Al Morlacchi “Matteotti, Anatomia di un fascismo” mai far finta di non vedere, di non sapere
Ottavia Piccolo e Orchestra Multietnica di Arezzo, viribus unitis al Morlacchi… per non dimenticare. Questo il testo e il sottotesto che anima uno spettacolo decisamente politico. Se intendiamo politica come attività collettiva, riflessione su noi stessi, sulla partecipazione dei cittadini al dibattito pubblico, storico, civile e culturale.
A cento anni di distanza dall’omicidio Matteotti, le parole di Stefano Massini (autore) si coniugano efficacemente con la voce e l’interpretazione di Ottavia Piccolo (diretta magistralmente dalla regista Sandra Mangini), i suoni e gli effetti musicali de I Solisti dell’Orchestra Multietnica di Arezzo.
D’altronde non è la prima volta che Massini e Piccolo si trovano in sintonia. Il duo ha dato vita a spettacoli di grande impegno civile come Occident Express, Donna non rieducabile, Cosa Nostra spiegata ai bambini, Enigma e, adesso, Matteotti. Anatomia di un fascismo.

Una narrazione alta, una vera e propria teaching session che non si ferma alla scontata dimensione pedagogica, ma che coinvolge e attualizza, funge da richiamo alla vigilanza perché tutto quello non accada mai più.
La narrazione è condotta partendo dagli anni giovanili, quando a Ferrara si incontrano e si scontrano i giovani Matteotti (Tempesta) e Italo Balbo, futuro quadrumviro e trasvolatore dell’Atlantico.
La narrazione è insieme sobria e appassionata, si vale di pochi elementi scenografici ideati da Federico Pian, e video creati da Raffaella Rivi le cui immagini dinamiche si dilatano e si restringono con semplice efficacia.
La narrazione contiene delle vere perle letterarie-teatrali. Penso alla descrizione della luce di Roma, alla narrazione del rapimento visto attraverso la testimonianza di due contadini di ritorno dal mercato e di due bambini che assistono distrattamente all’evento mentre contano gli elementi di un mazzo di carte. O anche la descrizione delle differenze economico sociali fatta attraverso i quattro/cinque cappotti che il possidente tiene nel proprio guardaroba. Osservazioni apparentemente minimali che diventano metafora e realtà fattuale.
Uno spettacolo che ha coinvolto un pubblico osannante, composto anche di tanti giovani, in platea e in loggione. Il che non può essere che un bene.
Detto tra noi. Al termine dello spettacolo un rapido scambio di opinioni con Giuseppe Giulietti, coordinatore di Articolo 21 e vecchio sodale di Ottavia Piccolo. La quale è molto legata a iniziative come il Premio Paolo Giuntella. Ebbene Giulietti ha proposto un’osservazione pertinente che mi piace condividere col lettore. Dice: “Perché non inserire nello spettacolo la voce vera di Giacomo Matteotti?”. Personalmente non mi risulta che l’audio sia disponibile, ma, se così fosse, gli autori dovrebbero pensarci.









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