La scomparsa di Gabrio Nocchi politico, uomo di cultura e musicista, il cordoglio degli amici del Morlacchi, i ricordi della nascita del Festival delle Nazioni nella sua autobiografia


Con la scomparsa di Gabrio Nocchi si chiude la laboriosa vita di un personaggio molto importante per la cultura  e la vita politica umbra

(Perugia) Ma per alcuni di noi, gli ultimi di una generazione di musicisti che si sono formati negli anni ‘60 nell’Istituto Parificato “Francesco Morlacchi”, oggi prestigioso Conservatorio perugino, è la perdita di un antico  compagno di strada. 

Per ricordalo abbiamo ripreso  in mano il libro di memorie che Gabrio redasse negli anni del Covid. Allora aveva 75 anni, ma come spesso accade ai grandi uomini, aveva intuito che era sull’orlo dell’età in cui per ricordare ed essere ricordati bisogna scrivere. Anche per tramandare i momenti di una vita esemplare di un uomo che, nato da esponenti del “popolo minuto” tra le quattro case  di Scalocchio, il piccolo borgo  sulle pendici  della Bocca Serriola, sul sentiero montano che porta verso la Trabaria. Da quella terra, oggi in comune di Apecchio, il nonno Venanzio si era trasferito a Città di Castello, e alla nascita del nepote, come di tradizione, impose  il suo nome. Fu mamma Letizia ad opporsi e a pretendere che, nonostante l’anagrafe, suo figlio fosse chiamato Gabrio. E così fu. Al giovane Nocchi toccò così il singolare destino di  portare un nome che, immancabilmente, faceva pensare a Venanzio Gabriotti, il patriota tifernate  martire della Liberazione. 

L’ingresso nel mondo della musica per un adolescente che già sui libri di scuola preparava la sua futura emancipazione dalla famiglia operaia in cui cresceva, avvenne all’Oratorio, quando padre Bonagiunta, impressionato dalla voce del ragazzino che sapeva intonare così bene i “Tantum ergo”, lo ammise tra i chierichetti della parrocchia. Frequentando il classico “Plinio il vecchio”, Gabrio ottenne una audizione da parte del maestro Arcaleni che don Onorio Magnoni curava la preparazione della “Schola cantorum Abbatini”. L’esordio avvenne quindi con la aria da solista del Benedictus nella “Missa solemnis” di Licioni Refice. In  quell’ambiente Gabrio strinse rapporti significativi con due grandi cantanti in odor di Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto, Adelio Alunni e Lorenzo Testi, un tenore e un baritono, mentre lui si esprimeva già nella tessitura del basso. Undici anni di presenza nel coro, con la iscrizione alla Scuola Comunale castellana, allora diretta dal maestro Polverini. La prima esibizione ‘ del ’64 con un’aria da La Juive di Halevy, “Se oppressi ognor”. Con l’istituto musicale Nocchi ha tenuto fino all’ultimo rapporti, studiano nel corso della brava Catharina Sharp. La Schola dovette lasciarla nel ’72, perché ad alcuni dirigenti dell’allora PCI non sembrava consono per un politico di sinistra cantare in chiesa. 

All’inizio del 1984 comunque la Scuola di Musica fu pronuba di un incontro fatale con quella cha sarebbe diventata sua moglie Ines. Un portone aperto tardivamente, il bidello che tarda e le prima chiacchierate, anche al di là della occhiuta vigilanza di mamma Amalia e fu subito amore. 

Furono poi gli anni dello studio nell’Ateneo perugino e la laura con Armando Rigobello controrelatore il mitico padre Cornelio Fabro. Ma il trenino della Centrale Umbria serviva anche per venire a studiare nell’allora Istituto Parificato Morlacchi, dove lo abbiamo conosciuto. Sentivamo la sua voce profonda di basso uscire da quella autentica caverna che era allora la classe di canto. Nei corridoi del convento dei Padri Filippini di via Fratti. Impensabilmente l’unica aula senza finestra, tanto che la chiamavamo “la tomba”. Nelle stanze  impietosamente non riscaldate ci incontravamo coi compagni di allora, Enrico Caproni e Ferdinando Carbonari, che dal mattino presto intonavano i duetti di corni come lugubri litanie, Ciro Scarponi, già brillante di smalto virtuosistico, Carla Alunni che sarà sua moglie, Fernando Grillo che studiava come ricavare successo dal suo contrabbasso, Andrea  Franceschelli col suo oboe, Franco Pacioselli, già maturo, Franco Tirilli, il triste fagottista, Corinto Poggioni, Giorgio Porzi, destinati a grandi ruoli orchestrali e cameristici.

