Al via l’ottava edizione del “Festival dei Cammini di Francesco” organizzato dalla Fondazione Progetto Valtiberina, in attesa dell’apertura ufficiale in programma il 18 maggio a Firenze S. Croce. Sabato 20 aprile presso il Sacro Convento di San Francesco in Assisi un’ anteprima ha esplorato la dimensione del dono in occasione degli 800 anni del dono delle stigmate e del saio a San Francesco. L’ incontro, al quale hanno partecipato il professor Luigino Bruni, il professor Luigi Alici e padre Domenico Paoletti. era moderato dalla professoressa Donatella Pagliacci.
Il dono come stile di vita- Nell’introduzione la professoressa Pagliacci ha citato Papa Francesco, che propone il dono come stile di vita e come criterio di grandezza nella piccolezza, qualcosa che ci indica la direzione perché esprime il valore di una relazione senza obbligo. Nell’ enciclica “Laudato si” il Papa definisce la vita umana come dono, uno specchio per riconoscere il valore del dono stesso nella vita e nel creato. Custodire il dono diventa cosi, per l’uomo e per la donna, azione di riconoscenza per la creazione stessa, che abbiamo il compito e il dovere di proteggere.
”Siamo al mondo grazie ad un dono e siamo qui per donarci liberamente”– Padre Domenico Paoletti ha ricordato che il dono non va banalizzato perché unisce e accompagna l’umano da sempre ed è decisivo nel nostro tempo. Il dono è fondamentale come relazione anche nell’economia in reazione all’ utilitarismo.”Noi ci troviamo al mondo grazie ad un dono- ha ricordato Padre Paoletti -e siamo qui per donarci liberamente”. Il dono non può essere confinato alla sfera privata, ma come dice il Papa, va anche inserito anche nel contesto economico. Nella visione cristiana Dio è cura per l’umano nella sua interezza; la perfezione di Dio fa “piovere sui giusti e sugli ingiusti” e gli operai dell’ultima ora vengono pagati come i primi. Si può donare nella misura in cui si è ricevuto e da questo deriva la gratitudine e poi la gratuità insieme a gioia e reciprocità: questo dovrebbe ispirare il nuovo paradigma opposto a quello individualista e tecnocratico. La gratuità è una legge fondamentale della vita umana e la gratitudine è la cifra dell’umano che non va confinata alla vita privata.

“L’Agape è intenzionalmente ingenua perché l’ignominia ha bisogno di essere trattata con dignità”- Il professor Luigino Bruni ha ribadito l’importanza del dono per l’economia moderna; Bruni ha ricordato che Mauss considera il modo come qualcosa di commerciale, politico in realtà nei grandi classici, non è sempre così, ad esempio Victor Hugo ne “I miserabili” esplicita bene l’ essenza del dono nell’episodio del vescovo che apparecchia intenzionalmente la tavola con le posate d’argento per il ladro appena uscito di prigione. “L’Agape è intenzionalmente ingenua- ha spiegato Bruni- perché l’ignominia ha bisogno di essere trattata con dignità; perciò “ ti lascio anche il mantello”. Il dono è sovversivo ha ricordato il professore- “ l’ostilità moderna nei sui confronti si esplicita con la meritocrazia, ma se riflettiamo bene vediamo che nelle nostre vite c’è molta più provvidenza che merito”. Considerando il dono all’interno dell’attività lavorativa Bruni ha spiegato che il dono nel lavoro significa essenzialmente fare, operando al meglio di sé, senza risparmiarsi, “il dono è dentro il lavoro e non accanto” -ha affermato- “do il meglio di me anche se nessun contratto me lo chiede”.
“Do ut sis” e non “Do ut des” – Il professor Luigi Alici nel suo intervento conclusivo ha messo in relazione il dono con lo Spirito Santo, la terza persona della Trinità, come legame tra la prima e la seconda . “Del Figlio si dice “ genitum non factum ”- ha detto Alici- “ lo Spirito è il dono del padre e del figlio e trasforma il loro legame in un dono d’amore”. “Ma lo Spirito è anche una persona- ha precisato- che vuol dire che il legame conta perché è generativo di una comunità”. Alici ha evidenziato la postura antropocentrica della modernità che deriva dal metodo scientifico all’interno della quale la relazione è duale, “Ma diventiamo liberi -ha concluso Alici-solo riconoscendo il dono che accomuna, ovvero lo Spirito che appartiene al fondamentale dell’umano; “do ut sis” e non “do ut des” perché il dono vero è fonte di legame che personalizza la vita comunitaria, non ha valore ripartivo, non è alternativo all’economia e incide sui futuri generativi delle disuguaglianze”













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