Verso il voto – intervista ad Alessandra Lignani (Pensa Perugia)

Oggi abbiamo con noi Alessandra Lignani, grazie per il tuo tempo. Perché hai deciso di candidarti?

«Mi ha proposto la candidatura Giacomo Leonelli amico di liceo e ho subito accettato con entusiasmo. Devo essere sincera ero una di quelle persone un po’ disamorate dalla politica locale e nazionale. Per questo non avevo mai pensato di candidarmi e non sono iscritta a nessun partito. Poi è arrivato il progetto di Pensa Perugia in appoggio a Vittoria Ferdinandi e non ho avuto dubbi.

Quando mi è stata fatta la proposta si è risvegliata in me la passione per tutto ciò che riguarda la mia città e la società in generale. Inoltre, essendo sempre vissuta a Perugia, negli ultimi anni l’ho vista perdere la verve che aveva in passato e quindi ho sentito di voler partecipare ad un progetto di rinnovamento. Adesso, dopo i precedenti anni di amministrazione, Perugia è diventata una città ordinaria e c’è bisogno di riscoprirne la vivacità sotto vari punti di vista, da quello culturale a quello lavorativo e soprattutto va ricostruita la struttura del welfare che manca completamente ed è essenziale in ogni società civile.

Poi c’è Vittoria Ferdinandi che rappresenta tutto ciò di cui Perugia e noi perugini abbiamo sempre avuto bisogno. È una figura giovane, piena di entusiasmo e di passione civica, con una storia professionale intensa. Il suo e il nostro progetto politico è orientato verso ideali che condivido pienamente, come l’uguaglianza, la giustizia sociale e la libertà. A Vittoria Ferdinandi devo la rinascita della passione per la mia città che era sopita da troppo tempo.

Tema strade: vedo una Perugia in cui c’è un totale abbandono della “res publica”, come per il manto stradale ed i marciapiedi, la cui condizione verte in condizioni pessime. Questo danneggia l’immagine della città agli occhi dei cittadini, dei turisti e la rende decisamente poco vivibile per la cittadinanza. Basti pensare ai disabili o alle mamme con i passeggini o, ancora, ai ciclisti.

Mi sono accorta di quanto Perugia fosse piena di barriere architettoniche quando mia figlia si è rotta una gamba e la dovevo portavo in giro con la carrozzina, trovando delle serie difficoltà. Perugia non è una città inclusiva da questo e molti altri punti di vista. Le città devono essere costruite partendo dal punto di vista di chi ha difficoltà e allora sì che saranno per tutti.

Tema parchi pubblici: credo che gli spazi pubblici siano assolutamente necessari per creare benessere per la collettività, per dare a tutti la possibilità di poter stare all’aria aperta, nonché di socializzare, aggregarsi e di fare sport. Un esempio è il parco di Santa Giuliana, a me caro, che è completamente in stato di abbandono, con una fontana priva di recinzione e con acqua stagnante da anni, scarsamente illuminato di notte e pieno di rifiuti. Il decoro di una città si vede anche dalla cura che l’amministrazione ha verso gli spazi pubblici che poi diventa, di riflesso, quella dei cittadini stessi»

Parlami del tuo programma.

«Il mio programma può essere ampio. Io sono un medico d’urgenza e lavoro al pronto soccorso dell’azienda ospedaliera di Perugia. Il mio progetto per la città è un progetto in cui la salute dei cittadini e la sanità pubblica hanno la precedenza.

Il problema della sanità pubblica allo stato attuale è drammatico. Parte di certo primariamente dal depotenziamento a livello governativo, ma l’amministrazione locale deve battersi per garantire il diritto alle cure a tutti i suoi cittadini. Perugia è un posto in cui curarsi è diventato un privilegio; vedo tutti i giorni il disagio di persone che non riescono a fare esami diagnostici, che non riescono a gestire a casa anziani malati o disabili, che combattono con malattie mentali.

Perugia è diventata una città in cui molte, troppe persone rinunciano a curarsi perché l’accesso al pubblico è limitato e non possono accedere al privato. Questo in una società civile è inammissibile. Lavoro in un pronto soccorso iper-affollato, con tutto il disagio che ne consegue per i pazienti, i caregiver e noi operatori sanitari. Questo iper-utilizzo dei servizi d’emergenza dipende da vari fattori. Sicuramente da una “cattiva cultura” della popolazione sull’utilizzo dei servizi d’emergenza stessi, e su questo dovremo lavorare molto come amministrazione, partendo dall’educazione sanitaria. Altro grave problema è il dilagante disagio psicologico. Si accede in pronto soccorso per banalità facilmente gestibili a casa o nel territorio, ma che dipendono spesso da uno stato di ansia di fondo e di preoccupazione, che sicuramente è peggiorato dopo il Covid che in maniera prepotente ed eclatante ci ha messo di fronte alla nostra precarietà, ma che dipende anche dal contesto sociale che è tutto tranne che inclusivo.

