di Marco Respinti
Il XIV Dalai Lama, Tenzin Gyatso, compirà 90 anni il 6 luglio prossimo.
È l’autorità spirituale suprema della scuola Geluk del buddhismo tibetano e per tutti il padre della patria. Il 17 marzo 1959 fu costretto ad abbandonare il vasto Tibet storico al precipitare della situazione seguita alla rivolta tibetana del 10 marzo contro l’occupazione militare cinese. Questa durava peraltro dal 1950, provocando morti e distruzioni. Fu una fuga perigliosa e rocambolesca attraverso l’Himalaya fino all’India, dove Tenzin trovò asilo politico e fondò, con i 20 compagni che lo avevano seguito e difeso sulle montagne per chilometri e chilometri, una “piccola patria” a Dharamsala, nel distretto di Kangra, nello stato federato dell’Himachal Pradesh.
Da sempre la Cina, che se lo lasciò sfuggire allora, tenta di controllarne la vita (senza successo) e di ipotecarne la dipartita. Nel buddhismo tibetano, infatti, il Dalai Lama sceglie il proprio successore riconoscendo in un giovane prescelto la propria reincarnazione. Se riuscisse a sabotare il processo di quel riconoscimento, una volta che Tenzin Gyatso sarà scomparso la Cina metterà fine definitivamente al riottoso Tibet della diaspora. Infatti, nonostante dal 2012 il Dalai Lama non sia più il capo anche politico del governo tibetano in esilio a McLeod Ganj, sobborgo di Dharamsala (a favore del Sikyong, il primo ministro regolarmente eletto attraverso consultazioni democratiche), la sua autorità è così forte e ubiqua che se Pechino riuscisse a sostituirvi un fantoccio, ciò avrebbe il potere di generare devastazioni insanabili.
Immaginiamo un Dalai Lama che obbedisse agli usurpatori, provocando scandalo e fratture tra i fedeli in un contesto culturale dove, nonostante le distinzioni recenti alla occidentale, politica e religione restano strettamente unite e correlate. Immaginiamoci se la pedina di Pechino nei panni dell’autorità suprema dei tibetani dovesse, come ovviamente farebbe, pronunciarsi in maniera controversa. Chi lo rinnegasse, compirebbe un gesto gravissimo di rifiuto e scisma, dando fra l’altro via libera alla Cina per una repressione sanguinosa dei ribelli. Chi invece lo seguisse, pur consapevole dell’errore, si piegherebbe totalmente agli usurpatori. In entrambi i casi, il Tibet smetterebbe di esistere.
Per questo Pechino ha persino ideato un permesso speciale per i lama, una sorta di patente emessa in base all’Ordine n. 5 del 2007 dall’Amministrazione statale per gli affari religiosi che consente loro di reincarnarsi lecitamente e legalmente solo con il permesso del Partito Comunista: l’assurdo, cioè, di un regime ateo che si arroga il diritto di stabilire chi sia conforme ai dettami ultimi di una fede religiosa.
In questa medesima logica, nel 1995 la Cina ha rapito l’11° Panchen Lama, la seconda autorità nella scuola Geluk. Quando il 14 maggio di quell’anno il Dalai Lama, come da sua prerogativa, riconobbe in Gedhun Choekyi Nyima, allora un bimbetto di 6 anni, la reincarnazione del decimo Panchen Lama, il Partito Comunista contestò la designazione, rapì il piccolo con tutta la sua famiglia, che scomparvero letteralmente nel nulla, e poi riconobbe in Gyaincain Norbu di 5 anni l’alternativa gradita, allevandolo a diventare una voce ufficiale del buddhismo fedele al partito.
Ora, il Dalai Lama ha appena pubblicato un nuovo libro, Voice for the Voiceless: Over Seven Decades of Struggle with China for My Land and My People (William Morrow, New York 2025), in cui afferma, per la prima volta, che il proprio successore nascerà nel «mondo libero», ovvero fuori dai confini cinesi. Non si sa ancora se in India, una possibilità, questa, a cui lo stesso Dalai Lama ha accennato in passato. È una dichiarazione fortissima, che infrange ogni mira cinese.
Se infatti il prossimo Dalai Lama nascerà fuori dalla Cina, per la Cina sarà difficilissimo controllarlo. Sì, i sistemi cinesi di repressione internazionale e di corruzione sono potentissimi, ma certamente a quel punto la strada di Pechino sarà tutta in salita. Per questo Pechino ha protestato immediatamente, reiterando di avere il diritto di vidimare la reincarnazione anche del Dalai Lama. Ma Tenzin Gyatso, noto per amare gli scherzi e le facezie, ha buggerato Pechino. Lo ha fatto con un libro da vivo, e nel farlo si è riservato il diritto di ridere bene ridendo da ultimo. Cioè, addirittura da morto o, secondo il credo dei buddhisti tibetani, proiettandosi oltre da reincarnato.













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