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«Reimagining Aria» di Dario Savino Doronzo e Pietro Gallo: una sintesi esaustiva fra due mondi apparentemente distanti (DiG, 2023)

Tutto l’impianto sonoro dell’album si fonda su un perpetuo andirivieni tra passato e presente con visionari sprazzi di futuro che, facendo salvi i principi nel suo sistema melodico-armonico, profilano un inedito pensiero musicale, una nuova onda d’urto avulsa dalla grammatica tradizionale.

// di Francesco Cataldo Verrina //

Trovandosi tra le mani un disco della pregevole fattura di «Reimagining Aria», dove spunti letterari, poetici e filosofici si accavallano in flusso continuo di suggestioni, è basilare fare una precisazione, apparentemente banale, ossia cogliere la differenza semantica che intercorre tra «antico» e «vecchio». Va da sé che l’idea di collocare in un contesto di moderna rilettura delle classiche arie o temi appertenuti ad autori, sovente sconosciuti ai cultori del jazz, potrebbe apparire come un esercizio di stile, manieristico e velleitario e, perfino, ridondante. Al netto parliamo di originali metamorfosi e riletture di Arie Antiche italiane (ri)composte da Daniele Sardone. In realtà il trombettista-flicornista Dario Savino Doronzo ed il pianista Pietro Gallo non sono nuovi a questa difficile ed ardimentosa scelta di campo d’indagine e di dinamica espositiva e ricompositiva. Molti ricorderanno il precedente «Reimagining Opera», riuscitissimo nell’esecuzione e nell’impalcatura formale e sostanziale. La storia si ripete con le medesime regole d’ingaggio e con l’ausilio di un’innata prosodia musicale, dove il ritmo poetico si trasforma in un linguaggio sonoro fatto di note che raccontano più delle parole, assecondate dalla sinergica compliance fra i due sodali con l’ausilio di Gabriele Mirabassi al clarinetto nelle tracce (2, 4 e 8). Dice Doronzo nelle note di copertina: «Omaggiare il passato per dialogare con il presente è il movente ambizioso del progetto. Una metamorfosi che ambisce a trascendere la tradizione verso prospettive e potenzialità contemporanee, proiettando le note in un universo eclettico dove non mancano ricerca, continuità ed emulazione del passato».

Il disco è una discesa verticale nel sacrario di una certa musica erudita, ma non contiene nulla di «vecchio», inteso come elemento fermo e cementificato nel tempo o superato dagli eventi, mentre come direbbe Montale, diventa «Musica senza rumore che nasce dalle strade, s’innalza e ricade (…) Scatta, ripiomba, sfuma (…) Non s’ode quasi, si respira», traslando dunque quel senso di «antico» che diventa linfa vitale in un progetto attualizzato, che coniuga jazz e classica, quasi come un equivalente in poesia della composizione «debussiniana», la quale riproduce fedelmente l’idea di un testo musicale proveniente dal passato, nelle cui strofe si cela anche la sua poetica di esecutore e compositore, capace di compiere una sintesi esaustiva fra due mondi apparentemente distanti. Le parole del flicornista Doronzo diventano alquanto chiarificatrici: «II progetto ripercorre un cammino singolare, nell’alveo dell’interpretazione, in sinergia con il pensiero del filosofo francese Paul Ricceur: le musiche -alter ego dei testi – si elevano al di sopra delle intenzioni degli autori che le hanno create per produrre e (ri)creare un altro significato, autonomo e nuovo, in cui la spiegazione e comprensione sono unite, e non opposte, nel processo interpretativo. E andare oltre se stessi, oltre ogni limite di tempo e spazio». Come dire che la volontà degli esecutori, pur essendo musicalmente aderente, risulta istintiva e non programmatica, sulla scorta di un modus agendi tipicamente jazzistico, che si contrappone all’aulica eloquenza del vecchio idioma sonoro, evitando di creare una moderna controeloquenza accademica e parruccona. Il piccolo ensemble tenta la carta della contaminazione e dell’arricchimento espressivo già nell’opener «Intorno all’idol mio» di Antonio Cesti; per contro «Sebben, crudele» di Antonio Caldara diventa un’agile acrobazia fra stili molteplici e salti quantici. «Chi vuole innamorarsi» di Alessandro Scarlatti subisce un trattamento di bellezza ringiovanente ed esotizzante, attraverso la mania tipica dei jazzisti, da Charlie Parker a Mingus, d’innestare nel flusso tematico sprazzi di melodia provenienti da altre composizioni. Nello specifico, Scarlatti trova il suo alias in una canzone turca «Begonvil» di Sezen Aksu, che apporta al parenchima sonoro essenze d’oriente ed un’aura più brunita e nostalgica.

Tutto l’impianto sonoro dell’album si fonda su un perpetuo andirivieni tra passato e presente con visionari sprazzi di futuro che, facendo salvi i principi nel suo sistema melodico-armonico, profilano un inedito pensiero musicale, una nuova onda d’urto avulsa dalla grammatica tradizionale, così «O cessate di Piegarmi» di Scarlatti che spinge l’ascoltatore in un paesaggio sonoro dai contorni sfumati e sospesi, altri più accentuati, ma che scaturisce dalla necessita di ridare dignità espressiva a ogni nota e a ogni suono ricollocandoli in un habitat sonoro contemporaneo; seguendo la stessa logica, «Quella fiamma che mi accende di Benedetto Marcello assume le movenze intriganti di un habanera dal ritmo lento e flessuoso e in odor di Ravel. «Tu c’hai le penne d’amore di Giulio Caccini si manifesta mediante un amalgama perfetto fra atmosfera e musica, sia nelle scelte esecutive che nella metrica e nel processo ritmico. «Delizie contente che l’alma beata» di Francesco Cavalli si corrobora imbattendosi e fondendosi con «No Other Love» ispirato allo Studio Op. 10 n. 3 di Chopin. «Dall’amor più sventurato» di Nicola Porpora chiude i battenti sostanziandosi in un’architettura poetica e contrappuntistica che custodisce l’immagine di un paesaggio sospeso in un’esperienza affettivo-musicale di straordinaria bellezza. Scorrendo in lungo e in largo tutto l’album, del jazz si percepisce il minimalismo teso a contenere l’aulicità e la grandiosità formale e l’anti-sentimentalismo tipico di certi melismi da operetta o da melodramma ante-litteram. L’impatto sonoro creato in «Reimagining Aria» emerge dalla perfetta empatia fra gli strumenti ed è volto a ritrarre, come in un’istantanea, sia una dissonanza sonora che una risonanza interiore, la cui ispirazione diventa elemento comune ed aggregante, nonché illuminazione creativa, soggetto dialogante ed appiglio narrativo.

Gallo / Mirabassi / Sardone / Doronzo

www.doppiojazz.it

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