Altro grave responsabile dell’iperafflusso di pazienti al pronto soccorso è la carenza della medicina territoriale. Il continuo definanziamento del sistema sanitario e le condizioni di lavoro spesso estreme, hanno portato alla chiusura di strutture come i consultori, alla mancanza di personale, alla fatiscenza di alcune strutture e quindi alla loro chiusura; i medici di famiglia sono sempre meno e a volte non riescono a far fronte a tutti gli assistiti, anche a causa di una eccessiva burocratizzazione del loro lavoro. Le associazioni funzionali territoriali dei medici di medicina generale vengono sottoutilizzate. Le case della salute, esempio massimo della medicina di prossimità, sono solo progetti sulla carta e non in numero sufficiente e previsto da decreto ministeriale 77/2022. Non esiste una rete, una progettualità e una continuità tra ospedale e territorio. E un territorio che non supporta la popolazione – che tra l’altro in Umbria è una popolazione anziana – avrà sempre i pronto soccorso oberati di lavoro e gli ospedali pieni.

C’è il bisogno anche di creare un’organizzazione di percorsi condivisi tra la medicina generale e la pediatria di base, l’ospedale e le specialistiche sul territorio, sia per un discorso di prevenzione sia per la gestione post-dimissione perché tante volte non si riesce a dimettere pazienti perché sul territorio sarebbero abbandonati a loro stessi

Lavorando in un posto che in questo momento rappresenta probabilmente tutte le criticità della sanità pubblica, vorrei dare il mio contributo per cercare di riorganizzare una sanità locale più efficiente e accessibile e che parta dal territorio.

Con salute intendo molte cose. Partiamo dalla prevenzione e qui entra anche la promozione di uno stile di vita salutare, lo sport e gli spazi pubblici accessibili a tutti, la cura del disagio psicologico, soprattutto dei giovani, l’educazione al corretto utilizzo dei servizi di emergenza (118 e Ps) che parta anche dalla scuola.

Il nostro programma, e la mia lista Pensa Perugia ha dato un contributo concreto, è cercare di far partecipare la popolazione alle decisioni dell’amministrazione, in modo tale che i cittadini possano presentare le loro difficoltà e l’amministrazione affrontarle. Per questo proponiamo una consulta permanente formata da cittadini e operatori sanitari e il coordinamento tra tutti i comuni afferenti alla AslUmbria1.

Vogliamo ridare forza e organizzazione ai servizi socio-sanitari sul territorio, così da creare una rete sanitaria e sociale che riesca a rispondere alle esigenze di tutta la popolazione, dai giovani con disagio psicologico, alle donne, agli anziani, ai disabili, a tutti insomma. La sanità territoriale rappresenta l’ossatura del welfare che non può mancare in una società civile. Garantendo una rete sociale e sanitaria territoriale, gli ospedali centrali – come quello di Perugia – potranno occuparsi delle emergenze perché, allo stato attuale, si trovano a dover gestire per la maggior parte malati cronici non gestiti sul territorio.

Il nostro programma è forse molto ambizioso, ma penso che sia l’unico modo per risolvere il problema della sanità in modo concreto, ovviamente assieme a dei finanziamenti maggiori»

In che modo metterai la tua professione al servizio della città?

«Sono ormai più di dieci anni che lavoro in pronto soccorso e ho lavorato in vari ospedali dell’Umbria. Credo che avere consapevolezza e aver toccare con mano il problema sia fondamentale nella gestione del problema stesso. Bisogna guardare in faccia le persone che stanno male, ascoltarle e sapere quali sono i loro disagi per cercare poi di risolverli»

Come vedi Perugia nei prossimi cinque anni?

«Vorrei che Perugia nei prossimi cinque fosse una città in cui sarei ben lieta di far continuare a crescere e studiare mia figlia. Una città in cui ci siano tante opportunità, sia lavorative sia culturali, nonché integrazione e rispetto dei diritti sociali e civili di tutti. Vorrei una Perugia in cui gli spazi pubblici siano adeguatamente curati, nonché accessibili a tutti. Poi, ovviamente, una Perugia in cui curarsi non sia un privilegio ma – come dice anche la nostra stupenda Costituzione – un diritto per tutti. Questa è la Perugia che desidero e penso che Vittoria Ferdinandi sia la persona adatta per regalarci questo sogno, con il nostro contribuito ovviamente e con il contributo di tutti i cittadini»

Grazie Alessandra per il tuo tempo. In bocca al lupo!

di Redazione

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