I Kalash: un popolo minacciato dal futuro che spera nelle donne

di Roberta Colombo

«Quindi, così com’è, lo lasceremo stare e ce ne andremo in un altro posto, dove un uomo non è soffocato e può trovare il proprio destino. Noi non siamo uomini da poco, e non abbiamo paura di nulla, tranne che del bere, e su quello abbiamo firmato un contratto. Perciò, ce ne andiamo per diventare re.»

È così che inizia l’avventura, o sventura, dei protagonisti britannici del romanzo di Rudyard Kipling L’uomo che volle farsi re (pubblicato nel 1888): Daniel Dravot e Peachey Carnehan, due ex soldati britannici che si avventurano nelle remote zone montuose dell’Hindu Kush, tra Afghanistan e Pakistan, con in mente un folle piano: farsi incoronare re dal misterioso popolo del Kafiristan, ingannando la popolazione e facendosi passare per due divinità. Un atto di ribellione nei confronti di una madre patria ritenuta “soffocante”, un limite alla loro libertà e ambizione; ma che tracimerà inevitabilmente nel medesimo schema colonialistico, destinato a ripetersi. All’inizio, le inusuali modernità sfoggiate dai due millantatori e un medaglione massonico ammaliano la tribù, curiosa e ipnotizzata da stravaganze mai viste.

Rudyard Kipling

Ma se è vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, la presunzione di onnipotenza e superiorità tipica del colonialismo occidentale non avrà vita lunga nella terra degli odierni Kalash, e il piano non reggerà. Senza anticipare l’epilogo, per chi mai vorrà leggere il romanzo, ciò che colpisce della storia è come la situazione verrà poi ribaltata: sarà proprio grazie alla furbizia di una donna della tribù promessa in sposa ad uno dei protagonisti, infatti, che il piano dei “Re britannici” fallirà miseramente. 

A  distanza di anni dal romanzo di Kipling, ispirato dai popoli di questa regione che oggi potremmo identificare con i Kalash o i Nuristani, è sorprendente vedere come la tribù che vive in questa zona remota del Pakistan, ancora oggi difficilmente raggiungibile se non attraverso un’impervia strada di montagna, tra dirupi e posti di blocco, debba la sua (precaria) sopravvivenza alla forza delle donne e alla loro capacità di preservare nel tempo tradizioni, identità e natura. Un equilibrio che ha permesso a questa tribù, di circa 3.000-4.000 anime, di fare della propria terra culla e arma di difesa, grazie anche alla sua posizione nella zona montuosa del Chitral che rende difficile raggiungerla.  Le case dei villaggi Kalash sembrano quasi nidi rapaci che si arrampicano sulle rocce, fatte di materiali naturali che si confondono perfettamente con il paesaggio circostante.

By Tahsin Shah – Own work, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=87532947

Al contrario dei paesi vicini, la donna kalash, sebbene in un contesto ancora patriarcale, assume nella società un ruolo fondamentale e ben riconosciuto. E pensare che a pochi chilometri, la maggior parte camminano come fantasmi sotto un burqa silenzioso. Le donne kalash, invece, che in molti ritengono discendenti di Alessandro Magno a causa della loro singolarità sia nell’aspetto fisico che nelle usanze etniche e religiose, sfoggiano con orgoglio i propri abiti tradizionali fatti di colori, perline, e i tipici copricapi chiamati shushut. I loro capelli, che non scompaiono sotto un velo, sono lunghi e curati, parte di una tradizione millenaria che vuole che vengano lavati nel fiume della valle con un’attenzione quasi rituale. 

Le donne Kalash vengono considerate tra i principali pilastri della resistenza culturale.

Soprattutto in questo momento storico, dove la loro sopravvivenza è minacciata da diversi fattori, tra cui le pressioni per la conversione all’Islam. Fatto in cui gli uomini sembrano più vulnerabili, al contrario delle donne, che sono tradizionalmente le custodi della religione e delle tradizioni, protagoniste delle festività e dei rituali, impegnate nel mantenere viva la cultura animista Kalash, anche attraverso danza, canti e musica. E, strano ma vero in questa parte del mondo, possono scegliere chi sposare e anche divorziare dal marito. Tutte cose impensabili nel vicino Afghanistan, tornato sotto il regime talebano.

