di Salvatore Puleio
L’Indonesia è un Paese di oltre 283 milioni di abitanti, dei quali una percentuale compresa tra l’85 e l’87% circa si riconosce nell’Islam sunnita; tuttavia, secondo i dati che emergono dal Kementerian Agama Indonesia (Ministero degli Affari Religiosi Indonesiano), nel 2024 la popolazione cristiana ammontava a circa 30 milioni di persone, corrispondenti ad una percentuale superiore al 10% della popolazione totale. Si tratta di una minoranza significativa, che però ottiene una visibilità pubblica molto limitata; in generale, effettivamente, quando si pensa all’Indonesia si pensa all’Islam. Tale percezione, tuttavia, dovrebbe essere ampliata, allo scopo di riconoscere la rilevanza del cristianesimo in Indonesia, che in tre province costituisce la maggioranza della popolazione, ovvero Papua, Sulawesi Nord e Nusa Tenngara Est.
Le Origini del Cristianesimo nell’Arcipelago Indo-Malese (I-IX secolo)
Le origini del cristianesimo nell’attuale arcipelago indonesiano sono oggetto di ipotesi e dibattito da parte degli storici; in effetti, se per epoche più recenti sono disponibili numerosi documenti e materiale storico, per quanto riguarda l’epoca che precede l’avvento dell’Islam la documentazione è più ristretta. Per questa ragione, mi sembra più corretto parlare di ipotesi, almeno fino al IV secolo dell’Era Volgare. Per i primi secoli, invece, rimane aperto il dibattito sui viaggi compiuti dalla Provincia di Giudea (sede dei precedenti regni di Israele e Giuda) fino all’India, considerati non fattibili dalla maggioranza degli studiosi.
Invece, la presenza di cristiani sulle coste dell’India appare attestata a partire dal IV-VI secolo, mediante comunità fondate da persone provenienti dalla Persia; ancora, la presenza di vescovi indiani è attestata con una certa continuità a partire dal IX secolo. Inoltre, documenti del VI secolo menzionano anche la presenza di ‘vescovi missionari’, che si recano nelle Isola del Mare, ovvero Dabbag, che potrebbe corrispondere alle isole di Giava e Sumatra, e Sin e Macin, ovvero la Cina. Di conseguenza, la presenza stabile e consolidata dei cristiani indiani appare probabile a partire dal VI secolo; le fonti, a questo proposito, menzionano Qalah, un luogo che alcuni storici identificano con l’attuale Ceylon, oppure con un centro vicino alle isole malesi di Langkawi. In effetti, la presenza cristiana viene confermata in quest’area a partire dalla seconda metà del VII secolo; fonti cinesi riportano, poi, un insediamento di cristiani persiani nell’arcipelago indo-malese.
In definitiva, anche se i primi secoli dell’Era Volgare risultano soggetti ad ipotesi differenti, sembra ragionevole concludere che le rotte commerciali del mondo tardo-antico abbiano promosso l’insediamento di cristiani anche in India e nell’attuale arcipelago indonesiano. Le prime comunità cristiane, del resto, si dovettero confrontare con i regni buddisti e induisti che erano già consolidati. Il panorama religioso del primo millennio, dunque, è decisamente variegato, ed il ruolo dei cristiani rimane marginale, ma non certamente irrilevante.
I Missionari Cattolici (XVI-XVII secolo)
A partire dalla fine del XIV secolo inizia una significativa diffusione dell’Islam, probabilmente dall’India; anche l’avvento dell’Islam nell’attuale Indonesia, in effetti, è oggetto di dibattito. In questo caso, tuttavia, le altre ipotesi, ovvero, essenzialmente, la provenienza diretta dalla Penisola arabica nel VII secolo, sono prive di un sostegno documentale significativo. E’ possibile, ovviamente, che alcuni musulmani arabi risiedessero in quest’area nei secoli precedenti, in considerazione delle medesime rotte commerciali che hanno portato l’afflusso di cristiani, ma una vera e propria diffusione di questa religione deve essere collocata diversi secoli più tardi.
