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«The Omnichord Real Book» di Meshell Ndegeocello, il primo capolavoro non-jazz della Blue Note

Meshell Ndegeocello

// di Francesco Cataldo Verrina //

In ogni decennio la musica african-american si rigenera ed impone una «divinità» che ne comprenda, grosso modo, tutti gli assunti del momento. Meshell Ndegeocello è il nome attualmente più ricorrente nell’ambito di quella che vie definita, in tale caso in maniera riduttiva e approssimativa, BAM: Black American Music. Di certo, riassumere in due parole l’arte e la parabola ascendente della Ndegeocello non è impresa agevole; il generico black american music appare estremamente riduttivo. Stiamo parlando di un fenomeno che ha mostrato una crescita progressiva ed un flottante attivo e che, in quasi trent’anni di carriera, ha saputo erigere intorno a sè un habitat sonoro ideale, un microcosmo ad usum delphini, un enclave personale entro cui poter spaziare a suo piacimento. La bassista esordisce nel 1993 per l’etichetta di Madonna, la Maverick Records, con «Plantation Lullabies», caratterizzato da una miscellanea di spoken-word, R&B e proto-neo-soul, a cui segue nel 1996 «Peace Beyond Passion’», fino alla svolta rock di «Bitter» basato su composizioni acustiche scarne ed essenziali, contenente perfino un pezzo di Jimi Hendrix; dalla repentina virata verso il jazz con le collaborazioni di Pat Metheny e Cassandra Wilson, o il sentito tributo a Nina Simone, e via via fino «Ventriloquism» del 2018. Quindi cinque anni di silenzio interrotto solo da «The Omnichord Real Book» nuovo progetto discografico su doppio vinile, giunto nei negozi italiani da qualche settimana e che, come vedremo, rappresenta un’autentica svolta per la carriera della polistrumentista americana.

Meshell è sempre stata coraggiosa nelle sue continue metamorfosi, emulando vagamente il percorso accidentato ed imprevedibile del tanto (da lei) ammirato Prince, che rispetto alla mutevole e burrascosa personalità della Ndegeocello, appare come un tranquillo signore di campagna intento a coltivare fiori e piante ornamentali. Del suo storico debutto, Ndegeocello ha fatto della libertà il motore mobile del suo modus agendi, distillando un suono e uno stile, non facilmente perimetrabili, alimentati da molti affluenti della musica nera, sulla spinta di in una raffinatissima e continua metamorfosi, tra influenze soul, funk, reggae, dub, rock e jazz, collaborando con Prince, Lenny Kravitz, John Mellencamp, The Rolling Stones, Alanis Morissette, Pat Metheny, George Clinton, Herbie Hancock, Bryan Adams, Marcus Miller, Cassandra Wilson e molti altri. Oltre dieci nomination ai Grammy Award nel corso di una lunga carriera a macchia di leopardo sono anche un segno tangibile di come lo show-biz americano abbia sempre tenuto in considerazione questo eclettico e proteiforme personaggio, ma senza mai riuscire a darle una giusta collocazione: cantante, rapper, compositrice, turnista, bassista e multi strumentista. Figlia di un sergente dell’esercito USA (sassofonista nella banda militare) e di un’infermiera di stanza in Germania, Meshell Ndegeocello (che in Swahili significa «libera come un uccello»), il cui vero nome è Michelle Lynn Johnson, nasce a Berlino, ma americana a tutti gli effetti di legge e, dopo aver totalizzato dodici album di studio oggi trova la sua «consacrazione» grazie al debutto con la storica etichetta Blue Note: il Pantheon dei divinità del jazz e non solo, il tempio pagano che, sin dagli anni Quaranta, ha sempre celebrato la musica e la cultura afro-americana a vari livelli. Per un artista di colore approdare alla Blue Note significa salire un gradino sopra la media ed avere già in nuce un stampino pronto per la hall of fame.

«The Omnichord Real Book» diventa per Meshell Ndegeocello una catarsi liberatoria. L’artista si mostra più matura e consapevole ed ha inteso scoperchiare la botola di un ripostiglio in cui teneva nascosti i propri segreti, certe paure e talune insicurezze: «Ho detto cose a cui non credo», canta sommessamente la Ndegeocello in un ritornello pieno di tristezza. «Ho fatto cose che non sono io». Il tema è quello di «Gatsby», scritto e inciso per la prima volta da Samora Pinderhughes, ma aderisce all’idea che Meshell sembra desiderosa di contemplare: una questione di principio e non uno stato d’animo passeggero. Una canzone che distilla gocce di emozioni, incentrata sul sontuoso pianoforte di Cory Henry e sull’incredibile voce di Joan As Police Woman, che risucchia il fruitore in un vortice di sensazioni. The Omnichord Real Book costituisce, in un certo senso, il prodotto di uno stridente riallineamento, come spiega la Ndegeocello nelle note di copertina: «Tutto si è mosso così rapidamente quando sono morti i miei genitori. Ho cambiato la mia visione di tutto e di me stessa in un batter d’occhio». «Mentre setacciavo i resti della loro vita insieme», continua, «ho trovato il mio primo Real Book, quello che mi aveva regalato mio padre». Gli appassionati di jazz identificano il Real Book con un volume di spartiti che ha circolato in varie edizioni fin dai primi anni Settanta; il titolo ironizza sulla tradizione di un libro falso, concepito per aiutare i musicisti a «fingere» di aver trovato la loro strada attraverso la melodia. La Ndegeocello, il cui padre – come già accennato – era un sassofonista arruolato nelle bande dell’esercito americano, tende a tenere a distanza la parola jazz, ma c’è un motivo per cui usa, quale pietra di paragone, questo libercolo messo ufficialmente all’indice. The Real Book è stato recentemente posto sotto esame da esperti musicologi e ritenuto come un «canone escludente» dal jazz. Per contro, le informazioni e le nozioni di base contenute in quelle pagine apocrife hanno, presumibilmente, fornito a Meshell Ndegeocello una via d’accesso alla musica ed al jazz, così come ad innumerevoli altri musicisti. «The Omnichord Real Book» più che un album jazz e un album pubblicato dell’etichetta jazz per antonomasia: nonostante vi abbiano preso parte il pianista Jason Moran e l’arpista Brandee Younger, la Ndegeocello plasma e modella il costrutto sonoro con una sagomatura ed un linguaggio tutto suo. I virtuosismi del basso elettrico, si appoggiano sovente sui ritmi sintetici digital-primitivi di un Omnichord a 8 bit, così il groove afro-beat di «Omnipuss» diventa un modo per costeggiare ai lati il jazz senza mai assumerne il pieno carico. Il singolo «Virgo», un inno afro-futurista con gli occhi puntati al cielo scelto a rappresentare l’album in prima battuta, è una magistrale opera di funk/space/rock con un’atmosfera sviluppata dal basso synth della Ndegeocello, dalla vibrante arpa di Brandee Younger e dal fluidificante organo Farfisa di Julius Rodriguez.

