di Salvatore Puleio
Le Chiese Protestanti, che in passato godevano della protezione e del finanziamento del governo coloniale, devono attualmente operare in un’Indonesia dove a volte i loro diritti non vengono pienamente riconosciuti e rispettati dalla maggioranza islamica.
I Doveri Religiosi e la Compagnia Olandese delle Indie Orientali (XVII secolo)
Il primo statuto della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, VOC, risalente al 1602, non prevedeva nessuna clausola di tipo religioso; la sua revisione del 1623, invece, conteneva una formulazione dei ‘doveri religiosi’. La mancanza originaria della religione è stata attribuita ad una dimenticanza, o, più verosimilmente, al cambiamento delle condizioni in questi due decenni. Anche se la VOC era stata fondata e concepita con un obiettivo prettamente commerciale, divenne presto evidente che la sua funzione era andata ben oltre, ed aveva assunto, di fatto, poteri e prerogative statali. In altre parole, la Compagnia era diventata un agente colonizzatore, e la revisione del suo statuto riflette tale cambiamento.
L’ampliamento del ruolo della VOC fu promosso da diversi elementi, come la creazione di un quartier generale a Batavia (odierna Jakarta, ndr) nel 1619 e la fortificazione di altri centri strategici da un punto di vista commerciale. La Compagnia Olandese, dunque, assunse una presenza stabile nell’arcipelago indo-malese, che determinò la sua trasformazione da semplice agente commerciale ad attore politico vero e proprio. Nei Paesi Bassi, inoltre, il Sinodo di Dordrecht (1618-1619) sancì i doveri dello Stato rispetto alla Chiesa Protestante e in particolare di diffondere la fede riformata negli spazi pubblici.
Questi cambiamenti, probabilmente, hanno determinato l’inclusione dei doveri religiosi nello statuto della VOC del 1623; si ricorda, tuttavia, che nella Compagnia (di orientamento calvinista) militavano anche persone di fede cattolica, luterana e di altre denominazioni cristiane. Per questa ragione, il mandato religioso della VOC fu abbastanza ampio, e si limitò al ‘mantenimento della fede pubblica’. Di doveri religiosi, poi, si parla anche in due istruzioni private ai primi due Governatori Generali. Secondo queste direttive, tra i loro compiti rientrava anche quello di ‘promuovere il commercio ad Est, al servizio della diffusione del nome di Cristo, la benedizione dei non cristiani’. A tale proposito, si precisa che le massime autorità della colonia dovevano nominare insegnanti e ministri di culto da integrare nella Compagnia delle Indie.
In altre parole, il duplice obiettivo di condurre il commercio e di diffondere il cristianesimo riformato (calvinista) è stato esplicito dall’inizio, anche se la sua interpretazione è stata ristretta, ed applicata con fermezza solamente verso i cattolici, le cui attività, specialmente missionarie, sono state vietate fino al XIX secolo.
Sviluppo Iniziale della Chiesa Riformata nelle Indie Orientali Olandesi (XVIII secolo)
Anche se la Chiesa Riformata era la denominazione ufficiale e attivamente supportata dalle autorità coloniali, la creazione di una base stabile a Batavia e in altri centri fu segnato da alcune difficoltà iniziali. Si consideri, a tale proposito, che i lavori della Kruiskerk di Batavia (Chiesa della Croce) iniziarono nel 1632, ma la ‘prima pietra’ venne posta solamente otto anni più tardi. Il ritardo fu dovuto alla difficoltà di reperire i fondi per tale costruzione, che provennero anche dal salario dei membri della VOC, Governatore Generale incluso.
Ciò nonostante, lo sviluppo della Chiesa Riformata, che però non diventò mai la religione maggioritaria, proseguì con un certo slancio; la comunità protestante crebbe talmente che la Kruiskerk originale, costruita con una certa difficoltà, venne demolita per fare posto ad un nuovo edificio religioso più grande. La nuova chiesa, costruita tra il 1732 e il 1736, presentava un piano ottagonale, simile a quello che si poteva rinvenire nelle chiese della madre-patria, e divenne l’edificio più alto di Batavia.
