Stasera a Orvieto, domani e mercoledì a Todi, il successo di una formula consolidata, la ricchezza di una proposta
(Perugia) Giovedì sera, quando siamo entrati al Morlacchi, mentre il pubblico cominciava ad affollare la platea, dalla buca dell’orchestra si levava il solito frastuono provocato dagli strumentisti che si scaldavano le mani. Dalla cacofonia generale si levava, purissima, la voce di un violino, che accennava la prima cadenza del Concerto di Beethoven. Un suono purissimo e intonato e ci chiediamo chi fosse il violinista della Orchestra Calamani in possesso di questa bellissima tecnica.

Migliore premessa non si poteva dare per l’inizio di uno spettacolo che avevamo visto già al Nuovo di Spoleto, ma che volevamo gustare ancora con la cosidetta “prima compagnia”, visto che lo Sperimentale, per queste “Nozze di Figaro” ne ha predisposte tre. Non sappiamo quale sia stato il criterio adottato dal direttore artistico Girardi, ma le voci di quest’anno sono tutte interessanti, anche se, non dimentichiamolo, si tratta sempre di esordienti, quasi sempre al loro debutto. Il Lirico fornisce studio, e supporto, professionale e umano, ma le voci e l’’entusiasmo sono dei ragazzi. Alcuni di loro ce la faranno, e noi saremo lieti di averli accompagnati nel loro ingresso nel mondo della grande lirica.
Quel che c’è di innovativo in questa prima edizione della coppia dirigenziale, il presidente Calai e il citato Girardi, è lo sfondo su cui si sono trovati ad operar i ragazzi, per questo Figaro la regia di Henning Brockhaus, il genialoide artefice di un teatro brillante e allusivo, a cominciare dal grappolo di sedie sospese sopra la scena. Non sappiamo cosa significasse, forse la grande confusione che caratterizza la “folle giornata”, dato che, aristotelicamente, tutto si consuma dal mattino al tramonto. Una nostra conoscenza, il giovane baritono Luca Galli, che ha operato con Brockhaus per un “Elisir d’amore” ci ricorda che le sedie, con lui, ci sono sempre. Una firma.

Oltre a certe “schizzate” caratteriali che producono ottimi risultati, ma che sono sempre sostenute da una pignoleria tutta teutonica, sulla richiesta di mille suppellettili atte ad incrementare la ricchezza della scena. E questo è stato n problema per il presidente Calai.
A pubblico sistemato, tutto è partito come previsto. Gli attori sono saliti dalla platea al palcoscenico mentre la Calamani dello Sperimentale cominciava a dipanare la trama sinfonica tenuta ancor più sottile, se possibile, dal bravissimo Marco Angius, un mozartianao prestato dalla Nuova Musica, ma con una chiarissima visione di cosa sia mantenere vivo un discorso orchestrale quando i cantanti hanno bisogno di spazio e di leggerezza. Vestiti modernamente, con qualche fiocco in più, i protagonisti si sono presentati con delle vistose valigie, tipo quelle di cartone di Totò e Peppino. Sulla scena tre blocchi, tre pareti sospese tutte imbrattate di vernice.

E mentre hanno cominciati a cantare, i solisti, pennellesse alla mano, si sono prodigati ad aggiungere colori neanche fossero questi imbrattatori che rovinano le nostre mura, i nostri palazzi, gli autobus e i treni, secondo un loro disegno di arte senza regole e senza ispirazione. E’ cominciata così la storia di equivoci, agnizioni e peripezie che intrecciano tra loro i protagonisti di una formidabile “piéce” di teatro scaturita dalla fantasia “illuministica” di Beaumarchais, uno che intendeva far valere, almeno sulle scene le ragioni di Terzo Stato. Le acrobazie di Lorenzo da Ponte per compiacere l’imperatore Giuseppe secondo, senza giocarsi carriera e libertà, sono comunque concentrate nella interminabile sequenza temporale di tre ore bune, tante anche per un genio come Mozart. Qualche sbadiglio è inevitabile, anche quando dopo il riconoscimento che Figaro è in ealtà un Raffaele, rapito dalla culla e ritrovato in maturità, Mozart si trova costretto a tirarla lunga per, alla fine, umiliare il conte di Almaviva e far trionfare l’amore “servile” di Figaro e Susanna.
Ma Brockhaus sapeva benissimo di avere una riserva inesauribile nell’erotismo profuso a piene mani da uno dei personaggi chiave dell’opera, il paggio Cherubino, un adolescente con polluzioni ormonali smisurate, che, vestito come un fattorino di un albergo a cinque stelle, schizza da un lato all’altro del palcoscenico, irrorando tutti dei suoi umori tutt’altro che innocenti, sballottato tra le braccia di tutte, Contessa, Susanna e, infine, della coetanea Barbarina.