L’ipotesi indiana, inoltre, appare corroborata dal carattere ‘sufi’ dell’Islam indonesiano, una versione mistica e aperta agli elementi culturali locali, che si oppone all’Islam ‘arabo’, dotato di un maggior rigore dottrinale e di una minore tolleranza per posizioni eterodosse derivanti dagli apporti culturali specifici di una determinata area. Si osserva, del resto, che il modello arabo viene proposto come unica narrativa possibile dagli attuali gruppi salafiti (e conservatori in generale) indonesiani, allo scopo di preservare una supposta ‘purezza originaria’ della religione maggioritaria nel Paese asiatico.
Invece, la provenienza indiana dell’Islam indonesiano spiega il suo carattere flessibile, che ha permesso di diffondersi senza apparire un elemento estraneo; in altre parole, l’Islam nusantara (nazionale) è stato segnato da una sintesi (ma non un vero e proprio sincretismo) tra gli elementi della religione tradizionale e la dottrina islamica. Tale flessibilità ha permesso a questo tipo di Islam di diffondersi, e diventare, a partire dalla fine del XV secolo, la religione dominante in diverse aree dell’attuale Indonesia, come l’isola di Giava. Di conseguenza, è in questo periodo storico che si formano diversi regni, in cui la corte adotta, almeno formalmente, i rituali islamici, sostituendo progressivamente la precedente classe dirigente buddista e induista.
I primi missionari, cattolici, allo stesso tempo, approdano nell’arcipelago verso la fine del XV secolo; le prime missioni portoghesi, rette dai Domenicani e dai Gesuiti, si devono dunque confrontare con sovrani musulmani, oppure induisti e buddisti. I portoghesi, in particolare, conquistano Malacca nel 1511, ma la Diocesi omonima viene eretta solamente nel 1558; attualmente, questo territorio corrisponde alla diocesi di Malacca-Johor, in Malesia, e all’arcidiocesi di Singapore, creata nel 1972 come giurisdizione indipendente. L’approccio dei cattolici è legato al proselitismo diretto, seguito dalla formazione di insediamenti formati da persone convertite al cattolicesimo. Come vedremo, si tratta di una strategia differente rispetto a quella mostrata dai protestanti olandesi a partire dal XVII secolo, ispirata ad un proselitismo indiretto. Il declino dei portoghesi, che verso l’inizio del Seicento si confrontano con la Compagnia Olandese delle Indie Orientali, inaugura il periodo protestante.
La Compagnia Olandese delle Indie Orientali, VOC (XVII-XVIII secolo)
Nel 1619, gli olandesi fondano Batavia sulle rovine di Jayakarta, il precedente insediamento giavanese che è stato raso al suolo, ed in questo luogo pongono la sede amministrativa e militare del nuovo possedimento. Fino al 1 gennaio del 1800, è la VOC ad amministrare questi territori, che si espandono progressivamente, mentre lo Stato coloniale vero e proprio emerge solamente a partire dal XIX secolo. La massima autorità, in entrambi i casi, è costituita dal Governatore Generale, responsabile di quanto avviene nell’arcipelago, e dotato della facoltà di emettere leggi e regolamenti, validi, evidentemente, per i domini sotto il suo controllo.
Da un punto di vista religioso, gli olandesi aderiscono alla Chiesa Riformata (Protestante) calvinista; di conseguenza, l’approccio verso i governanti musulmani è differente rispetto a quello adottato in precedenza dai cattolici. La logica seguita è quella di non tentare una conversione diretta dei musulmani, ma di dirigere gli sforzi missionari verso i cattolici, considerati dei veri e propri nemici in questo periodo storico. Inoltre, viene offerta assistenza spirituale al personale (protestante) della Compagnia Orientale delle Indie e agli amministratori coloniali. In effetti, vengono siglati diversi trattati con i sovrani musulmani, che vietano agli olandesi un’azione di proselitismo diretto. Invece, gli amministratori protestanti cercano di consolidare la loro presenza, precaria, mediante un approccio culturale più ampio, teso a creare una sorta di ‘ordine sociale protestante’, sulla scorta delle idee di Hugo Grotius. Non bisogna dimenticare, del resto, che la VOC aveva interessi prettamente commerciali, e che, pertanto, cercava principalmente di preservare delle buone relazioni con i sovrani musulmani, evitando che un confronto diretto si potesse rivelare fatale, come era avvenuto in precedenza con i cattolici.