Allo stesso tempo, venne costruita una cappella al ‘castello’ di Batavia (l’originale quartiere amministrativo e militare della città); in entrambi i casi, le persone potevano assistere alle funzioni religiose in base al rango sociale. La prima fila era, di conseguenza, riservata al Governatore Generale e ai suoi diretti collaboratori; in altri termini, la disposizione (e l’ornamento) di sedie e panche rifletteva la gerarchia sociale della colonia.
In altri centri, che in precedenza erano portoghesi, le chiese cattoliche vennero convertite in Chiese Protestanti, ma alcuni di tali progetti non ebbero una durata considerevole.
In alcuni dei territori asiatici, poi, la presenza della VOC era decisamente limitata, come nelle Molucche; Fort Orange, da questo punto di vista, rappresenta un esempio significativo. Alle funzioni religiose che venivano celebrate in questo luogo, di importanza strategica per gli interessi commerciali olandesi, partecipavano pochi e rilevanti rappresentanti del governo coloniale. In questi casi non veniva costruita una chiesa, che richiedeva tempi e risorse considerevoli, e i servizi religiosi più importanti (come quelli relativi alle principali festività cristiane) erano garantiti da un cappellano che si recava al forte.
Si ricorda, a tale proposito, che le funzioni protestanti, a differenza di quelle cattoliche, prevedevano regole meno rigide, e potevano essere celebrate praticamente in ogni luogo, specialmente quando la situazione lo richiedeva.
La Chiesa Riformata e lo Stato Coloniale (XIX secolo)
Nel corso del XIX secolo, il controllo diretto da parte dei Paesi Bassi rilanciò gli sforzi per diffondere la fede protestante nella colonia tropicale; nel 1834 venne posta la prima pietra della ‘Willemskerk’ (attuale Gereja Immanuel a Jakarta) a Batavia, ma il luogo di culto venne completato solamente nel 1839.
Entrata della Gereja Immanuel (Chiesa dell’Emmanuele) a Jakarta (Credits: Salvatore Puleio, 2025)
L’edificio è imponente e possiede una cupola alta circa 3 metri, che rende questo edificio unico nel panorama dell’attuale Jakarta; lo scopo di questa costruzione era (e rimane) quello di offrire uno spazio a comunità protestanti di diversa denominazione, non solamente a quelle calviniste. Lo stile inconfondibile ha immediatamente conferito a questa chiesa (tuttora attiva) un ruolo di primo piano. Oltre al significato religioso, poi, questo luogo simbolizza l’intento del governo coloniale di diffondere il cristianesimo all’interno di una società che era (ed è tuttora) a maggioranza islamica. Da questo punto di vista, la Willemskerk costituisce un potente simbolo culturale, ed esemplifica la resilienza del cristianesimo in condizione di minoranza. L’elenco dei principali predicatori olandesi di Batavia, tuttora conservato nella chiesa in quadri commemorativi, esemplifica perfettamente il ruolo culturale di questo edificio, e trasmette la percezione di un certo radicamento del cristianesimo che persiste tuttora.
Elenco dei primi predicatori protestanti a Batavia, conservato nella Gereja Immanuel a Jakarta (Credits: Salvatore Puleio, 2025)
Un deciso impulso allo sviluppo del protestantesimo, poi, venne dagli sforzi missionari della Rheinische Missionsgesellschaft, la Società Missionaria del Reno, che operò nelle Indie Orientali Olandesi a partire dalla seconda metà del XIX secolo. Alcuni di questi missionari sono rimasti noti alla storiografia, e hanno contribuito ad evangelizzare alcune aree dell’attuale Indonesia; tra questi, si ricorda Ludwig Ingwer Nommensen, vissuto tra il 1834 e il 1918. Di questo pastore, che diventò anche il primo ‘eforo’ (vescovo) della sua congregazione, esistono diversi studi, che ne sottolineano la rilevanza sia in termini religiosi che sociali. Il Nommensen, in effetti, è noto come ‘Apostolo dei Batak’, un gruppo etnico che vive nell’area di Sumatra; questo missionario, in particolare, è stato caratterizzato da un approccio innovativo che gli ha permesso di riuscire dove i suoi predecessori avevano fallito. La sua profonda conoscenza della cultura Batak gli ha infatti permesso di predicare il Vangelo con un certo successo.
