Queste ultime settimane molti Comuni dell’Isola hanno sospeso il conferimento della plastica portando al collasso la filiera del riciclo a causa della saturazione di vari centri di raccolta
(Cala Gonone) Cosa succede quando la raccolta differenziata funziona ma il sistema industriale non riesce più a farsi carico di ciò che la raccolta produce? Questo l’interrogativo che da settimane sta mandando in crisi la raccolta dei rifiuti in molti Comuni della Sardegna, tra cui Posada, Siniscola, Gairo, Girasole e Serrenti. A causa di diversi centri di raccolta ormai saturi, questi Comuni sono stati costretti a sospendere temporaneamente il conferimento della plastica, chiedendo ai cittadini massima collaborazione.
Il problema sfocia nei cassonetti ma nasce nella filiera industriale del riciclo. La plastica viene raccolta, differenziata, selezionata e pressata, ma i rifiuti che dovrebbero essere trasferiti agli impianti di recupero gestiti da Corepla (il Consorzio nazionale di raccolta, riciclo e recupero degli imballaggi in plastica) hanno subito dei rallentamenti portando alcuni centri al limite della capacità di stoccaggio. La situazione già precaria è peggiorata in questo periodo per l’afflusso di turismo estivo nell’isola che produce come ogni anno un notevole aumento di rifiuti.
La situazione era già stata segnalata dalla Regione al Ministero dell’Ambiente dal primo stop annunciato da parte di So.ma. Ricicla di Macchiareddu, nel sud dell’isola, chiedendo interventi urgenti. Lo scorso 12 agosto la Regione ha annunciato l’apertura di nuove aree di stoccaggio permettendo la ripresa della raccolta della plastica nei Comuni interessati. Queste soluzioni però servono solo nel breve periodo per evitare l’interruzione del servizio. Il problema alla base resta irrisolto. Inoltre, anche questa decisione richiederà una ripresa graduale: numerosi Comuni affrontano in questi giorni difficoltà nella gestione dei quantitativi accumulati e l’organizzazione dei flussi.
Un dato positivo è dato da Corepla, che ha disposto l’assegnazione di materiali ai centri di selezione situati nel resto d’Italia, permettendo una nuova disponibilità di circa 600 tonnellate nelle capacità di stoccaggio. Seguita da regolarità e costanza nei flussi in uscita, questa manovra potrebbe portare ad arginare il problema.
L’emergenza rappresenta un campanello d’allarme all’interno dell’intera filiera del riciclo, che potrebbe portare a una crisi in tutta Italia. La Sardegna, paradossalmente una delle regioni italiane più virtuose nella raccolta differenziata con una percentuale del 76,5%, è stata la prima a risentire del problema a causa anche dell’insularità che rende più complessi gli spostamenti di rifiuti e la ricerca di sbocchi alternativi.
Tra i problemi a livello nazionale si ha un evidente calo nella richiesta di materia prima-seconda (il materiale ottenuto dal riciclo), dovuto a una maggiore convenienza della plastica vergine. Infatti, per quanto la platica riciclata abbia un minore impatto ambientale, la sua filiera produttiva richiede alti consumi energetici e di capitale, mentre la plastica vergine, sfruttando le economie di scala legate al petrolio, risulta più economica. A ciò si aggiunge poi la concorrenza internazionale, con prodotti importati a prezzi ridotti da Paesi che hanno standard ambientali meno rigorosi e costi energetici inferiori, rendendo ancora più difficile la competitività del riciclo italiano. Se non c’è mercato gli impianti rallentano e i materiali restano nei centri di stoccaggio. Una volta raggiunta la capienza i ritiri si fermano, generando un percorso inverso rispetto a quello delineato dall’economia circolare. La situazione potrebbe peggiorare in vista dell’imminente entrata in vigore delle nuove disposizioni europee che incentivano imballaggi riciclati, in linea con gli obiettivi UE sull’economia circolare.
Le richieste al Ministero riguardano interventi straordinari a sostegno della filiera industriale del riciclo, con incentivi e strumenti fiscali che valorizzino la materia prima-seconda.
Ciò che si registra ora per la plastica potrebbe inoltre estendersi presto anche al secco indifferenziato, sebbene per una motivazione opposta: mancanza di materiale, tariffe altissime, impianti di termovalorizzazione inutilizzati e discariche di soccorso al collasso.








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