di Marco Respinti
Il 12 ottobre, l’Accademia di Svezia ha assegnato il Premio Nobel 2024 per la letteratura. Non ha vinto la scrittrice cinese Can Xue, data per favorita. Del resto, non solo l’assegnazione dei Nobel letterari, ma anche solo la candidatura o le voci di corridoio servono sovente a stabilire la sinapsi fra quel milieu di addetti ai lavori cui si accede solo con invito personale non cedibile e il grande (in diminuzione) pubblico che poi i libri deve, o dovrebbe, leggerli davvero.
Descritta come grande promessa della scrittura mondiale, per Can Xue si sprecano parole che nel tempo delle magnifiche sorti e progressive spalancano d’ufficio ogni porta, parole come «sperimentalismo» e «avanguardia». Per lei si spreca spesso e volentieri anche l’aggettivo «visionaria», una semi-rivoluzionaria che ha stravolto lo scrivere tradizionale dell’ex Celeste impero. Ma la tradizione è difficile da soffocare e Can Xue, che è pure critica letteraria, è una tipa che lotta, se non con l’Angelo come Giacobbe, con la scrittura angelica o angelicata di Franz Kafka, Jorge Louis Borges e Dante Alighieri.
Nello sparuto gruppo di lettori per i quali Can Xue è famosissima ci sono anche degli italiani, grazie alle traduzioni di due sue opere maggiori pubblicate dalla milanese Utopia, La strada di fango giallo (1987) uscito in Italia l’anno scorso e Dialoghi in cielo (1988) uscito quest’anno. A questo punto però il lettore si chiederà legittimamente perché mai dedicare spazio a una che, portata in palmo di mano da nomi blasonati come Susan Sontag e prima ancora il defunto Robert Coover, il Nobel lo ha pur perso. Be’, proprio perché ci rammarichiamo che Can Xue il Nobel lo abbia perso. Sarebbe infatti potuta essere proprio una di quelle occasioni in cui il Nobel per la letteratura serve per accendere le luci vere su gente che scrive davvero oltre il market, il marketing e le marchette dei circoli letterari a numero chiuso.
Prendiamo La strada di fango giallo.Consta di poche paginette con cui si fa più in fretta a entrare in empatia che a ripetere smancerosamente, manieristicamente l’attributo «surreale». In una città cinese qualsiasi, diciamo una Wuhan qualunque, corre una strada limacciosa che del Grande Fiume asiatico ha solo il colore facendosi largo fra piccole case un tempo ben dignitose e ora fatiscenti. Le nubi vomitano bragia scura, il bestiame è ammorbato, la gente passa il tempo dormendo e al risveglio si racconta i sogni fatti. Irrompe Wang Ziguang, un qualcosa che non si sa bene cosa sia, e lo smarrimento dilaga, gli abitanti di quel sogno-realtà cercando segni e forse conforto, mentre insetti e ombre ignote perseguitano. Timore, persino terrore e precarietà regnano ovunque miste al dubbio e al senso d’insicurezza permanente, esacerbandosi quando in quella città improbabile si viene a sapere che tutti quanti verranno presto spostati altrove. Deportati. Adesso morte e vita si scambiano la pelle, la realtà opprime come un macigno e nemmeno la finzione serve per scappare. All’ultima pagina si resta così, sospesi, angosciati e privi di soluzioni in un racconto da cui tutti vorrebbero evadere al più presto ma non riescono.
Can Xue, pseudonimo di Deng Xiaohua, è nata nel 1953 a Changsha, nella provincia meridionale dell’Hunan. Abita nella Repubblica Popolare Cinese, un Paese che perseguita la gente e minaccia il mondo. Dice di non essere una scrittrice politica. In effetti non ha alcun bisogno di dirlo: basta che si esprima con quella sua scrittura onirica che davvero non può che essere il prodotto della vita irreggimentata nel falansterio del socialismo reale tecnocratico del Grande Fratello Xi Jinping. E non c’è nemmeno bisogno che Can Xue ammetta questa versione di sponda, perché succede raramente che gli autori siano i migliori interpreti di se stessi e che le loro biografie ne spieghino l’arte. La strada di fango giallo è stato pubblicato in Italia con il contributo dell’Istituto Confucio di Milano, e gli Istituti Confucio sono risaputamente una delle armi predilette dell’infiltrazione gramsciana operata dal regime cinese nelle maglie della cultura e dell’istruzione superiore occidentali, ma il bello di scritture come quello di Can Xue è che sono irriducibili ai piccoli Signor Friedman della censura, la quale del resto non è mai stata un’aquila in ambito letterario. Can Xue racconta sottilmente l’incubo della Cina, e questo è un fatto.
Ho accennato al tema biografia. Dialoghi in cielo si compone di racconti in cui i rapporti familiari sono sbrecciati e assillanti, ovunque regnando ‒ ancora ‒ il senso di una minaccia generalizzata che incombe sempre. Can Xue non porta pena del fatto che un lettore di Dialoghi in cielo sia indotto a pensare ancora che non potrebbe essere altrimenti in una società che per più di 35 anni ha ucciso i più deboli con l’aborto imposto alle coppie, ha sventrato i grembi delle madri, ha distrutto i matrimoni e ancora oggi separa i genitori “ribelli” dai figli.

https://www.news.com.au/finance/real-estate/across-china-more-than-50-sprawling-ghost-cities-that-were-meant-to-house-millions-sit-eerily-abandoned/news-story/4bd0d56c7c519ac753810b92f0e74af4
Dialoghi in cielo si apre del resto con La splendida estate del sud, narrazione di quando, nel 1957, il regime maoista internò il padre di Can Xue in un «istituto magistrale per rieducarsi attraverso il lavoro manuale» e la madre fu spedita a «riformarsi in un campo di lavoro», entrambi con l’accusa di «deviazionismo di destra» pur essendo membri del Partito Comunista. Il neo-maoismo di Xi Jinping fa ancora oggi la stessa cosa: chiama ancora scuole i campi dove gli internati vengono torturati dalla rieducazione ideologica e i centri dove i prigionieri lavorano come schiavi per il regime, e sottrae i figli alle famiglie per farne soldati obbedienti dello Stato (si parva licet, ne tratto in un breve documentario di prossima pubblicazione).
Sì, Can Xue dice di non essere una scrittrice politica, e fa bene. Lo impari la critica militante per la quale tutto è sempre dannatamente politico e le bandiere ideologiche vengono attribuite anche all’erba dei campi: perché si può fare politica nobile interrogandosi seriamente sul senso della polis, che non è una città utopisticamente ideale, bensì la città concreta degli uomini, fatta pure di errori ma anche di bellezza. Can Xue ne racconta il tormento, ma ne sogna la speranza. «Mi sento di affermare che i miei scritti brillano di una luce che attraversa ogni parola e ogni riga», scrive in Dialoghi in cielo, «Proprio perché nel cuore ho la luce, l’oscurità diventa vera oscurità. È perché esiste il paradiso che possiamo avere una profonda esperienza dell’inferno, ed è perché l’uomo è pieno di amore universale che può distaccarsi e sublimare nella sfera dell’arte. Solo i mediocri e i superficiali non vedono questo aspetto».
Il Nobel 2024 per la letteratura lo ha la scrittrice sudcoreana Han Kang, ma questa è un’altra storia.












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