J. Callot, Parto in un campo di zingari, 1621.
di Moreno Pedrinzani
L’origine degli zingari
Sin dalla prima loro apparizione in Occidente gli zingari suscitarono curiosità e non solo nei cronachisti, ma in generale in tutti coloro che si trovarono a scrivere qualcosa e che furono testimoni oculari della loro comparsa, a dire il vero piuttosto improvvisa e inaspettata. Molto precocemente i registri francesi di Arras, siamo nell’ottobre del 1421, descrivono una folla esotica di egiziani arrivati in città. Potrebbe stupire il fatto che costoro fossero zingari, dato che si dicevano pagani d’Egitto convertiti al cristianesimo, ma poi tornati pagani, poi di nuovo cristiani, in viaggio per espiare le proprie colpe in un sorta di eterno pellegrinaggio. Figura che rientrava perfettamente nella concezione occidentale di realtà, l’accettabilità del pellegrinaggio e dell’espiazione era senz’altro linguaggio dell’Europa cristiana, che vedeva invece nel seminomadismo un elemento barbarico e di destabilizzazione. La questione degli zingari egiziani è interessante, poiché si tratta, pare, di una loro autodichiarazione, dovuta al fatto che l’Egitto era l’ultimo luogo di soggiorno del loro peregrinare. Questa provenienza orientale, data per certa, incuriosì subito i sapienti e gli umanisti che discutevano sulla loro origine, cosa che proseguì nel corso dei secoli, fino al XX, quando il metodo maggiormente preciso della linguistica, attraverso il rigore scientifico, li indagò non solo linguisticamente, ma anche nella disciplina della ziganologia, volta all’analisi di usi, costumi. Fu in tale contesto che venne confermata la parentela con le lingue indiane, già teorizzata nel XVIII secolo, quando ci fu un’acquisizione scientifica degli elementi della linguistica e una maggior penetrazione e presenza occidentale nel subcontinente indiano; lo studio di tali lingue, inestimabile per fare luce sulla provenienza degli zingari, fu possibile soltanto nell’età moderna inoltrata, quando fu tecnicamente possibile studiare seriamente il subcontinente indiano. La prima opera in tal senso è quella di Grellmann, la seconda di Borrow, che si appassionò ai gypsies inglesi (si noti che il termine deriva proprio da egiziani, come del resto gitani) sebbene con toni romanzeschi. Questi due precoci esempi furono fondamentali per gli studi successivi e per destare un interesse diffuso. In Francia fu Bataillard che indagò in particolare gli spostamenti e le migrazioni nei secoli. Nel XIX secolo venne fondata la Gypsy Lore Society che pubblicò anche una rivista dedicata. Nel 1914 si contavano 4577 opere o articoli dedicati agli zingari nel mondo accademico e dello studio, una lista parziale che fornisce però l’idea del vivo interesse che si era formato. Il 1955 è un altro anno interessante, in quanto uscì la rivista ètudes tsiganes in Francia, nel 1965 fu il nostro paese, con Lacio Drom del Centro Studi Zingari, a fornire al pubblico un’ottima rivista di studi zingarici, che decadde tra gli anni ’80 e ’90 acquisendo i toni pietisti della stampa e della cultura dell’epoca, invece che preservare un impianto di studio rigoroso.
