Il bon ton mancato di Kamala Harris e la minaccia cinese del suo vice

di Marco Respinti

Ogni aspirante alla Casa Bianca ha il proprio vice, altrettanto aspirante fino a prova dell’urna contraria. Assieme formano il ticket, una parola entrata nel linguaggio politico dell’inglese americano per designare (genericamente) una lista, dunque (specificamente) una coppia di candidati sostenuta da un determinato partito. È la forma anglicizzata e abbreviata di un vocabolo, «estiquette», che nel francese del secolo XVI indicava una breve nota scritta, talora un permesso, provenendo dal medio neerlandese «steken», che significa “mettere a posto”. Il sovrapporsi di significati propri e sensi traslati ha mutato il “mettere a posto” in un elenco di regole da esporre, pure appiccicandole: dal cartellino sulle bottiglie al protocollo delle occasioni formali. L’etichetta, cioè le norme che fissano il cerimoniale di buona creanza da osservare quando si è in compagnia di altri, deriva da qui. Insomma, la parentela fra candidati alla Casa Bianca e galateo è strettissima, solo che Kamala Harris, ubriacata dalla cancel culture, non lo sa e ha scelto il vice diventando la reginetta del minuetto del Partito Democratico fuori dalle regole.

Nemmeno i Gianburrasca

Anzitutto, il luogo in cui un partito indica il proprio candidato è la Convenzione nazionale. Lì si contano i delegati che ogni aspirante si è guadagnato nei mesi delle primarie Stato per Stato. La matematica conclude i giochi prima e tutti sanno d’avanzo chi è il candidato finale semplicemente da formalizzare. Eppure tutti, persino i Gianburrasca come Donald Trump, aspettano sereni l’ufficializzazione. I riti hanno il proprio peso.

La Harris invece no. L’apparato di partito che organizza la Convenzione nazionale dei Democratici l’ha scelta anzitempo lunedì 5 agosto, che Oltreoceano era oramai notte, alla fine di un ballottaggio-lotteria iniziato venerdì 2 e svoltosi online e per telefono. Ma la Convenzione ancora non c’è stata e, come da programma, si svolgerà dal 19 al 22 agosto. Questa dannatissima fretta l’ha messa meno il ritiro dalla corsa di Joe Biden quanto l’enorme quantità di denaro già versato dai finanziatori, che non poteva disperdersi ma che non sarebbe stato semplice trasferire in modo trasparente ad altri, anche con il rischio di parecchia dispersione per strada. Questo spiega la percentuale bulgara del 99% di delegati che hanno designato Kamala.

Una Convention inutile

In secondo luogo, la Harris non ha aspettato appunto la Convenzione per annunciare il proprio running-mate, una espressione che deriva dal verbo anglosassone usato per “accoppiarsi”, “maritarsi”, e ha già presentato ai genitori, al ballo delle debuttanti, alla nazione e al mondo il compagno, Tim Walz, 60 anni, governatore del Minnesota.

Certo, l’etichetta della lunga corsa per la Casa Bianca è tutta consuetudini e prassi. Alterandola non si viola nessuno dei Dieci Comandamenti. Ma il processo che porta all’elezione del presidente e del vicepresidente federali è un cammino lungo che ha i propri momenti forti e i propri gesti consolidati a sottolineare la solennità di un momento che affonda le radici nel Pensiero dei Padri costituenti convinti, con Aristotele, che il governo migliore fosse il giusto mezzo e l’armonia temperata fra monarchia, aristocrazia e repubblica. Quindi perché la Harris e i suoi patron hanno voluto bruciare le tappe con smania parvenu di consumare il connubio prima della data fissata delle nozze se non per maleducazione woke e fretta di scartare anzitempo i ricchissimi regali dei donatori? Tra qualche girono ai Democratici della Convenzione non resterà quindi che abbuffarsi di pietanze, brindisi e photo-opportunity con gli sposi.

Kamala Harris e Tim Walz durante un comizio in Wisconsin (Kerem Yucel/Minnesota Public Radio via AP)

L’asso nella manica (e il paradosso Joe Biden)

Quanto alla coppia, se quattro anni fa la Harris servì a coprire il fianco sinistro di Biden, oggi Walz sdoganerebbe la Harris al centro. I suoi avversari nel campo trumpiano hanno cercato di fare di tutto per inchiodare Walz a un passato di relazioni intense con la Cina comunista, e qui il grottesco si è sprecato. Certo, Walz ha persino insegnato oltre la Cortina di bambù, ma in realtà ha sempre aspramente criticato le violazioni cinesi dei diritti umani, si è schierato con il Dalai Lama e ha fatto parte della benemerita Congressional-Executive Commission on China. I trumpiani hanno decisamente sbagliato mira. Accecati dal furore ideologico, hanno perso di vista la questione più insidiosa. Se infatti Walz convincesse le varie diaspore fuoriuscite dalla Cina e i loro molti amici americani a votare la Harris, per i Democratici sarebbe la tempesta perfetta: sperare di vincere a Sinistra lucrando sul voto anticomunista.

Nel frattempo, continua la farsa Biden: non è in grado di reggere la campagna elettorale fino al 5 novembre, ma resterà a capo del Paese più importante del mondo, magari con il dito che può scivolare, complice l’età, sui bottoni più pericolosi, fino al 20 gennaio 2015, quando si insedierà ufficialmente il nuovo inquilino della Casa Bianca.

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