Dalla “tomba” dove insegnava Renata Ongaro usciva quell’ululato profondo che era l’aria del “Simon Boccanegra”, il doge genovese, quel “Lacerato spirito”; diventerà   l’aria preferita di Gabrio, che, nei saggi, seppe anche intonare l’aria di Pimen, dal Boris. Era il 1968 e tutti  eravamo impressionati da questa voce. Anche il direttore Valentino Bucchi, un grande compositore fiorentino, che fece di tutto per trattenere Gabrio agli studi. E il contorno accademico del Morlacchi era allora  di livello altissimo: Clemente Terni era anche docente a Santiagio de Compostela, Roberto Michelli era il violino solista de I  Musici, Piero Farulli era la viola del Quartetto Italiano, Amedeo Baldovino il violoncello del Trio di Trieste, Tullio Macoggi il pianista di Gioconda de Vito. Era anche iniziato un corso di direzione d’orchestra con Franco Ferrara.

La laurea conseguita e il primo incarico in una scuola tifernate costrinsero Nocchi ad abbandonarci. Con questo commento che troviamo nella autobiografia: “La vita non aiuta a maturare scelte libere, anzi pare stretta dentro un cunicolo nel quale agisce una forza che conduce verso una certa direzione, senza alternative; quando ci si accorge che altre ce ne sarebbero potute essere è sempre troppo tardi.” Il rapporto con la musica comunque non finisce qui. 

Perché verranno i momenti importantissimi della nascita del Festival delle Nazioni, l’istituzione a cui maggiormente è legata la memoria di Nocchi. Nato nel 1968 come manifestazione di musica da camera affidata alla prestigiosa Camerata Bariloche di Alberto Lisy, una formazione di maestri baltici emigrati in Argentina, il Festival tifernate assunse nel ’72 il nome che oggi lo contraddistingue; nel frattempo,  due anni prima Nocchi era diventato sindaco della città.  Da quel momento tutta la sua vita è rimasta legata alla manifestazione settembrina alla cui ombra sono nate tante occasioni di crescita culturale per l’intera comunità musicale umbra. Per Gabrio è stato un cuore pulsante al punto di aver destinato alla musica anche i suoi figli, Cecilia e Simone. Da sindaco e poi da assessore regionale e infine da senatore della Repubblica, ogni serata lo ha visto partecipe delle manifestazioni, fino alla scorsa edizione, in cui lo abbiamo fotografato al teatro degli Illuminati accanto al vecchio compagno di strada Massimo Ortalli.

Sfogliando le oltre cinquecento pagine della autobiografia, coscienziosamente intitolata “Memorie all’inizio del tramonto”, scorrono con dovizia di particolari nomi e situazioni che si sono snodate nel corso dei decenni. Il passaggio dalla iniziale gestione Juhar a quella del veneto Gabriele Gandini ha segnato l’allargamento e l’approfondimento di orizzonti impensabili per una manifestazione legata a una città di provincia. Cita, Gabrio, i grandi quartetti d’archi, Italiano, Amadeus, Tatrai, la modifica dello statuto del Festival nel ’93, l’arrivo  alla presidenza di Carlo Fuscagni, tifernate, allora direttore della Rai. Dal ’94 la presenza paritaria dei privati modificò parzialmente la fisionomia della manifestazione. Accanto alla Academy St. Martin in  the Fields, ecco la mondanità: Pavarotti, Alain Delon, Gilbert Becaud, Gigi Proietti. Nel ’96 un incredibile buco di bilancio che spinge a trovare soluzioni: Ortalli, Giuliano Giubilei, Aldo Bendetti, Fabrizio Fabbri, Franco Fontana  a garanzia della serietà di chi organizza. Poi nel 2004 il provvidenziale arrivo di Aldo Sisillo.

La programmazione riprende quota con una struttura amministrativa che tiene: Francesca Martinelli e Laura Rebescini sono chiamate in causa  con vere parole di encomio. Ma i guai si addensano e nelle ultime pagine dedicate al festival Gabrio deve ammettere di essersi fidato di persone che non hanno apprezzato il suo impegno. Di qui una traumatica uscita che ha un sapore dantesco: il Festival ha mangiato uno dei suoi padri fondatori. Ma non ci sono parola di sdegno, non vi è polemica. Anzi alla assemblea indetta dalla nuova presidente, Silvia Polidori per presentare il nuovo direttore artistico, Massimo Mercelli, Gabrio era ancora una volta seduto accanto a Massimo Ortalli, interessato come sempre. 

E’ rimasto, fino a poco tempo fa, il legame tra Nocchi a la Scuola Comunale di musica, con la presenza in produzioni dell’ottimo  Cecchetti e Catharina Sharp: dove Gabrio, a più riprese ha impersonato ruoli vocali che gli saranno certamente piaciuti. Dio Padre e il Demonio, ma si sa, erano invenzioni del teatro barocco. Avviandoci a una nuova edizione delle Nazioni, con un programma esposto con chiarezza e competenza da Massimo Mercelli, ci si augura che il Festival vorrà dedicare un momento di riflessione a chi lo ha amato con tanta passione.

Per noi sarà sempre la voce di Verdi. 

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