Una lettera aperta di denuncia contro il licenziamento impersonale e la perdita dell’identità lavorativa senza un minimo di rispetto della persona, del lavoratore, di un padre di famiglia
Per esigenze di riservatezza, come esplicitamente richiesto, non pubblichiamo il cognome dello scrivente, ma i contenuti restano integrali.
“𝐒𝐨𝐧𝐨 𝐑𝐨𝐛𝐞𝐫𝐭𝐨, 𝐡𝐨 𝟒𝟔 𝐚𝐧𝐧𝐢.
Sono entrato nell’ufficio acquisti di quella che chiameremo “La Ditta” quando avevo appena 26 anni. Era la classica azienda manifatturiera della provincia italiana. Ho iniziato facendo le fotocopie, poi sono diventato impiegato, poi responsabile del mio piccolo reparto. In quelle mura ho passato più tempo che a casa mia. Ho visto i miei colleghi sposarsi, divorziare, fare figli. Ho fatto collette per le corone di fiori ai funerali dei genitori dei miei titolari. Ero convinto, intimamente convinto, di far parte di una famiglia.
Poi le cose cambiano. Il vecchio titolare si ammala, i figli non vogliono portare avanti l’attività e vendono tutto a un fondo d’investimento.
Arrivano questi nuovi manager esterni. Ragazzi di trent’anni con completi slim fit, lauree internazionali e un vocabolario fatto solo di streamlining, cutting costs e synergy. Hanno smesso di chiamarci per nome, eravamo diventati degli “FTE” (Full Time Equivalent) su una presentazione in PowerPoint. Io, però, mi sentivo in una botte di ferro. Pensavo: “Gestisco io tutti i fornitori storici, so a memoria ogni codice articolo, senza di me non sanno da dove iniziare. Sono indispensabile”.
Che parola stupida e arrogante, indispensabile.

Un martedì mattina di novembre, mi arriva un pop-up sul computer. Un invito su Teams alle 14:30. Oggetto: “Allineamento HR”. Niente di strano, pensavo fosse la solita riunione sulle nuove policy aziendali.
Entro nella saletta a vetri. Trovo il nuovo direttore del personale—un ragazzo che all’epoca in cui io venivo assunto andava alle scuole elementari—e un avvocato in videochiamata da Milano. Non mi hanno nemmeno offerto di sedermi, né mi hanno guardato negli occhi. Hanno letto un foglio con la voce piatta di chi sta leggendo le previsioni del meteo.
«Roberto, a seguito della delocalizzazione del tuo reparto in Polonia per ottimizzazione dei costi, la tua figura è stata dichiarata in esubero. Ti offriamo questa buonuscita se firmi la conciliazione oggi, altrimenti l’azienda procederà con il licenziamento per giustificato motivo oggettivo».
Otto minuti. Questo è il tempo che ci hanno messo per sradicare vent’anni della mia vita.

Mentre ero ancora seduto, sotto shock, a fissare il tavolo, il mio telefono aziendale ha smesso di prendere la rete. Mi avevano già disattivato l’account e bloccato la mail. Mi hanno accompagnato alla scrivania. Mi hanno dato uno scatolone di cartone e hanno aspettato in piedi, alle mie spalle, che svuotassi i cassetti. Ho messo dentro la mia tazza sbeccata, la foto incorniciata di mia figlia al suo primo saggio di danza, una pinzatrice e le mie medicine per la gastrite che mi era venuta proprio per stare dietro ai loro ritmi infernali.
Sono uscito nel parcheggio. Ho messo lo scatolone nel bagagliaio, mi sono seduto al posto di guida e sono scoppiato a piangere piegato sul volante per un’ora, al buio, da solo. Non piangevo per i soldi. Piangevo perché mi sentivo stupido. Mi avevano rubato l’identità e io gliel’avevo lasciata fare.
Sono passati sei mesi. Ho mandato decine di curriculum, ma a 46 anni ti senti dire che sei “overqualified” o “troppo senior”, che è solo un modo educato per dire che costi troppo e non sei plasmabile come un ventenne a cui dare uno stage. Sto facendo dei corsi di aggiornamento e qualche lavoretto per tirare avanti grazie anche alla Naspi.
Ma se c’è una cosa che questa cicatrice mi ha insegnato e che urlo a chiunque abbia voglia di ascoltarmi è questa: la “grande famiglia aziendale” è la truffa più grande del secolo. Ve la vendono per farvi dare il 110%, per farvi sentire in colpa se uscite alle 18:00 in punto o se vi prendete i giorni di malattia. Ma ricordatevi sempre che per loro non siete fratelli o figli. Siete solo una riga su un file Excel. E se domani mattina il vostro stipendio dovesse rovinare la percentuale di margine che devono presentare agli azionisti, quella riga la cancellano con un clic. Senza che gli tremi minimamente la mano”.













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