Diretto Marco Angius con una concertazione cristallina, calibrando gli “stati progressivi” dell’erotismo
(Spoleto) Chiusura positiva del primo anno della nuova gestione Calai e Girardi. La coppia dei Dioscuri, il presidente Roberto Calai e il direttore artistico Enrico Girardi può tirare un bel respiro di sollievo. Cambiare radicalmente la gestione di un ente lirico comporta rischi di notevole impatto sia con la storia dell’istituzione che con le dinamiche della politica cittadina. Al termine di una stagione che è iniziata nel segno della follia con “Nanof”, l’opera che sottolineava drammaticamente la situazione dei manicomi prima della legge Basaglia. Musica dura e cruda, scene da trattenere il respiro, tematiche scabrose: ma l’opera di Antonio Agostini è piaciuta a tutti.
Poi il tuffo nella comicità dell’opera napoletana, quella storica, che volevano ascoltare, nel ‘700, tutti i monarchi d’Europa. Al santa Maria della Stella un delirio di pubblico, con “tutto esaurito” a ogni emissione. Poi una passeggiata sui Navigli con la Milano di Gino Negri, un Gaber della nostra musica, con le scene e la regia di Pierluigi Pizzi, un artista che coi suoi novanta e passa anni non teme il confronto con la modernità. E già in questo trittico, che profumava dei tempi di Berio e della Berberian, la direzione di Marco Angius era risultata decisiva per la sua concreta vitalità. Infine queste “Nozze di Figaro” che per lo Sperimentale non sono proprio una novità.

Si sa poi che il Lirico opera con le voci dei suoi vincitori, tutti debuttanti in formazione: chi è del mestiere sa di quali nefandezze si possa macchiare il catecumeno che pensi di prendere la vocalità di Mozart alla leggera. Perché Mozart era prima di tutto un pianista e la sua scrittura vocale è prevalentemente strumentale, è acrobatica, virtuosistica, e necessita di una straordinaria leggerezza, come se il cantante spingesse una tastiera che all’epoca pesava il massimo venticinque grammi. Quindi è questione di “tocco”, come sul pianoforte. C’era poi da soppesare il carattere del regista Henning Brockhaus, un tedesco di un sessantina d’anni che nasce come clarinettista, poi scopre la psicologia e cresce al teatro di Benno Besson e Henrich Muller, ma scopre i suoi talenti grazie al Piccolo di Stehler.
Oltretutto in prossimità della “prima” si sente male e sparisce. Lasciando tutto sulle spalle di Marco Angius che, poi non è quel che si dice un direttore mozartiano. Sembra un racconto, ma ha un lieto fine. Quel che abbiamo sentito sabato sera al Nuovo-Menotti era teatro “in purezza”, irrorato da una inaspettata freschezza, illuminato dalla gioia di chi ha saputo fare le cose per bene.

Eravamo piuttosto in agitazione quando Angius ha sollevato le mani per dare l’attacco. Sappiamo della sua eccellete preparazione sul teatro moderno e ne abbiamo scritto più volte in questi ultimi anni. Ma ricordiamo anche che, dopo una pessima lezione di von Karajan di quasi cinquanta anni fa, i direttori si buttano a rotta di collo sulle ouvertures mozartiane, staccando velocità da Olimpiadi. Un grande respiro di sollievo: Angius ha accarezzato la musica di Mozart, l’ha palpeggiata senza malizia, e l’ha subito trasformata in un giardino lussureggiante, pieno di “nuances”, di volute rococò, di autentiche “messe di voce” strumentali, e ha dato inizio alla “folle giornata” con il passo giusto, quello dell’eleganza. Potevamo appoggiare la schiena alla poltrona, ora si partiva per il lungo viaggio.

