di dott.ssa Maria Luisa Cipolla
Il Centro Studi “Criminalità e Giustizia” ha dedicato un ciclo di seminari al tema della distruzione dei resti archeologici e delle testimonianze artistiche in diverse parti del mondo.
L’obiettivo è sensibilizzare il pubblico e portare l’attenzione su questo fenomeno così antico e allo stesso tempo così drammaticamente attuale: il patrimonio culturale è da sempre un elemento fondante per la costruzione dell’identità, personale e di gruppo. Attraverso la conservazione e la trasmissione delle opere rappresentative di una determinata cultura e dei suoi monumenti, il sistema valoriale si trasmette di generazione in generazione, contribuendo alla creazione dell’identità collettiva e al suo mantenimento nel corso del tempo. E non poteva essere altrimenti: la parola monumentum deriva dal latino monere, “ammonire” ma anche e soprattutto “ricordare”.
Monumentum dunque è “qualcosa da ricordare”.
Ed è in questa capacità di produrre memoria che sta la specificità della nostra razza, qualcosa che ci distingue dagli animali: non il fatto di creare opere ingegnose, non il fatto di avere sentimenti, non il mero meccanismo mentale del “ricordare”…. tutte queste cose gli altri animali le fanno benissimo, e – in proporzione, visti i mezzi che hanno a disposizione – forse le fanno anche meglio di noi. Ma c’è una cosa che gli animali non possono fare: produrre oggetti a cui ancorare la memoria, documenti della nostra esistenza sulla terra in grado di raccontare a chi verrà dopo di noi chi eravamo, chi siamo stati, oggetti che parleranno eternamente dei nostri valori, di ciò in cui credevamo, di cosa abbiamo fatto.
Il monumento ha sempre una dimensione di gruppo e mai individuale, quindi parliamo sempre di valori collettivi, condivisi da un gruppo, da una comunità, grande o piccola che sia, unita da valori comuni, dall’appartenenza ad uno stato, a un’etnia, a una religione. Poco importa qual è il comun denominatore del gruppo, il monumento racconterà di valori e parlerà “una lingua” (cioè userà un codice comunicativo) che quelle persone comprenderanno perfettamente, creerà una narrativa in cui si potranno riconoscere ed identificare, e così anche le generazioni a seguire.
Ed è proprio questa caratteristica così impattante che rende i monumenti così fatalmente esposti al pericolo di essere attaccati, deturpati, cancellati.
Questo meccanismo è ben noto fin dall’antichità: la distruzione di monumenti e opere artistiche è un evento comunissimo lungo tutta la storia dell’uomo, dall’antichità fino al giorno d’oggi. Pensiamo a quello che è avvenuto in Siria e in Iraq con l’Isis, pensiamo a quanto si è verificato in alcune città americane e sudamericane con le statue di Cristoforo Colombo, in Cina con Mao Zedong e la distruzione dei luoghi di culto del Buddismo e del Taoismo. E qui potremmo essere tentati di frapporre distanza tra noi, tra il nostro mondo/modo di sentire europeo – che noi riteniamo moderno e rispettoso della cultura – e questi episodi, avvenuti in terre lontane, con una passato diverso dal nostro…..ma la verità è che episodi di distruzione del patrimonio culturale si sono verificati e si stanno verificando anche nel cuore della nostra Europa. Basti pensare alla rivoluzione del 1789 in Francia, quando la radicalità della visione rivoluzionaria si accanì per diversi anni con ordinanze esplicite contro tutto ciò che alludesse o ricordasse il potere dell’aristocrazia e del clero. Il Comitato di Salute pubblica decretò la distruzione dei mausolei dei Saint Denis. Alla delibera seguì subito l’azione e l’archivista di Saint Denis registrò sconvolto che in 3 giorni scomparve l’opera di 12 secoli. Nonostante si fosse levata dai membri della Convenzione qualche voce isolata per protestare e chiedere che fosse interrotto quello scempio, l’opera di distruzione andò avanti. Del «vandalismo rivoluzionario» furono vittime incolpevoli anche statue ben più antiche di quelle del XVIII secolo.
Se vogliamo rimanere nell’epoca attuale e contemporanea, la Russia più di una volta nel corso della guerra contro l’Ucraina ha attaccato musei e luoghi considerati come il simbolo della cultura del paese invaso.
Il problema è potenzialmente sempre presente ed è per questo che l’opera di divulgazione e la creazione di seminari che ne spieghino le dinamiche e le motivazioni retrostanti risultano strumenti fondamentali. La distruzione dell’altro da noi, del diverso, del “nemico” passa sia attraverso la distruzione fisica degli individui (guerre, omicidi, genocidi), sia attraverso la disgregazione dell’identità dell’altro. Non solo la sua denigrazione, il suo annichilimento e il suo avvilimento, la tendenza a considerare l’altro come qualcosa di diverso, la de-umanizzazione che consente ai soldati di eseguire gli ordini più feroci e alle masse di alzare le spalle di fronte alle atrocità, ma anche la distruzione dei segni dell’identità dell’altro. La sua religione, i suoi valori, il suo passato.











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