La sapeva lunga il filosofo Kierkegaard, un danese molto problematico che, poi, con le donne, non ha mai combinato niente, quando, nel suo “Enten-eller” faceva del paggio di Figaro il portatore di una sensualità aurorale, uno stadio esordiente della seduzione, una forza incontenibile della natura, come un “kouros” altamente priapico. Per l’esistenzialista scandinavo la musica di Mozart, piegandosi al vento devastante della giovanile esuberanza di Cherubino, si mostra “ebbrea d’amore”, ma produce un effetto imprevisto, quello della “più cupa e oscura malinconia”. Punti di vista, anche perché poi Kirkegaard, per arrivare a definire la genialità sensuale di don Giovanni, passa a Papageno di “Flauto magico”, lui sì iperfallico, muschioso, incontinente e animalesco.
Ma qui, in Figaro, sempre con lo stesso autore, siamo al sottile gioco degli specchi, e tutti si riflettono in Cherubino, rivedendo in lui i propri percorsi nella evoluzione degli stadi amorosi. Quando Figaro sentenzia “Tutto è tranquillo e placido”, inizia la stretta filosofica impressa da Mozart alla sua musica. Tutte le piecevolezze che si sono fino a questo momento inanellate come giochi rococò, ora si ammantano di una tinta roussioana: la natura non è più innocente, se violata dalle brame dell’uomo.
Con Angius che rende se possibile più duttile e mormorante la sua orchestra, perché il desiderio di amore è diventato già rimpianto per la purezza perduta.

Tre ore, dicevamo, ma in realtà sono passate come un lampo: impossibile rinunciare a godere delle vele fatte scendere sulla scena, come nuvole bianche di un cielo sereno, con gli attori che si muovono veramente con efficacia, al termine di un estenuante tirocinio di studio. Certamente la compagnia che reciterà mercoledì a Todi sarà, alla fine la più preparata, ma noi ci siamo goduti i ragazzi che hanno dato il meglio di sé, qualcuno con esiti superiori alle aspettative. Ricordiamo il Figaro di Nicolò Lauteri, la Susanna di Leonora Benetti, avvolta dal suo rosso sgargiante, poi sposa in bianco. Conte e contessa di Almaviva erano Giorgio Costantino e Andrea Ariano, Cherubino una Emma Alessi Innocenti con una polpa vocale molto credibile. Marcellina di Elena Finelli, Barbarina di Ariadna Vilardega e Bartolo di Davide Romeo. Un tocco particolare il Basilio di Nicola di Filippo che, qui al Morlacchi, giocava in casa dopo il buon apprezzamento in Malcolm di Macbeth dello scorsa stagione. Scene e costumi di Giancarlo Colis, con le deliziose coreografie di Valentina Escobar, esilarante con i pupazzi della scimmia e dell’orso. Le luci erano di Eva Bruno che illuminavano anche il coro dello Sperimentale scattante sotto la direzione di Mauro Presazzi. Al cembalo Antonio Vicentini.
Usciamo dal Morlacchi rimuginando una frase di Kierkegaard: “il desiderato non scompare, ma si svincola dall’abbraccio del desiderio, per non svegliarlo, ma esiste sena essere desiderato dal desiderio, che proprio per questo diventa triste, perché non è capace di poter desiderare”. Avete capito?













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