Il singolo ha fissato un metro di paragone ben preciso ed uno standard piuttosto elevato, che l’album «The Omnichord Real Book» sembrerebbe rispettare appieno. Sebbene nessuno degli altri brani faccia riferimento a viaggi nello spazio, per terra o per mare, il sentimento che sta alla base dell’intero comprensorio sonoro del disco somiglia parecchio ad un’Odissea. «È un po’ tutto di me, dei miei viaggi, della mia vita», dice Ndegeocello. Il concept musical-canoro rappresenta la summa del vissuto di un’artista mutevole e dal multiforme ingegno che ha pubblicato il primo disco una trentina di anni fa e che intende sintetizzare gli elementi più importanti della propria carriera affacciandosi, contestualmente, sul sponda di un’esistenza non comune e vissuta a velocità variabile. Si potrebbe pensare alla ricerca di una dimensione altra: l’artwork di «The Omnichord Real Book» presenta un’illustrazione della bassista con un terzo occhio che le penetra nella testa. Su «An Invitation», che incorpora il suo drum-programming retrò, la Ndegeocello fa una sorta di confessione: «Temo di aver perso la strada». In altre parti dell’album, l’artista dà voce alle sue aspirazioni o portando i propri ammonimenti in contesti più organici assecondata da Jason Moran, il cui pianoforte sembra incorniciare una sorta di mantra: «Non lasciare che il mondo esterno / Ti distragga dal tuo mondo interiore». L’album è strutturato non come un competizione veloce e bruciante, ma piuttosto come una gara sulla distanza, in cui l’agonismo e l’iperbole creativa crescono progressivamente e dove le prime tracce hanno la funzione di trasportare l’ascoltatore nel mood e nel groove complessivo del progetto. Il cambio di passo è marcato come una pietra miliare dalla quarta traccia, «Good Good», uno dei climax dell’album. La temperatura corporea della creatura sonora si alza notevolmente con il già citato «Omnipuss», uno strumentale locupletato dalla combinazione fra il drumming di Abe Rounds con influenze disco-funk e la l’abrasiva chitarra di Chris Bruce. La musica di Meshell si nutre del suo mondo interiore, creando un universo quasi parallelo.

Oltre a collaboratori abituali come il chitarrista Chris Bruce e il batterista Deantoni Parks, l’album vede la presenza di ospiti quali Jeff Parker, la cui chitarra elettrica tesse un viaggio dalle trame mutevole dal titolo «ASR» in un modello paradigmatico ed esportabile di space/jazz/soul; Ambrose Akinmusire, che si adopera in un coro di trombe multitraccia, sia in un assolo abilmente incastonato in «Burn Progression»; Joel Ross, che dispensa con con eleganza e sobrietà la filigrana metallica del suo vibrafono in «Towers»; Justin Hicks, Kenita Miller-Hicks e Jade Hicks, un trio familiare che si esibisce come The Hawt Plates, il quale apporta in «The 5th Dimension» un adamantino bagliore in odor di Prince e «Purple Rain». Tra gli altri componimenti svetta «Clear Water»: «Non lasciatevi ingannare dal mito del controllo, siate in pace nel caos» declama Sanford Biggins con una tempra rassicurante. Il suo speech pronunciato sopra i licks jazz di Jeff Parker risulta avvolgente, sviluppando un senso di attesa e di sospensione per i primi due minuti, quindi come un animale affamato che esce dalla tana, il compost sonoro tira fuori gli artigli e prende in prestito le armi di Sly & The family Stone, richiamando alla mente il lato più rilassato dei Parliament-Funkadelic di George Clinton. Nel complesso la Ndegeocello, pratica una sorta di rito propiziatorio, attraverso un meticoloso sciamanesimo, dando un tocco lineare e sagomato a ogni tessitura melodico-armonica o pulsazione ritmica. «Tutto è sotto controllo», canta nel pezzo più morbido dell’album, «Call The Tune», assecondata dalla chitarra acustica di Chris Bruce, dal multitraccia di Hanna Benn e dal sassofono contralto di Johnson. In fondo, «The Omnichord Real Book» non tradisce alcun conflitto mentre ripete questa linea, seppure alternando momenti più intimi a situazioni più estroverse, si mantiene costantemente in un’orbita di rassicurazione meditativa, fatta di tensione e rilascio proprio come avviene in un disco jazz.

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