Ludwig Ingwer Nommensen (Credits: Wikimedia)
Nel XIX secolo, dunque, la predicazione di numerose figure concorre a ricreare nella colonia tropicale l’ideale di società della madre-patria, di cui una componente importante era costituita dalla fede protestante. Parte integrante di questo sforzo era rappresentato dalla collaborazione tra le missioni protestanti e l’apparato amministrativo della colonia, specialmente in aree periferiche e non ancora pienamente assoggettate al controllo coloniale. Si tratta, del resto, di un modello che ha talvolta creato delle tensioni con la popolazione islamica, a ragione degli insegnamenti religiosi cristiani impartiti nelle scuole dedicate alla maggioranza indigena.
Verso l’Indipendenza (XX secolo)
Il fermento religioso che si osserva nel XIX secolo raggiunge un punto particolarmente elevato nei primi decenni di quello successivo; il XX secolo, in effetti, può essere considerato un momento in cui gli sforzi evangelizzatori raggiungono il loro culmine. Una figura che emerge nettamente, da questo punto di vista, è rappresentato da Albertus Kruyt, un missionario protestante, membro della Nederlandsche Zendelingengenootschap, la Società Missionaria dei Paesi Bassi. Egli venne inviato a Poso, nella regione del Sulawesi insieme alla moglie, e riuscì a costruire un modello basato su una profonda conoscenza accademica dell’animismo, la religione prevalente tra la fine del XIX secolo e l’inizio di quello successivo. Le idee progressiste di Kruyt, che si poneva come obiettivo (oltre a quello religioso) di migliorare le condizioni materiali delle popolazioni presso cui fu inviato, lo posero in contrasto con le autorità coloniali.

Albertus Christiaan Kruyt (Credits: Wikimedia)
Del resto, la Conferenza Missionaria Internazionale del 1910 (che riuniva i principali rappresentanti delle Chiese Protestanti del mondo intero) aveva dato una definizione del missionario affine a quella di ‘agente coloniale’. In altre parole, la galassia protestante intendeva proporre un modello di predicazione del Vangelo che non entrasse in contrasto con le politiche coloniali. A differenza della Chiesa Cattolica, che poteva fare affidamento su una vasta e organizzata rete di supporto, sia in termini di istituzioni che di persone, i protestanti dovevano affidarsi alle autorità coloniali. Non sorprende, dunque, che venga proposto un modello simbiotico e non antitetico rispetto agli amministratori delle colonie, specialmente in presenza di una maggioranza islamica talvolta apertamente ostile e insofferente al progetto coloniale olandese.
Dopo l’Indipendenza (dal 1945 ad oggi)
In seguito all’Indipendenza dell’Indonesia, che si perfeziona tra il 1945 e il 1949, le Chiese Protestanti devono operare in una nazione indipendente a maggioranza islamica, guidata da governanti musulmani. Anche se i padri fondatori indonesiani hanno promosso una certa separazione tra potere politico e religioso, e hanno rifiutato di conferire all’Indonesia uno statuto islamico, le Chiese Protestanti, legate al precedente regime coloniale, vengono viste con un certo sospetto. Tale approccio è particolarmente pronunciato nei settori più radicali della società, specialmente in quelli che avevano promosso e/o supportato la ‘clausola islamica’ della Costituzione (che obbligava i musulmani a rispettare i dettami della sharia), prontamente rimossa dal testo costituzionale.
Lo statuto ‘laico’ della nuova nazione governata da leaders musulmani, in effetti, causò evidenti malcontenti, e la presenza delle Chiese Protestanti venne vista come un ostacolo all’affermazione dell’identità della nuova nazione indipendente, a maggioranza islamica. Ciò nonostante, le Chiese Protestanti si sono moltiplicate nel corso del tempo, ed in alcune aree esse rappresentano un punto di riferimento consolidato e rispettato anche dai musulmani.