Le sorti della Compagnia Olandese delle Indie Orientali, tuttavia, declinano in maniera irreversibile, e, agli scarsi profitti si aggiungono scandali e corruzione diffusa; per queste ragioni, la VOC viene sciolta definitivamente il 31 dicembre del 1799.
Il Consolidamento dello Stato Coloniale (XIX-XX secolo)
A partire dal XIX secolo, si intensificano gli sforzi di consolidare la presenza protestante, e la religione riformata diventa quella ufficiale; di conseguenza, essa riceve finanziamenti pubblici ed è la sola a beneficiare di altri vantaggi. L’inizio del secolo, tuttavia, è decisamente difficoltoso, ed è segnato dalla sconfitta dei Paesi Bassi contro i francesi, prima, e gli inglesi, dopo, culminato con la temporanea perdita del controllo della colonia tra il 1811 ed il 1816 a vantaggio dei britannici.
Recuperato il controllo, gli sforzi di evangelizzazione, sempre indiretta, si scontrano con la resistenza della popolazione locale, le cui condizioni di vita richiedono riforme che saranno tardive e poco efficaci. I numerosi conflitti con i musulmani, come il conflitto con Aceh (1873-1904) testimoniano la volontà della popolazione locale di resistere alla colonizzazione. I modesti risultati ottenuti nell’evangelizzazione, che si concentrano prevalentemente nelle aree in cui erano presenti i cattolici, testimoniano che il cristianesimo e l’Islam non erano semplicemente delle religioni, ma anche, e soprattutto, simboli di culture e valori differenti. La religione islamica era (e rimane tuttora) associata alla popolazione locale, mentre il cristianesimo viene percepito come la religione dei colonizzatori.
Anche se i risultati non sono stati quelli sperati, sia i protestanti che i cattolici riescono a consolidare la loro presenza nell’arcipelago; i primi ci riescono grazie alla loro posizione privilegiata. I cattolici, invece, la cui attività è ristretta dalle normative olandesi nella colonia, oltre che da trattati siglati con gli olandesi, si consolidano grazie all’istituzione del Vicariato Apostolico di Batavia. Quest’ultimo è retto da un Vicario Apostolico (rappresentante diretto del Pontefice Romano) che gode di ampia libertà organizzativa, ed è responsabile dei cattolici che vivono nella colonia olandese.
Nell’epoca coloniale (fino al 1945-49) la percentuale di cristiani (cattolici e protestanti) rispetto alla popolazione totale non ha mai superato il 5%, ma tale presenza, consolidatasi nel corso dei secoli, ha posto le basi per la crescita successiva.
L’Indonesia Indipendente (Dal 1945/49)
Il 17 Agosto del 1945, dopo che le forze (occupanti) giapponesi risultano sconfitte, Soekarno proclama l’indipendenza dell’Indonesia, dopo secoli di assoggettamento coloniale, e da ultimo, la breve ma brutale occupazione giapponese, tra il 1942 ed il 1945. Il Primo Presidente propone una Costituzione che crea lo scontento dei tanti musulmani indonesiani che avrebbero desiderato uno Stato Islamico, retto dalla ‘legge islamica’. L’originario obbligo dei musulmani di seguire la sharia (la cosiddetta Carta di Jakarta) viene rimosso dalla Carta Costituzionale il 18 agosto del 1945; in questo modo, i padri fondatori della nazione danno vita ad una nazione secolare, anche se il modello seguito, la Pancasila, non prevede una netta separazione tra la religione dominante e il funzionamento dello Stato.