La separazione come fenomeno di chirurgia sociale
Tutti questi lavori sono serviti per squarciare il velo dell’esotismo, dei falsi misteri e delle conoscenze inesatte, che andavano a creare miti difficili da dissipare. Si tratta di una popolazione tenuta volutamente separata e delimitata per secoli, con coercizioni enormi da parte delle autorità pubbliche, oppure operando assimilazioni forzate, specie da parte di governi cosiddetti illuminati, come l’Impero di Giuseppe II (1741 – 1790) o la Spagna di Carlo III (1759 – 1788). Momenti di ingresso dell’illuminismo e delle concezioni egualitarie, sì, ma senza sapere niente del folklore e della mentalità degli zingari, che intendevano bruscamente trasformare in bravi contadini identici a quelli dei loro paesi. Fare una storia degli zingari è complesso, anche perché le fonti sono tutte di esterni, gli zingari non parlano mai di loro stessi, non ne hanno facoltà né strumenti, nessun cronachista o funzionario li registra, persino altri marginali venivano registrati, come accadde ai profughi albanesi dopo l’assedio di Scutari negli anni ’70 del XV secolo, ma gli zingari sono ancora più marginali, assoluti outsider e totali incompresi, restano nell’oblio. Una storia di questi popoli, dunque, deve utilizzare come fonti gli avvenimenti esterni, quelli emanati dalle autorità, voluti dallo Stato o dalle organizzazioni, gli zingari di per sé non registrano né emanano decreti. Dal 1884 al 1856 vennero pian piano aboliti i decreti di schiavitù in Romania, un evento squisitamente statale, ma di grande impatto sulla storia degli zingari, che emigrarono in Europa e nelle Americhe dopo questo cambiamento.
Una presenza sinistra

Caravaggio, Buona ventura, Roma, Pinacoteca Capitolina, 1593 – 1594.
Che gli zingari siano stati associati sin da principio al mondo criminale è cosa nota. Se pensiamo alla pittura vediamo lo stereotipo della zingara truffatrice o ladra già in Caravaggio e nei caravaggisti, ma del resto è proprio questo XVII secolo, tra luci e ombre, di grandi povertà e tragedie, a far risaltare le torme di profughi e accattoni nelle città europee. Anche Miguel de Cervantes nelle sue Novelle esemplari parla ne La Gitanilla degli zingari come un popolo nato per rubare, senza alcuna morale. Talvolta la loro rappresentazione è priva di connotato razziale, è curioso infatti notare come alcuni autori li registrassero come un setta, ovverosia una sorta di corporazione di truffatori, quella degli cingani, non dissimile ai falsi frati, ai falsi prigionieri presso i barbareschi, insomma un’unità di intenti economici alla quale chiunque poteva associarsi ed imparare il mestiere. Ma se questa popolazione ondivaga e dalla presenza incerta era tutto sommato accettabile nel medioevo, fu l’età moderna a presentare i tratti maggiormente repressivi, col progressivo accentramento e controllo statale sul lavoro e sulla gestione della popolazione, che non poteva più concepire l’esistenza di tali marginalità fuori dal contesto generale predeterminato e dotato di una forma abbastanza conoscibile da essere gestito con facilità. La repressione del vagabondaggio che fu molto dura in età moderna, passò anche dall’aggressione verso lo stile di vita degli zingari, che vennero dunque assimilati a criminali organizzati. Elementi ancora più tetri si ebbero con l’accusa del furto dei bambini, col fine di renderli mendicanti; un atto similare a danno dei bambini veniva già associato all’altro gruppo fortemente criminalizzato, quello ebraico, che proprio in questa età moderna, dal respiro controriformistico, vide vicende quale il martirio di San Simonino di Trento, un bambino dissanguato in un supposto rituale di sacrificio umano per il quale vennero accusati gli ebrei. Nel XVII Wagenseil volle far derivare la lingua degli zingari dall’ebraico, a riprova di questo legame mentale percepito, come medesimo nemico interno. Più di recente, nel XX secolo, René Guénon parlò della provenienza degli zingari associandoli ad Agarttha analizzando alcuni elementi culturali residuali, fatto di notevole interesse, ma che esula dal nostro discorso strettamente storico.
Bibliografia
AA. VV., Storia d’Italia. Dalla caduta dell’Impero Romano al secolo XVIII, II voll., Einaudi, Torino,1974.
F. de Vaux Defoletier, Mille anni di storia degli zingari, Jaca Book, Milano, 2010.
P. Camporesi, Il Libro Dei Vagabondi, Einaudi, Torino, 1972.












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