che anch’io preferisco. Su McCoy Tyner incombe una specie di spada di Damocle: alcuni critici americani hanno continuato a considerarlo a lungo come «il ragazzo di bottega di Coltrane». Nulla di più falso, a Tyner va attribuito il merito di almeno il 50% di contributo creativo ed esecutivo a tanti dischi del quartetto classico di Trane. Tyner era foriero di un modulo espressivo basato sull’armonia quartale, ossia la costruzione di strutture armoniche basate sugli intervalli della quarta giusta e della quarta aumentata. Come scrivo, sempre nel libro in oggetto: «La scelta di non tradire mai la «regolarità dell’armonia» costò a Tyner un sofferto e lacerante divorzio artistico da Coltrane con cui aveva condiviso alcuni dei momenti più esaltanti della sua carriera, ma anche della sua vita privata. Toccanti le sue parole: «Penso che Dio volesse che stessimo insieme, ci sentivamo fratelli con una missione da compiere. La nostra connessione spirituale era inspiegabile: come parti di un solo motore, andavamo all’unisono». È chiaro che nell’album di cui tu parli ci siano delle differenze. Nel piano trio, e questo me lo insegni tu da pianista, il pianoforte diventa il deus ex-machina, svolgendo la doppia funzione armonica e melodica e non deve condividere gli spazi improvvisativi con altri strumenti di prima linea, l’interplay è differente e le uniche pause sono costituite dagli assoli di basso e batteria. Nello specifico in «Inception» il pianista appare meno condizionato, il suo tocco risulta più marcato, addirittura più sfuggente, è l’apoteosi del modale. Qui Tyner inizia un percorso personale che culminerà con il suo album capolavoro inciso per Blue Note, parlo di «Real McCoy».

D. Cosa ti affascina nel modo in cui la Impulse! ha coltivato il proprio catalogo e portato avanti le proprie politiche editoriali?

R. Ritengo che l’elemento caratterizzate e più attrattivo per chiunque sia stata la capacità di Bob Thiele di osare, attirando a sé il meglio delle avanguardie, o comunque degli artisti più creativi ed innovativi, laddove , ad esempio, la Blue Note spesso s’inceppava o declinava.

D. I costi di produzione di un disco Jazz sono molto alti per ottenere un prodotto di elevata qualità audio e delle grafiche di alto livello. A questo però non fanno seguito grandi vendite di supporti fisici a fronte di sempre più significativi sforzi in comunicazione e promozione per emergere nel mare magnum delle produzioni musicali che inondano il mercato. Considerata l’evoluzione attuale del mercato discografico con le sue criticità che consiglio ti senti di dare alle etichette discografiche per documentare la creatività degli artisti contemporanei?

R. Oggi la situazione del mercato discografico non è rosea. Ci sono da anni tanti elementi di disturbo e di concorrenza «sleale» che contendono alle case discografiche la gestione della musica in senso stretto. Non ho una ricetta risolutiva del problema. Vorrei conoscere chi ce l’ha. Di certo, un’etichetta che lega la propria attività al concetto di jazz, dovrebbe almeno rispettare questo assunto e non cercare di contrabbandare incoerentemente prodotti non classificabili, almeno non omologabili a nessuno dei vari stili jazzistici. Visto che gli organi d’informazione sono spesso indifferenti alle novità, ma amano giocare in massima parte in una zona comfort, un metodo vincente, peraltro già in atto, è quello di tentare delle collaborazioni tra musicisti italiani con colleghi europei ed americani, al fine di aprirsi un varco nei mercati esteri. Tutto il resto è affidato alla lungimiranza dei singoli produttori.

D. Quali sono le coordinate attuali della tua ricerca come scrittore?

R. Più o meno sono le stesse di sempre e di basano sull’ascolto costante di decine di dischi al mese. Intanto ho un difetto genetico: non mi fido mai di ciò che scrivono gli altri, fino a quando non l’ho verificato di persona, poi posso essere anche d’accordo alla lettera. Generalmente, il mio studio, come accennavo, si sostanzia attraverso l’ascolto ripetuto delle novità discografiche, preferisco quelle italiane (da noi c’è molto talento che si disperde in mille rivoli). Non ho la pretesa di essere un tuttologo ed ho una visione, come ben sai, molto afro-centrica del jazz, quindi non mi lascio turbare dalle lagne germaniche, dai saltelli celtici o dalle nenie scandinave. Mi comporto da una parte come un indagatore, alla ricerca di indizi sulle novità che offre il mercato, quindi è un’esplorazione continua; dall’altra come un archeologo che scava tra le pieghe del passato alla ricerca di tanti capolavori scomparsi del controllo dei radar, ignorati dalla critica o finiti nel dimenticatoio. Ti garantisco che le sorprese non mancano. La discografia jazz è un territorio vastissimo in parte ancora inesplorato.

Francesco Cataldo Verrina

www.doppiojazz.it

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