Uomo di grande simpatia e straordinaria umanità, legatissimo alla famiglia e agli adorati nipoti
(Perugia) Se n’è andato con eleganza e discrezione, tradendo il suo carattere esuberante e comunicativo.
Gli amici lo ricordano come una persona che amava la combriccola, la socialità, la buona tavola. Capace di ridere e ironizzare. Anche su sé stesso.

Si stizziva, o fingeva di arrabbiarsi, chissà, se gli si parlava male di Craxi e del partito socialista italiano. Era legato alle idee e agli ideali socialisti, si batteva per una società più uguale, liberata e fraterna. Liberata, soprattutto, dall’ignoranza e dal malaffare. Si impegnò anche in circoscrizione per dare corpo alle proprie idee di promozione sociale e civile. Non ottenne grandi risultati, come tanti altri idealisti che si scontrano con l’ottusità e il conformismo di chi pensa solo ai propri interessi. Ma non si è mai tirato indietro. Né ha cambiato bandiera, Claudio. Diversamente da altri.
Claudio aveva lavorato, ottenendo apprezzamento e rispetto, all’Agenzia delle Entrate. Dopo la pensione e la scomparsa dell’adorata moglie Fernanda, era caduto in depressione. La solitudine era, per fortuna, compensata dal grande affetto verso i nipoti Riccardo e Anna. Si era occupato dei virgulti di famiglia, figli di Alessandro e Donatella Binaglia, con una dedizione che eccedeva il normale affetto di nonno. Per lui non c’erano altri che Riccardo e Anna. Ogni giorno era lì, pronto e disponibile a curarsene, ad accompagnarli dove serviva, liberando figlio e nuora di una preoccupazione. Condoglianze dunque a Donatella e ai figli di Claudio, Alessandro e Alessio.
Cercò di comunicare a Riccardo la sua inesausta passione di vespista. Ne ha lasciate almeno tre di Vespe. E una volle regalarla a Riccardo quando non aveva ancora l’età per guidarla. E furono rogne.
Amava il ciclismo, Claudione, e guai a degradargli il suo Ginone. Gli è tutto sbagliato, tutto da rifare, gli dicevamo, rubando una battuta a quel toscanaccio di Gino Bartali. Che, diceva Claudio, era socialista e credente. E aveva salvato ad Assisi tanti ebrei trasportando documenti falsi nella canna della bici. Un mito. Non parliamo poi del discusso passaggio di borraccia tra Coppi e Bartali. Per Claudio non potevano esistere dubbi sorta: era stato Gino a compiere quel gesto di generosità.
E di miti, nel suo Pantheon personale, aveva anche la Juve. A dispetto di chi ritirava fuori le solite vecchie storie di imbrogli e favoritismi, la difendeva a spada tratta, arrivando a rimpiangere i tempi dell’Avvocato con l’evve moscia.
Insomma, Claudio era un personaggio. Frequentava, insieme a un amico, anche lui solo, il Circolo del Tempobono di via del Cortone. Cene divertenti e… abbondanti. Claudio amava mangiare e guai a rimproverarglielo. Appena arrivava, tendeva la mano dicendo “Piacere, Scarpanti!”. E il bello è che lo diceva a noi che lo conoscevamo bene e ci scherzavamo. Non si è mai capito se faceva sul serio o prendeva in giro tutti quanti.
Claudio non stabiliva gerarchie fra le persone in rapporto alla loro posizione economica o all’importanza dei ruoli. A tavola si sedeva sempre vicino ai più deboli esaltandone il valore. Uno dei suoi vicini di tavola era Leonardo Aci, per noi tutti “Calimero”, uomo semplice, gioioso, abile giocatore di briscola e tressette, amante del bicchiere.
Claudio Scarpanti aveva avuto anche qualche esperienza di collaborazione giornalistica, col Corriere dell’Umbria e con RTE dove aveva incontrato e lasciato degli amici. Conosceva tante persone e sapeva parecchio sulla città e sulle relazioni tra la gente. Non era però maldicente e sapeva essere discreto.
L’immagine di Claudio che ci resterà nel cuore è quella di un personaggio amichevole e caciarone, disposto allo scherzo e leale. Un uomo perbene, insomma. Come, ormai, non se ne trovano tanti. Purtroppo.
Le esequie oggi 29 giugno alle 16:00 nella chiesa parrocchiale S. Raffaele Arcangelo di Madonna Alta.













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