Dopo l’indipendenza, lo scenario delle chiese e della cristianità cambia notevolmente rispetto al periodo coloniale, in quanto le missioni e le comunità cristiane non sono più inserite in una colonia, ma operano in una nazione indipendente. Pertanto, non è possibile parlare di ‘cristianesimo’ in generale, ma ci si deve riferire alle singole realtà locali; da questo punto di vista, si possono distinguere alcuni profili interessanti.
Il primo è quello dei cristiani ad Aceh, la sola Provincia indonesiana che implementa la sharia; si nota, a tale proposito, che si sono registrati diversi scontri tra le autorità ed i cristiani a partire dalla fine degli anni Settanta. Si tratta di incidenti che hanno coinvolto la vandalizzazione e/o distruzione di chiese, l’intimidazione dei cristiani, e l’uso irresponsabile di una legislazione locale (qanun) che prevede requisiti per i luoghi di culto maggiormente restrittivi rispetto a quanto previsto dalla legislazione nazionale. Per questa ragione, la situazione ad Aceh rimane tesa, anche se le comunità cristiane (cattoliche e protestanti) stanno crescendo.
Il secondo scenario interessante è quello di Bali, l’unica provincia a maggioranza induista; fino al 1908, l’attività missionaria cattolica in questa regione è stata debole, e dalla conquista dell’Isola da parte degli olandesi fino al 1930, le attività missionarie (sia cattoliche che protestanti) sono state vietate. Successivamente, la ripresa delle missioni è dovuta ad un missionario evangelico di etnia cinese, che operò per il CAMA, l’Alleanza Missionaria Cristiana, predicando il vangelo con l’assenso delle autorità olandesi a partire dal 1930. Si tratta di Tsang Kam Fuk, noto in seguito come Tsang To Hang, che iniziò la sua opera tra gli immigrati cinesi a Bali. Da questo primo nucleo si è formato un piccolo ma significativo gruppo di convertiti, che però destò l’ira dei non cristiani, e vennero espulsi dalle loro comunità di origine. Nel 1934, dopo la conversione di circa 120 balinesi, emersero i primi predicatori locali; a causa delle tensioni che si erano create, le autorità decisero di vietare nuovamente le missioni.
Dopo l’indipendenza, Bali assunse un carattere definitivo induista, ed i cristiani rimangono marginali rispetto alla maggioranza; in effetti, questa isola costituisce uno dei micro-cosmi in cui si esprime la diversità culturale indonesiana.
Per quanto riguarda il resto dell’arcipelago, i cristiani, fatta eccezione per le tre province menzionate in precedenza, rimangono una significativa minoranza; la loro scarsa visibilità pubblica, tuttavia, non ha impedito la crescita delle comunità cristiane. In generale, il cristianesimo, ovvero cattolici e protestanti, sono circa 30 milioni sui 283 della popolazione totale, ovvero una percentuale pari al 10.6% circa. Rispetto al 5% della situazione pre-indipendenza, sembra ragionevole affermare che, nonostante le sfide poste, i cristiani sono raddoppiati, con una proporzione di protestanti e cattolici pari a 2/3 e 1/3 circa.
Lo Scenario Attuale (XXI secolo): Sfide e Prospettive.
Nel XXI secolo le sfide che devono essere affrontate dai cristiani indonesiani sono molteplici; per iniziare, l’Indonesia sta testimoniando una sorta di revival islamico. In altre parole, sono molti i musulmani che stanno prendendo coscienza della loro fede, e della necessità di viverla concretamente. Si tratta di un fenomeno, del resto, che dipende anche dalla crescita della corrente salafi(ta), quella più conservatrice. La diffusione di idee radicali, o comunque più orientate verso l’ortodossia dottrinale, ha diverse motivazioni, ed una di queste è legata alla predicazione di figure che paventano il pericolo della cristianizzazione, un fenomeno reale, ma volutamente esagerato nei suoi termini e nelle sue proporzioni.
