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«The Coltrane Suite And The Other Impressions» di Adriano clemente: una lectio magistralis di jazz (Dodicilune 2023

// di Francesco Cataldo Verrina //

John Coltrane è un santo: in primis lo è laicamente per tutti i cultori, gli appassionati e gli studiosi di jazz moderno, in seconda istanza la santità di Trane va ricercata in quella sua costante fuga dall’immanente e dalla caducità dell’hic et nunc terreno ed in quel desiderio ardente di contatto con il trascendente esternato attraverso una modalità esecutiva che guardava sempre verso l’alto; soprattutto per la chiesa africana John Coltrane è un santo a tutti gli effetti. La spiritualità africana, basata sull’animismo o sul panteismo, piuttosto che su una cosmogonia fitta di miti e leggende, si esprime per mezzo di linguaggi molteplici, i quali sono sovente speculari alla multiforme ed inquieta personalità del sassofonista di Hamlet, il cui modo di pregare in musica era simile ad una serie di pulsazioni ritmiche, cosi come avviene in talune ritualità tipiche del continente nero. Per tanto, l’universalità di Coltrane è contenuta nel suo legane quasi ombelicale con la Grande Madre Africa. Trane, senza mai farne oggetto di speculazione politica o di ostentato impegno terzomondista, ma solo musicale e spirituale, è stato il jazzista che più di ogni altro ha saputo gettare un ponte fra Africa ed Afro-America. Vi è di più: in Coltrane sembra che i quattro punti cardinali della musica si congiungano in un unico afflato. Da un certo punto in avanti, l’uso del modale lo spinse a sondare idealmente habitat sonori appartenenti alle culture altre ed al Sud del mondo. Rebus sic stantibus, il sassofonista dell’amore supremo diventa una sorta di hub di collegamento per qualsiasi progetto che voglia espandersi in ogni direzione possibile del jazz nell’accezione più larga del termine: dal post-bop al free form fino alle musiche dei mondi possibili ed impossibili.

«The Coltrane Suite And The Other Impressions», è una lectio magistralis di jazz a 360°, che supera le barriere del tempo e dello spazio fisico della musica; un’opera imponente strutturata in un doppio album, pubblicato dall’etichetta Dodicilune, che usa la filosofia, il karma, il sound e l’esperienza coltraniana come una rampa di lancio per esplorare universi sonori molteplici. L’emerito artefice del progetto è Adriano Clemente, pianista, polistrumentista, compositore e arrangiatore, salentino d’origine e napoletano d’adozione, il quale ne racconta la genesi: «La suite è un viaggio immaginario nel flusso mentale dell’artista, a partire dalla Madre Africa come sfondo della sua eredità, per poi proseguire con le varie fasi della sua invocazione di libertà dalla sofferenza, il suo risveglio, la sua predicazione attraverso il sax, la sua ascesa verso una dimensione serena e la santità del suo essere musicale. Ho iniziato a scrivere queste composizioni intorno al 2013 per il mio Akashmani Ensemble, e all’inizio avevo solo un brano, intitolato «Saint John», che poi è diventato «Preach On My Horn». Quindi ho avuto l’idea di assemblare altre composizioni e scrivere nuova musica per preparare una suite dedicata al risveglio spirituale di Coltrane. L’ultimo pezzo, «All Praise», è stato scritto poche settimane prima della sessione di registrazione». Adriano Clemente è un indagatore, uno scopritore ed un cesellatore di suoni, dotato di una personalità inquieta, animata da un dinamismo perpetuo, sempre alla ricerca di un nuovo Eldorado creativo ed ispirativo: di certo non è un jazzista accademico e convenzionale. Ad esempio, Adriano ama descrivere così l’approccio con gli strumenti. Dichiarazione che, per taluni aspetti, ne tratteggia la personalità: «A volte suono il piano come se fosse un santur iraniano e l’arpa venezuelana, che ho studiato durante i miei soggiorni invernali all’Isola Margarita, come se fosse una Kora africana».

