Al Teatro Morlacchi di Perugia, lo spettacolo che riscrive la storia e attualizza il messaggio del Santo Patrono d’Italia
(Perugia) Quella di San Francesco è un’agiografia anomala nel pantheon del cattolicesimo: patrono della pace ma facile alle armi, monaco ma orfano di monastero, Alter Christus ma senza miracoli. In Franciscus, in scena al Teatro Morlacchi di Perugia il 25 e il 26 febbraio, Simone Cristicchi abbraccia le contraddizioni dell’uomo, prima che del Santo. Il nuovo one man show dell’autore romano, scritto a quattro mani con Simona Orlando, è impreziosito dalle canzoni originali di Cristicchi e Amara e dalla scenografia semplice ma raffinata di Giacomo Andrico.

Uno spettacolo sui generis. Durante l’opera, l’assisiate appare poche volte in scena. Nessun pensiero ad alta voce, nessun monologo. Quando prende direttamente la parola, Francesco si rivolge sempre ad altri, come per domandare a Innocenzo III l’autorizzazione ad istituire il suo ordine religioso.
Il racconto della sua vita è affidato quindi a Cencio, uno stracciarolo di Assisi, e a Cristicchi stesso, che in veste di narratore onnisciente interviene per guidare il pubblico nell’interpretazione del messaggio francescano.
Questa scelta stilistica non è un alibi per evitare di discutere questioni dogmatiche, come i miracoli o la vocazione di Francesco, né una scelta di comodo per parlare in maniera aconfessionale ad un pubblico più ampio. Nasconde, anzi, una riflessione acuta sulla società odierna e sulla Chiesa del tempo.
Francesco: oltre il compromesso. Oggi come allora, tendiamo a dare per scontato un certo dualismo vittoriano tra ciò che diamo a vedere e ciò che siamo “davvero”: tra i valori che propugniamo in pubblico e quelli che realmente rispettiamo. Ma per il più celebre tra i frati, che ha fatto dello stare tra la gente il suo primo comandamento, non c’è differenza tra le due dimensioni. Francesco è davvero Francesco.
Sempre. Non è mai solo, ma in continua relazione con l’altro, umano e non. Ed è questa la sua lezione rivoluzionaria, il motivo per cui Cristicchi “lo ama e lo odia”.
Francesco ha rotto il velo, ci ha mostrato che è possibile diventare quel che vogliamo essere, come aveva fatto solo Cristo prima di lui, pur rimanendo un uomo fallibile e imperfetto, che ha fatto la guerra e disprezzato i lebbrosi, prima di convertirsi e vivere tra loro.

Soprattutto, vi è riuscito senza nascondere il prezzo enorme del suo sacrificio: gli stenti, la malattia al fegato e alla vista, il rifiuto ostinato al conforto dei beni. Come si può quindi non amare chi ci mostra che c’è qualcosa di più nella vita di quello che riusciamo a vedere? Qualcosa per cui valga la pena sopportare queste indicibili sofferenze?
Non un mistero della fede, comprensibile solo agli asceti più incalliti, ma l’umana consapevolezza che la risposta risiede fra noi, fra la gente di tutti i giorni, oltre il velo dell’indifferenza. Francesco si immerge negli strati più profondi della società e intravede la letizia nei lebbrosi, la gioia di amare ed essere amati nella povertà e nella malattia.
Come un sommozzatore, Francesco rifrange l’increspatura delle onde che impedisce allo sguardo di penetrare in profondità. Si lascia alle spalle la rigidità delle sue certezze per inseguire un barlume di speranza. Poi riemerge e ci porta con lui, a vedere com’è bello aprire gli occhi sott’acqua.













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