Di Matteo Meloni
L’Iran, paese firmatario del Trattato di non proliferazione nucleare, è da decenni accusato da Israele di perseguire segretamente lo sviluppo di un’arma atomica.
In realtà, Teheran prosegue il proprio programma nucleare civile, portando avanti l’arricchimento dell’uranio sotto il controllo dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA), i cui ispettori effettuano verifiche periodiche. Lo stesso direttore generale dell’AIEA, pochi giorni fa, ha ribadito che non ci sono prove concrete che l’Iran sia sul punto di costruire una bomba nucleare, posizione confermata anche da fonti statunitensi.

Israele, da tempo, sembra intenzionato a trascinare l’Iran in un conflitto diretto. Oggi ci troviamo di fronte a un’escalation in cui lo Stato israeliano, divenuto aggressore, ha iniziato a colpire obiettivi iraniani. Questa offensiva, in parte, sembra anche funzionale a spostare l’attenzione internazionale da quanto sta avvenendo a Gaza — dove cresce l’indignazione globale — e a distogliere il dibattito dai problemi economici e politici interni a Israele stesso. Si sta così riproponendo uno schema già visto con l’Iraq e le presunte armi di distruzione di massa: si cerca di alimentare nell’opinione pubblica la convinzione che l’Iran sia ormai vicino al possesso della bomba atomica.
Ma in realtà le situazioni geopolitiche sono sempre molto più complesse di quanto la narrazione semplificata dei media mainstream lasci intendere. Quello a cui assistiamo è solo la punta di un iceberg che affonda le sue radici in dinamiche storiche, politiche e culturali molto più profonde, come accade spesso in tante altre crisi internazionali.

Theran, 2018, foto di Matteo Meloni
I popoli, ancora una volta, si ritrovano trascinati loro malgrado in schieramenti apparentemente netti, quando la realtà è invece fatta di molte sfumature e contraddizioni. Lo stesso popolo iraniano è sfaccettato, articolato, composto da molte anime e sensibilità diverse, spesso molto distanti dall’immagine monolitica che viene proposta all’esterno. Come sempre, non esiste una verità unica, ma tanti tasselli che attraverso vita vissuta, testimonianze ed esperienze ci avvicinano, forse, a comprendere quanto accade nei contesti più complessi del pianeta.
In questo contesto esiste anche il rischio, troppo spesso sottovalutato, che un eventuale crollo improvviso del regime iraniano possa generare scenari destabilizzanti simili a quanto avvenuto in Iraq dopo la caduta di Saddam Hussein:
la possibilità che il paese precipiti nell’anarchia, o che il potere finisca nelle mani di formazioni ancora più radicali e fondamentaliste, non è affatto remota. E non si può escludere che, in un simile scenario, anche i diritti conquistati — soprattutto quelli delle donne iraniane, protagoniste negli ultimi anni di una coraggiosa mobilitazione — possano essere cancellati e dimenticati, come tragicamente accaduto per le donne afghane dopo il 2021.
Negli appunti che seguono, presi durante il mio viaggio a Teheran nel 2018, emerge proprio questa complessità che troppo spesso viene oscurata dal racconto dominante.

