Di Moreno Pedrinzani
Il Camposanto Monumentale e la guerra
Il Camposanto Monumentale di Pisa venne edificato anzitutto come cimitero medievale nel 1277 per opera di Giovanni di Simone, coperto con la terra prelevata in Terrasanta portata dai crociati pisani. Fu luogo di sepolture illustri e nel secolo XIX divenne una sorta di pantheon delle personalità pisane degne di nota. Il suo destino è però indissolubilmente legato ad eventi di molti secoli successivi. Nel tardo agosto 1943 gli Alleati avevano il controllo della Sicilia, risultato dell’operazione Husky, ciò allarmò terribilmente il regime e la casa reale. Le parole di Mussolini “li fermeremo sul bagnasciuga” suonavano ormai come una grottesca frase fatta. Gli Alleati iniziarono la loro lenta risalita nelle Penisola, arrivando a minacciare l’importante porto di Livorno, sede della marina tedesca. Durante gli scontri che ebbero luogo nella caldissima estate del 1944 per il controllo della Valle dell’Arno, la XIV Divisione Corazzata tedesca ripiegò su Pisa, fu qui che diversi colpi di artiglieria sparati dalla V Armata americana colpirono il tetto di piombo del Camposanto di Piazza dei Miracoli a Pisa, che si sciolse e schizzò sulle pareti affrescate. Spesso l’incendio viene attribuito ad un attacco aereo, ma non si trattò di un bombardamento, solo di uno scambio di colpi d’artiglieria durante una vera e propria battaglia.
La distruzione

Scoppiò quindi un incendio incontrollabile che distrusse diversi cicli di affreschi trecenteschi e quattrocenteschi di Piero di Puccio (con le sue varie scene bibliche), Buonamico Buffalmacco (col Trionfo della morte), Benozzo Gozzoli (con le scene dall’Antico Testamento) e altri. L’intonaco si gonfiò facendo delle bolle, portando al distacco e alla distruzione delle opere. Quelli che si salvarono furono comunque irrimediabilmente danneggiati più o meno su ampie parti, così come i sarcofagi antichi e la statuaria classica e medievale accumulata nel tempo per opera e volontà del collezionista ed artista Carlo Lasinio, che rese il Camposanto un vero museo nel corso del XIX secolo, molte opere erano finite spezzate, sparse sul terreno. La città era senz’acqua e la maggior parte delle persone era stata evacuata in campagna, quindi l’incendio non venne domato. La perdita del patrimonio storico fu gravissima, malgrado il tempestivo intervento dei restauratori, che iniziarono a lavorare capeggiati da Benini e Lorenzetti nello stesso anno. I frammenti di intonaco affrescato distaccati vennero recuperati ed inviati all’Istituto Centrale del Restauro nella capitale, dove vennero ricomposti su tela. Alcuni di questi affreschi in precario stato conservativo malgrado gli interventi vennero staccati tra i tardi anni ’40 e gli anni ‘50, mettendo in atto una consuetudine che era oramai desueta, ma ancora praticabile in casi estremi. Praticando il metodo dello strappo vennero alla luce le sinopie, ovvero i disegni preparatori posti sopra lo strato di arriccio, sotto l’affresco stesso. Data la grandezza degli affreschi furono riportati su diverse tavole e divisi in porzioni. Il museo delle sinopie antistante al Camposanto Monumentale permette di vedere questi eccezionali ritrovamenti, che hanno permesso agli studiosi di capire di più sulle tecniche utilizzate nel tardo medioevo, sui disegni preparatori realizzati con terra rossa e schizzati in modo veloce, anche se rappresentano lo spettro o l’ombra delle opere che erano.
I decenni seguenti
Le condizioni climatiche avevano già rovinato gli affreschi negli anni del Medioevo, tanto che i primi restauri sono datati XIV secolo. Nel 1960, comunque, il Camposanto Monumentale era ancora un rudere, solo a metà degli anni ’80 si passò alla valorizzazione, anche operando nuovi restauri, dato che i primi interventi si stavano rivelando inadeguati a resistere al tempo, per culminare col nuovo laboratorio del 2008. Ebbene, non si dimentichi che questo è un luogo descritto dal Vasari, meta di turismo dei tempi del Grand Tour, tutto ciò malgrado il codice basso e grottesco degli affreschi, ancora stilisticamente duecentesco e basato sulla risposta emotiva più che sulla ricerca spiritualmente elevata. Particolarmente significativo il tema del gigantesco affresco principale di Buonamico Buffalmacco, un tema essenzialmente medievale: l’incontro dei tre vivi e i tre morti tratteggiato con crudo realismo. Tre principi infatti scoprono le bare di tre morti in diversi stati di putrefazione, a memoria di cosa diventeranno anche loro, un giorno. Ecco, è proprio questo monito all’impermanenza ad essere emblematico, un monito alla caducità della vita, magari strappata dalla guerra, all’impermanenza dei beni culturali, che in ogni istante possono finire annichiliti dal furore delle circostanze che, quando non è furia iconoclasta, è semplice incuria e follia devastatrice, dove niente conta se non la distruzione totale del nemico, che è poi la cifra della guerra del Novecento, dove il fine giustifica sempre i mezzi.
Bibliografia
H. Flora, S. S. Wilkins, Art and Experience in Trecento Italy, Brepols, Turnhout, 2018.
P. De Vecchi, E. Cerchiari, Arte nel tempo, Il Medioevo, Vol. II, Bompiani, Milano, 2004.
Riviste
V. Ferrando, Il restauro degli afreschi del Camposanto di Pisa: Conferenza
di Carlo Giantomassi in CollegArti ,n°1, DARvipem, Università di Bologna, 2019.
Sitografia
www.terredipisa.it











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