Per noi le tre ore sono passate in un attimo, senza un momento di stanchezza. Eppure aveva ragione l’imperatore Giuseppe secondo quando sentenziò: Mozart, troppe note. Nella piena consapevolezza di essere di fronte al suo primo vero capolavoro Mozart non ha risparmiato energie per prodigarsi in una fioritura senza precedenti di arie, duetti, terzetti e concertati, spolverandoli anche di un paio di coretti e pure un paio di danze. Troppa grazia: alla fine se fossimo ascoltatori sprovveduti chi porremmo la domanda di quando finisca tutto questo pullulare di note. Pur essendo informati e “formati” ci chiediamo ancor oggi perché Mozart non si sia fermato prima. Quando inizia il “notturno”, con il “tutto è tranquillo e placido”, lì bisognava pensare a darci un taglio. Ma dietro il salisburghese c’era l’ebreo di Conegliano, Emanuele da Ponte, in arte Lorenzo. La sua spregiudicatezza, la sua satanica intelligenza, la capacità di disossare il testo che era costato una settimana di Bastiglia a Beaumarchais e che, con la sua carica eversiva, faceva paura: il mondo degli “inferiori”, dei fantozziani “impiegati” risultava superiore ai nobili, secondo una prospettiva che chi “vien dal mar” non ha ragione sul debole e l’inerme.

Erano le ragioni del Terzo Stato e Giuseppe secondo, monarca eversore e “illuminato” voleva sovvertirle. Secondo la affascinante prospettiva del compianto Buscaroli tutta la Trilogia sarebbe un atto di accusa contro una classe feudale, un pungolo alla Parini, un ”j’accuse” alla Beccaria. Ora queste cose Brockhaus le sa benissimo ed è per questo che la sua regia non si è basata sugli stereotipi servitore contro padrone e servette alleata della Contessa, ma si è scatenata in una ridda di teatro puro, cantanti in platea e mobili sulle passerelle, una selva di sedie sospese in alto, tre pareti da colorare freneticamente, neanche fossero i vagoni della Centrale Umbra deturpati senza pietà dagli sciacalli del pennello, quattro vele tese dall’alto, colorate e più riprese da varie luci.
E sotto un muoversi frenetico dei personaggi, tutti mossi dalle leggi della teatralità a oltranza, fino alla agnizione finale. Certo, un minimo di mistero in più lo avremmo voluto quando la Contessa esce dall’oscurità del boschetto per ricevere il suo meritatissimo “Contessa, perdono”. Un raro riconoscimento, in teatro, delle tante ingiustizie che la cultura “patriarcale” ha sempre perpetrato contro le donne. E il concertato finale, quello del “pistolotto” sentenzioso, andrebbe rinforzato, perché qui Mozart aveva veramente esaurito le forze. Ma la scelta di modernizzare tutto è piaciuta senza discussioni e dalla cabina di comanda abbiamo percepito un sospirone di sollievo. Il passaggio a Nord Ovest è aperto. E i Dioscuri incassano un risultato che potranno spendere già nelle edizioni future.
Angius ha diretto benissimo la sua compagnia, la seconda, ci dicono: i ragazzi sono tutti ancora in formazione e non vogliamo fare torto a nessuno citandoli tutti in previsione delle future carriere. Si trattava di Gaia Cardinale, Mattia Ribba, Victoila Balan, Stepan Polishchuk, Francesca Mercuali, Joaquin Cangemi e Beatrice Caterino. L’orchestra Calamani del Lirico Sperimentale ha risposto alle richieste di leggerezza di Angius: mai una volta la buca ha prevaricato il palcoscenico, e anche questa è “cosa rara”. E soprattutto, niente strapazzate, ma una visione luminosa e serena della partitura. Come avrebbero fatto Bruno Walter, Peter Maag e Karl Boehm. Coro ottimo come sempre da quando c’è Marco Presazzi. Le coreografie, comprese quelle dell’ orso e della scimmia, veramente una bella trovata, erano di Valentina Escobar. Le scene dello stesso Brockhaus e di Giancarlo Colis, artefice anche dei costumi, tutti moderni, senza stravaganze. Le luci di Eva Bruno. Il basso continuo, con i catastrofici “cluster” era di Antonio Vicentini.
Non perdetevi questo spettacolo che andrà in giro per la ragione: Città di Castello, Foligno, Orvieto e Todi. A Perugia il 18 e consigliamo a tutti di andare a goderselo. Fate attenzione agli orari, perché, in previsione della durata, sono tutti anticipati.













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