Appunti dall’Iran, aprile 2018
La primavera a Teheran si fa attendere quest’anno, con diverse giornate di pioggia che hanno preso in contropiede i milioni di cittadini della capitale iraniana. “Non piove quasi mai qui – mi dicono alcuni passanti – o nevica o fa caldo. Ma abbiamo bisogno dell’acqua, visto che siamo in un periodo di crisi idrica”. Il tempo a Teheran scorre via veloce o lento a seconda della zona nella quale ci si trova: il centro della città viene ogni giorno invaso da dipendenti pubblici, funzionari, studenti universitari; i vari bazar – a nord, vicino al capolinea della metro rossa Tajrish, o il Grand Bazaar, non distante dal Golestan Palace – ripropongono costantemente i prodotti artigianali locali, le spezie, i costosissimi tappeti fatti a mano nelle principali città iraniane. E i numerosi parchi – il City Park, il Laleh Park, l’Ab-o-Atash Park, il Behesht Madaran Park -, veri e propri polmoni verdi di una città estremamente inquinata, accolgono i cittadini e i (pochi, pochissimi) turisti alla ricerca di aria pulita. È esorbitante il numero di persone che si riversa ogni giorno per le strade di Teheran: le auto sono il principale mezzo, usate sia dai privati che dai numerosi tassisti. Da qualche tempo un’app chiamata Snapp, come Uber nei Paesi dell’occidente, propone prezzi bassissimi per tragitti lunghi anche più di un’ora. Il costo della benzina è talmente esiguo – circa 20 centesimi al litro – che gli spostamenti sulle auto non raggiungono quasi mai i 400 rial, circa 8€: con Snapp si paga la metà rispetto ai classici taxi gialli. La rete della metropolitana è estesa, con numerose linee che incrociandosi più volte permettono di raggiungere i vari punti nevralgici della città. Le stazioni sono moderne e tecnologiche, con murales, mosaici e opere d’arte che abbelliscono le pareti. Sembrano lontane le sirene di guerra che ogni giorno assordano gli abitanti europei e statunitensi. I media hanno elaborato un minuzioso storytelling che porta a pensare che gli iraniani siano rancorosi verso l’occidente, che in ogni angolo della strada si urli “morte all’America”, che si brucino bandiere a stelle e strisce ogni giorno. La realtà è ben diversa, specie a Teheran, dove le donne portano appena il velo sul capo, i giovani fumano mariujana e ci si prende per mano nella zona dell’università e nei bar all’occidentale. Sono principalmente gli studenti a frequentare i ‘cafe’, dove vengono serviti sandwich, lasagne, insalate greche. In sottofondo si sentono le principali hit dei dj europei del momento, insieme alle canzoni dei Queen, dei Pink Floyd, di Sting. “Sei italiano? Che bella Roma! Ma il mio sogno è diventare una stilista, forse per me è meglio Milano”, mi dice Maryam, nome di fantasia ma comune da queste parti. È nei ‘cafe’ che si fanno gli incontri più interessanti: giovani che parlano bene l’inglese, che conoscono il mondo ma per una ragione o un’altra ancora non hanno messo piede fuori dall’Iran. “Io vorrei andare in Germania: lì ci sono diversi miei amici” mi racconta Fatima, piercing al naso, pantaloni strappati, sneakers alla moda. Lei studia ingegneria ambientale, e vorrebbe trovare una soluzione alla siccità che affligge il Paese. “Penso però che a Berlino ci si possa divertire di più che a Teheran”, aggiunge. In questi giorni a Teheran è in corso il Festival Internazionale del Cinema, Fajr. Dando uno sguardo all’interno di un negozio di vestiti sentiamo parlare in italiano. “Parli la mia lingua?”, chiedo ad un ragazzo sui vent’anni. “Certo! Studio lingua italiana all’Università di Teheran e sono l’interprete della signora Cecilia Mangini e del signor Paolo Pisanelli”. Ci stringiamo la mano: lei, 90 anni, è una regista e fotografa che ha collaborato con Pier Paolo Pasolini nel documentare le periferie italiane; lui è un documentarista, premiato in Italia e all’estero. “Questo velo è una vera e propria imposizione!”, mi dice la signora Mangini, che nel suo essere minuta trasmette un’energia da fare invidia ai più giovani. Insieme a Pisanelli terrà una lezione al festival del cinema, dove verranno proiettati diversi film italiani nel mese di aprile. “Puoi darmi il tuo contatto su Instagram?”, mi chiede Mostafa, l’interprete dei due autori italiani. Passa qualche ora e pubblica una nostra foto, ringraziando Dio per averci incontrato e per avergli permesso di studiare la lingua e la letteratura italiana. Gli iraniani di Teheran sono gentili e accoglienti, non passa una giornata senza un ‘welcome to Iran!’. “We’re not Daesh!”, ci dicono in molti, specie gli uomini sulla cinquantina interessati alla politica e che non parlano inglese. Una volontà d’apertura verso altri mondi, in un Paese che è costretto a stare sulla difensiva a causa dei continui attacchi mediatici e diplomatici. Di politica si parla, anche apertamente. “Questo Paese non è libero”, mi dice in una affollatissima metro Anahita. “Le minoranze non possono candidarsi alle elezioni e vengono messe all’angolo”. Un altro uomo, vicino alla Torre Azadi, mi racconta che i suoi fratelli sono in Gran Bretagna e che anche lui vorrebbe partire ma “ormai – dice – mia moglie ha trovato lavoro e sarebbe difficile trasferirsi. Qui c’è fame, gli stipendi sono bassi e la differenza si vede, specie tra il nord e il sud di Teheran”. Ha ragione: il nord è opulento, l’aria è fresca per via dei vicini monti Elburz; nella parte sud gli scarichi delle auto soffocano, una realtà davvero irrespirabile, con uomini e donne intenti ad esercitare i lavori più umili. “Ma con lo Scià la differenza tra ricchi e poveri era abissale, ora la situazione è migliorata!”, controbatte un altro signore che la rivoluzione del ’79 l’ha vissuta. “Se abbiamo voluto un cambiamento, un motivo ci sarà!”. A ricordare il tragico inizio del nuovo Iran delle Guide Supreme ci pensano i manifesti, i graffiti e le statue in ricordo dei martiri della guerra con l’Iraq. In ogni parte della città sono raffigurati i volti dei soldati caduti nel confitto degli anni ’80: giovani e meno giovani che hanno sacrificato la vita per la tutela dell’unità dello Stato. “Saddam ha usato le armi chimiche contro gli iraniani – ricorda una signora sulla mezza età – ma nessuno ci ha aiutato. Ora si parla sempre di Assad: perché se la prendono solo con lui?”. Anche in una recente intervista con la tv statunitense CBS il ministro degli esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, Mohammad Javad Zarif, ha ricordato il comportamento della comunità internazionale verso l’ex rais iracheno durante la guerra tra Baghdad e Teheran: “L’occidente ha prima appoggiato Saddam Hussein nonostante l’utilizzo delle armi chimiche contro gli iraniani per poi – sottolinea Zarif – diventare pochi anni dopo il nemico numero uno”. Il popolo iraniano è una risorsa per l’intera comunità internazionale. Andare contro Teheran significa sacrificare una parte di società mondiale preparata, giovane, intraprendente. Le velleità statunitensi di mettere in discussione l’accordo sul nucleare del 2015 rischiano di portare ad una nuova frattura con il governo iraniano e, di conseguenza, con i suoi cittadini. Che meritano di essere ascoltati. E di essere raccontati per ciò che sono: persone con idee, forse diverse da quelle mainstream dei cittadini europei, ma non per questo meno importanti.












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