Gli elementi che hanno contribuito alla riuscita del progetto sono molteplici: in primo luogo la scelta di una sassofonista con background jazzistico ampio e stratificato, capace di declinare la sintassi coltraniana ed il suo senso della narrazione con naturalezza e padronanza, che ne avesse anabolizzato e metabolizzato gli insegnamenti e la lezione ideale, ma soprattutto in grado di non cadere nel ricalco. Clemente, che Inizialmente aveva pensato a Ravi Coltrane figlio di John, racconta: «Per quanto riguarda Coltrane, cercavo una voce che potesse portare con sé l’intera tradizione del sassofono jazz e che avesse un suono grande e vibrante. Nella primavera del 2021, nell’ultima fase del blocco, ho saputo che la grande leggenda del sax tenore David Murray era in viaggio in Italia con sua moglie Francesca, e quando l’ho contattato per proporgli la nostra collaborazione ha subito risposto positivamente. Il modo in cui ha interpretato la mia musica e i profondi livelli di espressione che ha raggiunto attraverso il suo corno sono a dir poco meravigliosi». Il doppio album, suddiviso in tre suite ideali,«Mother Africa», «Other Impressions» e «New Orleans Portrait», contiene un variegato pantone di cromatismi, stati dabino, vibrazioni ed atmosfere coltraniane ad ampio spettro, che vanno dal risveglio spirituale di fine anni Cinquanta, passando per la prima fase iper-modale, fino a giungere all’apoteosi free form ed ascensionale che caratterizzò il tratto terminale della carriera del sassofonista, dove si avvertono forti sentori ayleriani e misticanze alla Pharoah Sanders. Per intenderci, nel doppio CD propone ben venticinque composizioni originali scritte e arrangiate dal band-leader, il quale suona piano, tromba, arpa, kundi, kalimba, balafon, flauto, shawm, sax soprano/alto, bowed cümbüs, affiancato dal The Akashmani Ensemble, una rodata formazione nata nel 2011, che comprende Marco Guidolotti (sax baritono/tenore, clarinetto, clarinetto basso), Daniele Tittarelli (sax alto), Antonello Sorrentino (tromba), Massimo Pirone (trombone, trombone basso), Ettore Carucci (piano) e Francesco Pierotti (contrabbasso): tutto l’ensemble è corroborato dalla dalla presenza di due grandi musicisti statunitensi: al sax tenore David Murray, vincitore di Grammy Award, artista che dagli anni ’70 in poi ha collaborato con la più eminente nomenclatura jazz del periodo, nonché fondatore del World Saxophone Quartet con Oliver Lake, Julius Hemphill e Hamiet Bluiett; senza tralasciare il batterista Hamid Drake, maestro di poliritmie africane, già collaboratore di Don Cherry, Borah Bergman, Peter Brotzmann, William Parker, Toshinori Kondo, Marylin Crispell, Pierre Dørge, Georg Gräwe, Herbie Hancock ed altri. Ospiti in alcuni brani anche Fabrizio Aiello (congas), Alessio Buccella (piano), Michelangelo Scandroglio (contrabbasso), Michele Lanzini (violoncello) e Michele Makarovic (tromba).

In «The Coltrane Suite And The Other Impressions», Clemente, forte di una visione espansa e multietnica del jazz , dimostra di essere un demiurgo, un perfetto ordinatore: basti pensare alla complessità del progetto, alle tante personalità da coordinare e agli innumerevoli cambiamenti di humus, di umore e di passo presenti nel doppio album, ma soprattutto il musicista leccese dimostra di essere un eccelso compositore: non siamo di fronte ad una rielaborazione del repertorio coltraniano, ma tutto il materiale suonato durante i set è farina del suo sacco. Va da sé che il microcosmo coltraniano diventi solo una cornice intorno ad un quadro d’autore. Nella costruzione sonora di Clemente, mai calligrafa ed emulativa, emergono sentori di «Giant Steps», »Lush Life» «Africa/Brass», «Ole» «Impressions», «A Love Supreme», «Ascension», «Expression», «Meditations», «Stellar Regions», «Kulu Sé Mama», «Transition» ed altro ancora, ma sono solo suggestioni, come brevi citazioni inserite in un lungo romanzo d’appendice. Le parole di Adriano sono piuttosto eloquenti: «In questo lavoro ho cercato di esprimere la musica così come la concepisco: tanti linguaggi diversi che si dirigono verso una sola sostanza. Quella del jazz, al quale mi dedico da vent’anni, anche se non mi considero un jazzista puro (…) «So che sto per dire un’eresia: a John mi sono avvicinato grazie a «A Love Supreme», ma per la mia maturazione non lo considero un disco fondamentale. Lo sono stati, invece, «Stellar Regions» del 1967 e quasi tutte le registrazioni della fase che va dal 1965 in avanti: per esempio, il brano «Ogunde» tratto da «Expression», sempre del 1967. In questo periodo Coltrane aveva raggiunto una dimensione così lirica, eppure così esplosiva con quel vibrato alla Ayler (Albert), da trasformare la musica in forza catartica. Il mio obiettivo è stato quello di riportare la sua musica nell’essenza umana: un elemento di riconciliazione con la nostra dimensione ed esistenza. Soprattutto in quest’epoca, nella quale il contributo spirituale di Coltrane potrebbe essere fondamentale per l’evoluzione consapevole e pacifica degli esseri umani».

Il progetto di Adriano clemente è soci induce a varie considerazioni e su vari fronti: l’importanza di Coltrane come pacificatore dell’animo umano attraverso l’ascesi musicale; la capacità olistica di una musica ricca di blackness, armonicamente polimorfica e ritmicamente policroma, multitematica ed improvvisativa, di muoversi in differenti direzioni e divenire immaginifica, quale nutrimento per i sensi e spirituale, quale cibo per l’anima; l’abilità a guardare nello specchietto retrovisore senza smarrire mai il contato con l’attualità del pensiero e lo spirito dei tempi, ma soprattutto venticinque componimenti originali implementati all’interno di un vasto range creativo ed espositivo, dispensati come una serie di combinazioni strumentali, infittite di groove gravidi di negritudine, roventi, tribali, ma la contempo equilibrate, mercuriali e capaci di sortire meraviglia ad ogni cambio accordale o sviluppo tematico. Un melting-pot di suoni e di idee che sottolinea fondamentalmente le capacità proteiformi di un musicista (parlo di Adriano Clemente) costantemente sul piede di «guerra», intento a trovare un senso di «pace» interiore, ma ecumenicamente applicabile e confluente. Queste le sue parole: «Tutta la musica suonata e ascoltata in un certo modo conduce ad una connessione con l’interiore perché va al di là della nostra dimensione».

Adriano Clemente Ensemble

www.doppiojazz.it

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