Una seconda sfida è costituita dalla secolarizzazione, che riguarda anche l’Indonesia; l’esposizione senza precedenti a stili di vita e sistemi di pensiero occidentali è alla base di un cambiamento culturale senza precedenti, che richiede una capacità di reagire rapida ed efficace. Probabilmente, i cattolici hanno a disposizione maggiori strumenti per far fronte a questa sfida, grazie alla presenza di strutture consolidate e del supporto e sostegno di figure chiare di autorità, i vescovi. I protestanti, a causa della loro struttura decentralizzata (comune anche ai musulmani) potrebbero essere maggiormente a rischio.
Una terza sfida, da ultimo, è il confronto, che talvolta assume i contorni dello scontro, con la maggioranza musulmana; escludendo il caso particolare di Aceh, di cui si à già discusso in precedenza, è bene sottolineare che le problematiche principali rimangono legate ai diritti. La possibilità di esercitare questi ultimi, come quelli legati alla cittadinanza ed alla rappresentanza politica, nonché alla libertà religiosa, sono associati all’appartenenza alla maggioranza musulmana sunnita. Anche se si tratta di diritti sanciti dalla Costituzione Indonesiana, il loro effettivo esercizio non è sempre agevole da parte della minoranze religiose; un esempio emblematico è costituito, da questo punto di vista, dagli eventi che hanno portato alla rimozione dell’allora governatore cristiano di Giacarta, Basuki Tjahaja Purnama, detto ‘Ahok’, di etnia cinese. Nel 2017, egli è stato accusato di blasfemia mentre era governatore della capitale del Paese; dopo un processo-farsa, egli è stato condannato a 10 anni di carcere, e, ovviamente, escluso dalla vita politica. Al suo posto, è stato nominato un governatore dotato di minori capacità rispetto al suo predecessore, ma musulmano.
In questo caso, la maggioranza musulmana ha reagito immediatamente contro una minaccia percepita, ed ha istituito un processo politico ad un cristiano che era giunto a ricoprire una delle cariche più alte del Paese. Nel 2024, in occasione delle elezioni regionali, un candidato cristiano aveva fatto una battuta considerata infelice su Maometto. Questa persona ha dovuto scusarsi pubblicamente, e la sua carriera politica è probabilmente giunta al termine.
Si tratta di episodi che evidenziano la volontà della maggioranza musulmana di mantenere il potere, ricorrendo, quando necessario, ad un uso politico e giustizialista dell’Islam sunnita. La minaccia di ricorrere a denunce ed autorità, in nome di una supposta difesa dell’Islam, costringe i cristiani (e non solo) ad una marginalità politica, nonostante essi stiano aumentando nel corso del tempo.
Conclusioni
La storia del cristianesimo in Indonesia affonda le sue radici nei primi secoli dell’era cristiana, ma la presenza dei cristiani è sempre stata marginale rispetto alle maggioranze buddiste, induiste, islamiche e ‘tradizionali’ (coloro che seguono una sorta di animismo). Ciò nonostante, la percentuale attuale dei cristiani supera il 10%, e non si può escludere che in un futuro nemmeno lontano molte delle province indonesiane potrebbero diventare a maggioranza cristiana. Di fatto, l’atteggiamento generalmente miope dei musulmani del Paese asiatico, che cercano di contenere la crescita dei cristiani ricorrendo alla repressione, è destinata a fallire. La storia è piena di esempi simili, e l’Indonesia non costituisce certamente un’eccezione; pertanto, sembra che il capitolo più importante del cristianesimo in Indonesia debba ancora essere scritto.
Letture Consigliate
⦁ Aritonang, J. S., & Steenbrink, K. A. (Eds.). (2008). A history of Christianity in Indonesia. Leiden: Brill.
⦁ Ricklefs, M. C. (2008). A History of Modern Indonesia since c. 1200. London: MacMillan.
⦁ Damayanti, A., & Yunanto, S. (2022). From evangelization to worship restrictions: The changing characteristics of threat perception between Muslims and Christians in Indonesia. Islam and Christian–Muslim Relations, 33(4), 329-353.












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