«Un paese non è come lo vedi. Un paese è come lo vivi». Alla XVIII edizione del “Diamante Nero” di Scheggino il libro di Giuseppe Caruso

«Quattro anni fa mi identificavano come un pazzo. Un anno fa mi chiamarono visionario. Ora tutti mi chiamano Maestro. Ma sono sempre quel semplice calabrese che dodici anni fa ritornò in Calabria insieme alla moglie per amore della propria terra»

Scheggino [Pg], 7 Aprile 2025 – Quando Giuseppe Caruso sale sul palco del piccolo teatro di Scheggino, non è un autore qualunque a prendere la parola. È uno scrittore-artista che si porta addosso il silenzio della sua terra, il calore dei racconti tramandati, la voce tremula di chi ha troppo cuore per filtrare l’emozione. Un fenomeno sociale, più che “social”. Un “folle”, così ama definirsi, uno che vive nella narrazione e della narrazione, capace di contagiare non solo i paesi vicini alla sua Petilia Policastro, in Calabria, ma anche le valli umbre e le loro comunità. Un visionario che scrive come si parla, che parla come si sogna. Con lui si chiude la XVIIIa Edizione della rassegna di Scheggino “Diamante Nero”, una delle più intense tappe dell’Umbria gastronomica, un evento dedicato al tartufo, ma anche un grande evento per promuovere il patrimonio artistico e culturale del territorio. E non a caso, il suo libro, “Un paese non è come lo vedi. Un paese è come lo vivi”, è una dichiarazione d’amore. Non una raccolta di racconti, ma una forma di resistenza affettiva. Di restanza, come direbbe l’antropologo Vito Teti. E infatti Teti scrive che «restare non è un atto di inerzia. È una forma attiva di scelta, è dare senso al vuoto, abitare la distanza, ridare voce al silenzio». E Caruso, con le sue storie, fa esattamente questo. Trasforma i luoghi dell’abbandono in territori dell’anima. La voce si incrina, gli occhi si fanno lucidi: «Alle cinque del mattino mi sveglia già il gallo. E non dormo più. Allora esco e raccolgo pensieri, ascolto la gente, e poi scrivo nella testa i racconti che vivranno nel libro dopo». Così si presenta Giuseppe Caruso, con quella sua dolce ritrosia, davanti a un pubblico che non respira per non interrompere l’incanto. A fianco a lui, sul palco, l’imprenditrice Olga Urbani, che commossa continua la lettura del suo racconto preferito: «Un uomo che si fa narrazione, che trasforma ogni silenzio in parola. Così l’ho scoperto su Facebook. Volevo incontrarlo, ma lui si negava. Così ho comprato cento copie del libro su Amazon. Solo dopo, piano piano, mi ha aperto la porta. E il cuore». Anche il Sindaco di Scheggino, Fabio Dottori, non trattiene la commozione nel salutare «questo autore calabrese che ormai è uno di noi». La Dirigente scolastica Roberta Galassi dell’Istituto Alberghiero di Giancarlo De Carolis di Spoleto e la prof.ssa Manuela Arminio della biblioteca “Libri Liberi”, con la loro partecipazione, rafforzano la sensazione di un evento che ha superato i confini della semplice presentazione letteraria. A condurre l’eclettico Massimo Zamponi, direttore artistico della rassegna, che ha saputo cucire i frammenti di racconto come un artigiano delle emozioni. E poi, come sigillo finale, la voce del giovane cantautore Francesco Bussotti, che con un set essenziale e ben costruito ha conquistato l’attenzione del pubblico in sala. Ed è il libro, ora, a meritare l’attenzione. Le paginedi Caruso si leggono senza prendere fiato. Sono di quelle che fanno piangere senza preavviso, sequenze che scorrono come frame di un film interiore. La scrittura è asciutta, realistica, mai banale, ma carica di un’umanità che sembra perduta, e invece no. C’è ancora. Vive tra queste righe. Giuseppe Caruso risponde con la narrazione all’abbandono. Dove molti vedono macerie, lui vede bellezza. Dove altri vedono distanza, lui costruisce ponti. Le sue parole non sono un esercizio stilistico, ma un atto di cura, un’offerta agli altri.

E in effetti, il suo libro è questo. Un dono. Una restituzione. Un atto gentile in un tempo in cui la gentilezza è una forma di ribellione. Giuseppe Caruso non ci parla solo di Petilia, non ci parla solo del Sud. Ci parla di noi. Dei nostri nonni, dei nostri ricordi, delle nostre case abbandonate, delle nostre partenze e dei nostri ritorni immaginati. Nel suo cammino, tra Petilia Policastro e Scheggino, non ha fatto che praticare la cultura della restanza: «abitare poeticamente il mondo». Restare, sì, ma restare nella relazione. Nell’incontro. Nella parola che scalda. Perché un paese, davvero, non è come lo vedi. È come lo vivi.

Antonello Lamanna

Comments are closed, but trackbacks and pingbacks are open.