Spoleto. Il Lirico  Sperimentale inaugura con la voce di Anita Garibaldi

Un’orchestra che suona in maniera forsennata, una buca ribollente percossa da rulli di timpani e cannonate di grancassa. Lirico  “sperimentale” in tutti i sensi, come l’aveva voluto settantotto anni fa il suo fondatore, Adriano Belli e come sembra volerlo condividere la nuova coppia di responsabili, il presidente Roberto Calai e il direttore artistico Enrico Girardi che scelgono, per la loro prima serata inaugurale il rischio di una “prima esecuzione” di una partitura moderna indubbiamente di non confortevole ascolto. Soprattutto interessante la scelta del soggetto, che è la brasiliana Ana Maria Ribeiro, conosciuta per essere la prima moglie di Garibaldi. Chiedere al compositore il perché di questa scelta comporta una risposta più che ovvia. Per un romagnolo come  Cappelli la figura di una creatura morta non ancora trentenne  mentre seguiva nella sua fuga verso Venezia l’Eroe di Due Mondi comporta una risposta ovvia: in Romagna  c’è ancora un culto per la donna guerriera che si spense nelle paludi del ravennate consumando un amore inenarrabile e conservarlo vuol dire rievocare tutto quello che di insurrezionale e di irredento si alimenta ancora da queste parti: e si parla della “trafila” virtuosa che sorresse Garibaldi nella sua fuga dalla Roma dei Triumviri, quel reticolo di complicità e di connivenza, pericolose fino al rischio della vita, che fece di ogni casolare e di ogni anfratto dell’alpe una via di fuga protetta e tutelata dalle ricerche  dei militari austriaci.

Chi non fu protetto, come padre Ugo Bassi e il mitico Ciceruacchio finì nelle loro mani e fu fucilato a Cà Tiepolo. Garibaldi, grazie anche a preti come don Giovanni Verità, da s. Angelo in Vado a Modigliana fu scortato passo passo da chi lo nascondeva e lo guidava  Ma nella virtuosa “trafila” ci perse la donna che amava. E’ giusto quindi che, in momenti in cui le mogli vengono uccise come non mai ci sia qualcuno che di una eccezionale moglie parla.  E Cappelli narra proprio di una sua folgorante visita alla fattoria Guiccioli di Mandriole di Revenna, dove Anita si spense. Qualcuno chiuse la porta a chiave e tutto è rimasto come allora, un mausoleo dell’amore coniugale. Orfeo ed Euridice dell’Ottocento Risorgimentale con un’ombra pallida rimasta sempre alle spalle dell’Eroe.

Ora, grazie a questa opera di Cappelli, la voce di Anita è tornata a narrare in prima persona la sua storia col bel timbro di Kristyna Kustkova, messa spesso in difficoltà dal volume di suono richiesta dalla vigorosa concertazione di Marco Angius. Musicista eccellente a cui si devono  la più parte delle serata che lo Sperimentale ha dedicato, negli anni, alla contemporaneità un indirizzo impressogli dal direttore artistico Zurletti e che consente ai giovani talenti di avvicinarsi a una modernità che, negli anni, ha spaziato da Donatoni a Guarnieri con un ampio spettro formativo.

La musica di Cappelli  suona straordinariamente tonale, è ricca di cromatismi e insiste spesso su note di sostegno che creano veri e propri gorghi sonori attrattivi. Ci è sembrato di percepire, all’inizio e alla fine dell’opera, una sorta di corda di recitazione in mi minore, ma può darsi che il diapason fosse un po’ alto. Atmosfera di grande efficacia, indubbiamente per una musica che Cappelli ha voluto “lacerante, ruvida, rauca, sporca, , scura e violenta”. E di complessità di sovrapposizioni, un vero ansimo da “Gurrelieder”, si è avuta le tensione che è durata per quasi tutti i cinquanta minuti della rappresentazione. Solo verso la fine, a Anita ormai spenta, una bellissima oasi orchestra che meriterebbe una sua autonomia esecutiva e il mormorio del finale del coro, hanno consentito agli esecutori di mormorare un addio che suonava come una sorta di preghiera.

Per il resto una lacerazione continua, un aggregarsi di materiale sonoro compatto dove solo verso una scena finale si è sentito un assolo di violino. L’opera ha più che altro la fisionomia di una cantata scenica a sezione,  e non è collegata da trame narrative, ma si succede per illuminazioni cronologiche. All’apertura della scena c’è una delle cose più belle. Il coro che recita come nella tragedia greca antica. Si leva una mano dallo sfondo. È quella di Anita che riemerse dalle terra dove era stata frettolosamente sepolta. E ritroveremo Anita alla fine, “Ombra fredda”, dove è approdata dopo aver ripercorso la sua vita accanto a Giuseppe: dalle ansie per le guerriglia brasiliana, alla fuga da Montevideo, dove salpò ai primi di aprile del 1848 con i settanta ardimentosi su La Speranza e che sbarcarono a Nizza il 22 giugno dello stesso anno.

La tenerezza per i figli che partorisce e che la accompagnano concede alla musica una ninna nanna evocativa, poi è di nuovo il clangore della battaglia al Gancicolo e la necessaria fuga dalla Roma mazziniana. Accanto a lei l’Eroe, il baritono Marco Gazzini, non si concede mai sparate  roboanti, ma accetta il ruolo consapevole di marito e padre. Certo, la storia è stata molto generosa con lui, anche dal punto di vista musicale.  Dumas padre ci fece apposta un viaggio a Napoli solo per poterne descrivere la persuasività del timbro vocale. E c’è chi lo sentì canticchiare un’aria della donizettiana “Gemma di Vergy”, “Soave immagine”. Per non parlare poi delle innumerevoli intonazioni risorgimentali sui Cacciatori delle Alpi, fino all’Inno di Mercantini, per la musica di Oliveri, capobanda della brigata Savoia. Ci fu chi, come Mercadante, scrisse addirittura una “Sinfonia Garibaldi”, fino alla invocazione “Camicia rossa” e al “Canto di guerra” del 1866 di Dall’Ongaro-Pieraccini. Lo stesso Garibaldi stese un suo inno, parole e musica, ma chi lo ha tramandato ha consegnato alla storia qualcosa di sgraziato e sgrammaticato. ‘Pure il culto rimane. Andate a Saludecio dove, in un museo garibaldino allestito da un privato, sono esposti anche gli spartiti delle musiche che i londinesi dedicavano al nizzardo, come “Garibaldi, the true”. Anche il forte Arbuticci, a Caprera, risuona oggi di colonne sonore molto efficaci.

Anita muta e fredda, invece, solitaria  nella sua tomba ravennate. Ora, finalmente con una musica che le ha ridato la dignità di una voce appassionata. Con questi due giovani cantanti che hanno assecondato l’orchestra Calamani del Lirico Sperimentale, alla sua prima apparizione in questa formazione. Bella sonora, corposa come la voleva Angius. Il coro, protagonista di continui interventi era diretto da Mauro Presazzi. I costumi, iconografici, erano di Clelia de Angelis, le luci di Eva Bruno, continui cambiamenti di colore per sottolineare  le atmosfere lugubri, la regia di Andrea Stanisci che ha anche allestito le scene, molto efficaci.

Una anteprima che fa onora al Lirico Sperimentale e che si pone in una eccellente posizione di continuità con la sua tradizione Altre serate novecentesche ci aspettano con le opere di Chailly e Bettinelli, maestri del Novecento da non dimenticare. Poi il tuffo nel gotico di Macbeth.

di Stefano Ragni

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