La figlia Giuliana Cocchia e l’allievo Giorgio Porzi

Ieri pomeriggio un momento particolare di memoria storica nella chiesa di s. Antonio al Borgo. Per la comunità che si raccoglie intorno al cartellone di appuntamenti proposti dal moltiforme Salvatore Silivestro un incontro che coinvolgeva la memoria di alcuni di noi. Certo non siamo molti a ricordare gli antichi maestri del Morlacchi, ma la figura di Fausto Cocchia, storico docente di viola, è ancora viva davanti ai nostri occhi di giovanissimi apprendisti della musica. Baffetti neri, chioma folta, la spalla inarcata come è tipico degli strumentisti ad arco, il maestro Cocchia era una costante presenza agli esami, sia di solfeggio che di armonia, perché era in possesso del prestigioso diploma di composizione conseguito nel mitico Conservatorio san Pietro a Majella di Napoli. Musicista partenopeo, in possesso dei requisiti storici che il mondo intero ci invidiava prima dell’allineamento del nostro paese ai modelli europei. Allora il maestro Cocchia, violinista prima, indi violista in specializzazione e compositore per necessità interiore, i suoi modelli formativi se li andò a perfezionare all’Accademia Chigiana di Siena, accostandosi al magistero di Arrigo Serato e Alfredo Casella. Competenze che andarono ad arricchire la definizione professionale di un giovane che maturò ben presto i suoi talenti nel Quintetto Chigiano, indi coi Virtuosi di Roma e coi Solisti Veneti. Entrato nel corpo docente del Morlacchi fu tra i primi a suonare col pianista Tullio Macoggi nei concerti del Comitato Angoloitaliano installatosi a palazzo Gallenga grazie ai britannici dell’Ottava Armata. Pronubo della stagione, la prima della Perugia libera, era Francesco Siciliani.

Avvenuto il passaggio agli Amici della Musica di donna Alba Buitoni, Cocchia prosegui’ il sodalizio con Macoggi, alternando il duo anche col più giovane collega Alberto Ciammarughi. Questi sono momenti di un passato che non va disperso, per capire anche da dove siamo venuti e dove siamo cresciuti.

Per questo dopo le commosse parole della figlia del maestro, Giuliana, è stato opportuno ascoltare al microfono il discorso di Giorgio Porzi, il musicista che gli subentrò nella cattedra di viola: c’era il ricordo del docente, la serietà del suo insegnamento e la dedizione ai suoi allievi, tra cui Porzi ha voluto ricordare anche il collega Emilio Poggioni.

E’ con questo bagaglio di esperienze acquisite al Morlacchi che i giovani di allora potevano entrare agevolmente nel mondo del lavoro e trascorrere una prestigiosa vita pina di soddisfazioni. Anche perché poi le cose apprese si trasmettono, in virtù di un filone di certezze morali che passano di generazione in generazione. Ecco perché ieri sulla pedana del Borgo era presente un ancor giovane violista, Carmelo Giallombardo che, per precisa volontà di Giuliana, impugnava lo strumento di Cocchia, la pregevole “Rodolfo Fredi” del 1940. A completare l’arco del Gotha del mondo violistico c’era poi la consapevolezza che il giovane Carmelo è stato allievo di Piero Farulli, il leone ruggente dell’arco, il musicista che qui a Perugia è leggenda. Cocchia ereditò la cattedra di Farulli che venne presto assorbito alla carriera mondiale del Quartetto Italiano.

Ma qualcosa è rimasto in questo suo discepolo Giallombardo che sta percorrendo una carriera ricchissima di riconoscimenti e di acquisizioni. La sua formazione, maturata anche all’Accademia Chigiana con Bruno Giuranna è risultata subito evidente dal suono vellutato ma profondo con cui Giallombardo ha subito delineato il primo numero del concerto, l’op. 70 di Schumann. Musica subito tormentosa, placata dalla sorpresa della successiva Sonata di Rolla, operista e strumentista dell’Impero, raffinato cesellatore di cammei cameristici nell’Italia napoleonica. Un pezzo pregevole di fattura, per quanto esposto nella tecnica, padroneggiato dal virtuosismo di Carmelo, assecondato in questo dalla tastiera di Marco Lazzeri, un pregevole discepolo del compianto Carlo Alberto Neri. Non poteva mancare nel programma una op. 120 n. 2 di Brahms, cesellata con cura anche dal timbro dello storico Bechstein che Eugenio Becchetti mette a disposizione del Borgo.

Un suono cavernoso che si amalgamava perfettamente alla viola “magadizzante” con saggezza. A tanta filosofia poi è subentrata una sezione dell’estrosa Sonata di Glinka, musicista russo errante nel Belpaese ormai dominato da Bellini e Donizetti. Echi operistici in questo movimento guizzante, un po’ Hummel e un po’ Belcanto, con una straordinaria efficacia esecutiva da parte di entrambi i cameristi. Chiusura con un bis caramelloso di un giovane autore perugino, Luca Garbini. Soddisfazione per un dovere assolto con la massima qualità umana e musicate possibile e abituale “dejeneur” sotto i portici, una abitudine che vizia gli ascoltatori.

Stefano Ragni

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