All’International Journalism Festival gli autori di Chora Media fanno luce sul terrore e sui diritti che hanno caratterizzato gli anni Settanta
(Perugia) Sabato 18 aprile Mario Calabresi ha chiuso il Festival Internazionale del Giornalismo con “Anni Settanta: terrore e diritti”, spettacolo di Chora Media che racconta gli anni di piombo non solo come periodo di stragismo e omicidi ma anche di conquiste civili, diritti e riforme che hanno cambiato la società italiana.
Al fianco di Calabresi Sara Poma, autrice di Chora Media, e Benedetta Tobagi, storica esperta dello studio dello stragismo e della storia civile dell’Italia. L’idea nasce nel 2025 al termine di uno studio collettivo di fonti d’archivio, testimonianze, fotografie e musica, che ha portato a uno spettacolo in giro per dodici città d’Italia fino ad approdare nella Sala dei Notari a Palazzo dei Priori.
“A spingermi è stato il bisogno di contrastare lo svanire della memoria che vedo avanzare e la necessità di raccontare a chi quelle storie non le conosce e spesso non le immagina neppure” è l’incipit di Calabresi. Il loro obiettivo è quello di raccontare una storia che sia ispirazione per i giovani d’oggi per nuove forme di impegno collettivo di conquiste sociali e civili.
Il racconto inizia dal Sessantotto, primo evento globale della storia, anno di proteste pacifiche in tutto il mondo, dalla California contro la guerra in Vietnam al Maggio Francese. L’Italia è linea di frontiera della guerra fredda e le proteste si portano dietro lo spettro del golpe, che cambia gli assetti in tanti stati del mondo. Da lì, un decennio di paura, sangue, stragi, attentati. I tre autori, ragazzi del Settanta, lo sanno bene: Mario Calabresi porta la sua testimonianza di figlio di padre ucciso, raccontando come il padre Luigi divenne al tempo il capro espiatorio di un odio che culminò nel suo assassinio per mano di Lotta Continua nel 1972; Benedetta Tobagi porta la storia di suo padre Walter, giornalista ucciso dalle Brigate Rosse nel 1980.
Ciò che emerge però non sono le storie di dolore bensì di vita, libertà e indipendenza che hanno caratterizzato questi personaggi. Benedetta Tobagi spiega: “Gli anni Settanta sono per me la vita di mio padre, non la sua morte” e con le sue parole e la sua emozione ci racconta di un giornalista che credeva possibile uscire dai problemi e dai traumi non da soli, ma insieme, come collettività.
Lo spettacolo è accompagnato da canzoni che hanno segnato quegli anni, canzoni di gioia e coraggio, da Nata sotto il segno dei pesci a Il cielo è sempre più blu, perché quegli anni portano le manifestazioni in piazza, lo statuto dei lavoratori, la legge sul divorzio, la riforma carceraria, le radio libere, il movimento punk.
Ospite speciale è Marco Damilano, con un video inedito e personale dove ci racconta il suo legame particolare con Aldo Moro, altro grande personaggio la cui vita e opere hanno segnato gli anni Settanta. Damilano racconta di come, bambino, ogni mattina passava con lo scuolabus in via Fani, dove ad aspettarli c’era sempre un fioraio che regalava un mazzolino di fiori all’autista, da portare alla maestra. La mattina del 16 marzo 1978 però lo scuolabus passa senza fermarsi: il banchetto del fioraio non c’è. Solo dopo si saprà che al venditore la sera prima era stato intimato di non presentarsi, così da non avere testimoni per il rapimento di Moro. Damilano racconta di come questo episodio l’abbia seguito per anni, nella sua formazione e nel suo lavoro, segnando il suo modo di essere giornalista oggi.
Tra le storie di conquiste sociali raccontano quella di Marco Cavallo, scultura in legno e cartapesta simbolo della fine dell’isolamento dei malati mentali, idea di Vittorio Basaglia e Giuliano Scabia, realizzato con il contributo dei pazienti dell’ospedale psichiatrico di Trieste di cui era direttore Franco Basaglia (dalla cui lotta nascerà la Legge Basaglia del 1978, che riforma la medicina psichiatrica in Italia e fa chiudere i manicomi). Alto 4 metri e di colore azzurro, il cavallo aveva lo scopo di contenere tutti i sogni e i desideri dei malati psichiatrici per portare all’esterno il simbolo di un’umanità, per anni confinata all’interno dei manicomi.
La fine degli anni Settanta è segnata da un’ultima grande folla che scende in piazza, questa volta per festeggiare: l’Italia vince i Mondiali del 1982, dando inizio a un mondo diverso anche grazie al decennio trascorso.
A spettacolo concluso Calabresi mentre le persone lo ringraziano chiede quanto di ciò che hanno ascoltato sia per loro una novità, a evidenziare ancora una volta quanto l’intento del suo spettacolo sia quello di far conoscere queste storie alle nuove generazioni, così da ispirarle nell’essere protagonisti del domani, da oggi.













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