Attualmente, le Chiese Protestanti sono organizzate in federazioni territoriali, che accolgono i fedeli di diverse denominazioni; probabilmente, l’organizzazione più importante è la ‘Persekutuan Gereja-Gereja di Indonesia’, o ‘PGI’, la ‘Federazione delle Chiese Indonesiane’. La PGI, in particolare, è stata fondata nel 1950, e rappresenta oltre 90 federazioni di chiese membri, tra cui la Chiesa Protestante di Batak (HKBP) e la Chiesa Protestante dell’Indonesia Occidentale (GPIB). A quest’ultima, in particolare, appartiene la Gereja Immanuel di Jakarta di cui si è discusso in precedenza.
Si tratta, dunque, di una struttura che rimedia alla mancanza di un’organizzazione formale come quella prevista per le Chiese Cattoliche (diocesi, parrocchie, santuari, ecc.), e che permette di interloquire con efficacia con gli attori sociali e istituzionali. Grazie al suo ruolo e alla sua autorevolezza, la Federazione delle Chiese Indonesiane ha espresso il proprio parere su questioni delicate, nel tentativo di contribuire ad una soluzione pacifica dei conflitti e delle problematiche che si possono presentare.
Recentemente, si è verificato uno spiacevole incidente nella reggenza (suddivisione amministrativa della provincia, che compre più città) di Sukabumi, nella provincia di Giava Occidentale. Il 27 giugno del 2025, diversi residenti islamici hanno attaccato e danneggiato una residenza privata usata da alcuni studenti cristiani (protestanti) per una sorta di ritiro spirituale, precedentemente sottoposto a sorveglianza da parte della polizia locale. La folla intollerante ha usato violenza e intimidito decine di cristiani (tra cui donne e ragazzi) che volevano semplicemente celebrare i loro rituali religiosi senza arrecare alcun disturbo. Si tratta di un episodio che ha riportato alla luce il problema dell’intolleranza religiosa di una parte della popolazione islamica. La reazione dello Stato, allo stesso tempo, è stata ambivalente, e si è erosa la fiducia nelle istituzioni; come riporta l’autorevole quotidiano ‘Kompas’ (paragonabile, per diffusione, alla nostra ‘Stampa’ o ‘Corriere’),
L’incidente di Sukabumi dimostra chiaramente come lo Stato, nel suo fallimento, non sia semplicemente uno spettatore passivo dell’intolleranza, ma agisca attivamente come uno “scudo” o addirittura un “ombrello” che la protegge .
Edy Suhardono, Perusakan Rumah Singgah di Sukabumi: Negara Tameng Intoleransi, Distruzione del Rifugio a Sukabumi: lo Stato protegge l’Intolleranza, 1 luglio 2025.
In seguito alle proteste di diverse associazioni, sia cristiane (locali e nazionali) che musulmane (a livello nazionale), le autorità hanno avviato il processo di otto persone, identificate dalla Polizia Provinciale (ma non locale) come principali sospettate del gesto, accusate di vandalismo. Su tale incidente si è espressa anche la Federazione delle Chiese Indonesiane, PGI, con una lettera in cui si invitava
(…) il governo del Distretto di Cidahu, della reggenza di Sukabumi e della Provincia di Giava Occidentale a prendere immediatamente misure decisive affinché eventi simili non si ripetano. Se si verificano problemi o tensioni nella comunità, il governo locale dovrebbe immediatamente cercare di risolverli pacificamente attraverso il dialogo e la consultazione, in conformità con i valori della Pancasila e il carattere della nazione indonesiana.
Gli eventi di intolleranza accompagnati da terrore e violenza che si sono verificati mostrano un fallimento da parte delle autorità locali nel prevenire le violenze che si sono verificate, anche in vista di una potenziale escalation del conflitto.
Federazione delle Chiese Indonesiane, Pernyataan Sikap PGI Terhadap Peristiwa Intoleransi di Cidahu, Dichiarazione di posizione del PGI in merito all’incidente di intolleranza a Cidahu, 30 Giugno 2025.
