Città di Castello. Al festival delle Nazioni funerali e messe nere, prima del trionfo.

Portogallo, come si diceva. Ancora una volta questa piccola preziosa cittadina dell’alta va tiberina, scrigno dell’Umanesimo, si apre al mondo con il suo Festival delle Nazioni. Una finestra da cinquantasette anni aperta sul consorzio di quelle che si chiamava, una volta, l’Europa dei Popoli, secondo quanto aveva enunciato, nel 1784, il filosofo Herder, auspicando un continente costituito da una “sinfonia di voci” che vivesse in “pace perpetua”. Per la pace ancora non ci siamo, ma per una armonia che si faccia consonante più sono le voci e i suoni che la compongono, quella di Città di Castello è una via possibile e praticabile.

Di fronte alla pedana del san Domenico, inondata di una luce rosso e verde che componeva la bandiera lusitana il vicepresidente del festival, Giorgio Lignani, con il suo saluto augurale ha dato via alla cinquantasettesima edizione della manifestazione ideata, ad antiquo, dal professor Angelini, nel sogno di un’utopia che si è perfettamente concretizzata. Accanto a lui il sindaco Luca Secondi per i saluti istituzioni e un diplomatico  dell’ambasciata portoghese, Joan Camilo Costa che esplicitamente ha dichiarata di essere uno dei prima esponenti della libertà del suo paese, essendo nato dopo la “rivoluzione dei fiori”  che molti di noi hanno vissuto.

Del Portogallo diceva Fernando Pessoa, “la mia patria è la mia lingua”. Un idioma immenso, parlato in metà del globo, con una cultura ricchissima che scopriremo nel corso delle serate del festival. Ma per l’inaugurazione, secondo le leggi del successo, si è scelto un personaggio sicuro, capace di coinvolgere il pubblico in un consenso unanime. Alexander Gadjiev, italiano di Gorizia, è sicuramente uno dei pianisti di maggiore visibilità fin dalla vittoria al Premio Venezia. Lo avevamo ascoltato mesi fa a Perugia, in san Pietro, e qui, sotto l’altissima navata del domenicani, lo smalto era la stesso, anche più lucente, se possibile. Certo iniziare un fastival con un funerale, tale è Funerailles si Liszt e approfondire l’impressione con la cosidetta “Messa Nera” di Scriabin, certo non  apparirebbe   un buon viatico. Ma i titoli sono una cosa e la musica un’altra. Gadjiev il suo ennesimo trionfo se lo è conquistato subito, quando ha snocciolato i virtuosismi di Liszt con quella devozione merita una pagina patriottica dedicata ai martiri delle tante insurrezioni ungheresi.

Certo i fremiti  di una tastiera ferita,  al di là degli intenti patriottici, per noi moderni sono soltanto l’anticipazione di un pianismo concreto che vive della vibrazioni di corde e tasti e che, prendendo per buone le palinodie lisztiane sempre dolciastre, scava nella tastiera alla ricerca di quella risposta fisica che ancor oggi anima certe pagine di Ligeti. Coraggiosamente Alexander ha voluto porre in seconda posizione una pagina che, per certa timbrica, era molto legata all’ affresco lisztiano, una “Fantasia” del contemporaneo americano Jhon Corigliano. Qui una materia molto rarefatta, con pochi segnali acustici, riusciva a creare una atmosfera plumbea, con un cadenzare ipnotico cosparso di mille balenii, ali di farfalle lumiescenti, subito inghiottite dalla caligine densa, un vortice, un buco nero che divora energia, una entropia oscura. Almeno con una citazione salvifica, il Lento della Settima Sinfonia, quella del “Discorso del re” a cui l’orecchio cerca di agganciarsi, prima di essere sommerso. Musica bellissima che fa onore a chi la suona e a chi ha potuto ascoltarla.

Certo, il pubblico a questo punto merita una ricompensa e Gadjiev ha superbamente intrecciato le ottave della mano sinistra della Polacca Eroica di Chopin con quelle precedentemente enunciate in “Funerailles” Per Liszt era una rievocazione, per Chopin un alto enunciato di sete di libertà che, ierei come oggi, rande la sua Polonia un paese sempre in bilico con i pericoli della storia. Speriamo che non ci sia ancora bisogno di eroismi.  Anche perché il giovane goriziano si è concesso una corolla di Preludi come forse lo stesso Chopin li suonava nella sua intimità. Poi, senza fermarsi, ha attaccato la litania della Nona  Sonata che qualche buontempone volle definire “messa nera”, mentre in realtà Scriabin la definisce semplicemente, si fa per dire, “poema satanico”. Il lessico lo conosciamo: vagheggiamenti, refoli, sussurri, sussulti, trilli che sembrano il ronzio di elitre di nefasti insetti, una sensualità malata che se pensi di condividerla, ti fa mancare solo il respiro. Una delle musiche più fisiche che sua mai stata enunciata, ma Gadjiev la suona come un giovane, infischiandosene dei proclami programmatici c cercando nelle note il reticolo della sensibilità, un tappeto elettrico magmatico che vibra incessantemente, come un virus   che si riproduce continuamente.

Dopo il trapasso da Chopin a Scriabin, luce e tenebra, c’è bisogno di un po’ di luce e Alexander la trova nelle Variazioni Eroica di Beethoven. A Perugia l’aveva suonata come  un combattivo figlio della rivoluzione, un aitante Gioacchino Murat a cavallo. Questa è la strada giusta, perché tutto quello che di sperimentale Beethoven ha adottato in questa variazioni è lo stesso che si è avverato nella Terza Sinfonia, certamente il momento in cui la storia della musica ha intrapreso la sua strada più alta. Dietro c’è il sogno di Prometeo, la filosofia filadelfica, l’abbraccio universale che porterà ai “milioni” della Nona Sinfonia. Per ora ci siamo goduti questa tastiera nitida, marmorea, imperiale e imperiosa, con quei fulmini e saette che non si placavano neanche nel temo Largo, in cui la lava incandescente continua a schizzare fori dal magma. C’è ancora molto Settecento in queste variazioni, c’è la poesia “ingenua e sentimentale”, c’è la dialettica della luce, c’è il dono del fuoco. Troppo per un concerto. Quindi abbiamo goduto di bellissimo pianismo, una grande lezione di esecuzione e di proprietà di linguaggio.

Pubblico in delirio che non si scolla dalle sedie, benchè tutti siamo appiccicai dal sudore. Sei fuori programma, poi per fortuna Gadjiev si è calmato. Una scelta del direttore artistico Sisillo che non si finirà mai di lodare per la sua condotta programmatica riconosciuta del resto, da tutti. Stasera, infine, musica lusitana del barocco. “Barocco” non è una parola portoghese per definire una forma di perla?

di Stefano Ragni

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