By Imhammadali – Own work, CC BY-SA 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=39947283

Parte della loro forza risiede nella loro capacità di trasmettere la cultura alle nuove generazioni, educando i bambini su riti e tradizioni religiose.

Questa possibilità di educazione materna, fondamentale per trasmettere alle nuove generazioni valori autentici, è invece totalmente negata in contesti dove l’educazione è di fatto a trazione patriarcale, e questo ha permesso al fondamentalismo e ad altre forme di estremismo di colmare in modo insano un gap culturale, lasciando che l’ignoranza favorisse la manipolazione della gente per scopi politici e dittatoriali.

Ma chi sono i Kalash?

Sono un popolo dalle radici e origini ancora poco chiare per gli antropologi, che si ritiene discenda da gruppi che un tempo abitavano la regione più ampia che includeva il Kafiristan (oggi una parte dell’Afghanistan). Il nome “Kafiristan” in sé significa “Terra degli infedeli”, ed era una regione in cui vivevano popolazioni che seguivano religioni diverse dall’Islam, come il paganesimo. 

Anche se oggi i Kalash sono concentrati nel Pakistan, le loro origini sono strettamente legate a popolazioni che vivevano su entrambi i lati del confine con l’Afghanistan, ed è probabile che ci siano influenze culturali e linguistiche reciproche tra i Kalash e le popolazioni afghane che vivono nelle aree confinanti. 

A seguito delle persecuzioni dei popoli indigeni che seguivano religioni animiste o zoroastriane in Kafiristan, nel XIX secolo, l’Emiro di Kabul, Abdur Rahman Khan, islamizzò con la forza la regione e le popolazioni furono convertite all’Islam. Durante questo processo, molti dei discendenti di quei popoli si spostarono nelle valli pakistane (Chitral), dove i Kalash continuarono a praticare la loro religione pagana. Quindi, storicamente, i Kalash erano parte di una più ampia area che includeva anche territori oggi sotto il controllo afghano, e c’era un legame con le popolazioni del Kafiristan, che erano simili per lingua e religione prima dell’islamizzazione forzata. 

Una minoranza preziosa che rischia di scomparire

Pelle chiara, spesso occhi chiari e lineamenti non propriamente tipici delle regioni limitrofe, e una religione animista, fanno di questo popolo un’eccezione meravigliosa e affascinante, che ancora oggi ha qualcosa da insegnare a chi, avventurandosi alla sua ricerca, pensa di trovare un luogo fatto di gente “fuori dal mondo”, infelice, forse, perché senza comodità, servizi, svaghi, centri commerciali, smartphone. Sempre con l’illusione occidentale, che involontariamente ci portiamo dietro come un fardello, che gli altri da noi debbano imparare tutto, che siamo avanti e loro indietro. 

Ma l’inganno è sempre dietro l’angolo, e l’apparenza delle cose, ancora una volta, ci frega. 

Custodi di tradizioni millenarie anche culinarie, che pur semplici, pare abbiano segreti di salute e longevità, oggi cominciano a essere conosciuti anche turisticamente grazie a tour operator di nicchia, all’uso dei social e al lavoro di coraggiosi youtuber, che hanno realizzato video e documentari alla portata di tutti. Un modo per diffondere e preservare queste culture, ma che allo stesso tempo le espone inevitabilmente al pericolo di un turismo non sostenibile, alla contaminazione inevitabile con altre culture, o ad una mercificazione delle tradizioni locali.  L’autentica serenità di alcuni popoli, come i Kalash, pur tra le difficoltà di una terra a tratti inospitale e isolata dalle principali città, è ad oggi braccata perché vista come una minaccia . La zona, infatti, ultimamente non è stata risparmiata da attacchi terroristici e dagli assalti di chi vorrebbe cancellare questa minoranza attraverso la conversione forzata. In poche parole, i Re millantatori di Kipling, sono sempre dietro l’angolo. Ma difendere la sopravvivenza di questi popoli, innumerevoli nel mondo e spesso poco conosciuti, equivale a difendere la nostra stessa umanità e un patrimonio di conoscenze e tradizioni che non sono poi così lontane da noi.

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