Si tratta di un episodio recentissimo e molto grave (seguito, il 27 luglio del 2025, da un altro episodio simile a Padang, Sumatra Occidentale), che dimostra come la sicurezza delle minoranze indonesiane non sia sempre garantita, in primo luogo da parte delle autorità locali, che possono promuovere o tollerare l’intolleranza e la violenza, al contrario di quanto sancito dalla Costituzione del 1945 e dalla Pancasila, la filosofia di Stato. Del resto, la reazione ambivalente delle autorità locali e la successiva inchiesta concentrata solamente sul reato di vandalismo segnalano che il problema dell’intolleranza religiosa non è stato considerato seriamente.
Come è stato opportunamente sottolineato da Sarifudin Sudding, membro della III Commissione della Camera dei Rappresentanti dell’Indonesia,
“Non si tratta solo di una questione di disarmonia sociale; riguarda la certezza del diritto e il coraggio dello Stato nel proteggere i diritti umani dei suoi cittadini. È necessario ribadire a tutte le parti che il culto è un diritto costituzionale di ogni cittadino”
E Media, Intoleransi Berujung Kasus Pidana di Sukabumi, Legislator Ingatkan Beribadah Hak Setiap Warga, Camera dei Rappresentanti Indonesiana, L’intolleranza porta a un procedimento penale a Sukabumi, i legislatori ricordano ai cittadini il diritto di ogni cittadino a praticare il culto, 3 Luglio 2025.
Sarebbe dunque opportuno che l’inchiesta riguardasse le offese ad una delle religioni più rappresentative dell’Arcipelago, sebbene minoritaria, e non solamente sui danni materiali cagionati da un gruppo di criminali protetti dal tacito assenso delle autorità locali.
Quale Futuro per le Chiese Protestanti in Indonesia?
Come emerge da quanto osservato in precedenza, le Chiese Protestanti di diversa denominazione (soprattutto luterane e calviniste, ma non solo) vantano una presenza secolare nell’Arcipelago indonesiano. Dopo l’Indipendenza e la fine del dominio coloniale, queste chiese hanno generalmente goduto di una certa libertà ed autonomia, garantite dalla Costituzione laica del 1945.
Ciò nonostante, si possono verificare, sebbene localmente, degli episodi di intolleranza, come quelli recentissimi di Sukabumi e Padang; evidentemente, una parte della società e delle istituzioni indonesiane non accetta uno statuto secolare per l’Indonesia, e si arroga il diritto di applicare la propria interpretazione personale della legge. Si tratta di episodi isolati, che costituiscono l’eccezione all’ordinaria capacità di convivenza, ma che testimoniano un problema da non sottovalutare, specialmente in un Paese in cui la radicalizzazione ed il terrorismo costituiscono un problema persistente e strutturale.
Il contributo alla pace, alla tolleranza, al pluralismo ed alla convivenza deve dunque provenire da tutte le istituzioni, a prescindere dal loro livello; si deve promuovere un’identità che spesso si basa sull’appartenenza religiosa, ma che si deve trasformare nel senso indicato dalla Costituzione del 1945 e dal suo principio ispiratore, la Pancasila. Da questo punto di vista, le Chiese Protestanti (ma non solo) si sono rivelate capaci di un autentico dialogo e rispetto per un Paese che sta cercando (con evidente fatica) di diventare un luogo in cui sia realizzato il motto della nazione, Unità nella Diversità. Per questa ragione, le Chiese Protestanti possono assumere un ruolo ancora maggiore rispetto all’attuazione della Pancasila e dei diritti fondamentali, che devono essere accordati a tutti, a prescindere dalla religione professata.
Letture Consigliate
Sukamto, A. (2022). Muslim-Christian relations and collaborative efforts to build Indonesia. International Bulletin of Mission Research, 46(4), 525-539.
A. Spicer (2016). Parish Churches in the Early Modern World. Routledge.
Laamann, L. P. (2022). The Protestant missions to South-East Asia: experimental laboratory of missionary concepts and of human relations (circa 1780–1840). Exchange, 51(3), 266-286.












Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.