Diffusa in tutto lo Stivale, da noi si colgono distintamente i tratti della “solitudine abitativa”
(Inviato Cittadino)
(Perugia) Beata solitudo, sola beatitudo. Un luogo comune da smentire. Essere soli non fa felici. Anzi!
Il fenomeno nell’Umbria Verde (37,5%) assume connotati interessanti, non perché il fenomeno sia qui più accentuato, ma perché il tessuto sociale e insediativo della regione consente di cogliere, con particolare nitidezza, le implicazioni della cosiddetta “solitudine abitativa”. Fenomeno che si riscontra nei grandi centri come nei piccoli comuni, nelle aree urbane più che in quelle interne e spopolate.
Nelle città come Perugia e Terni, le famiglie composte da una sola persona superano il 40%. Nei piccoli comuni arrivano a sfiorare il 39%. Cerchiamo di capirne il prezzo, osservando il fattore reddito.

Il reddito netto disponibile si aggira intorno ai 1.350 euro al mese. Non è solo una cifra contabile, ma ci consente di entrare nelle dinamiche di spesa, negli stili di vita, nel “come”. Perché con la diminuzione del reddito aumenta la vulnerabilità. Affitto, bollette, utenze, sanità sempre più cara col servizio sanitario pubblico meno efficiente, sono fattori di incertezza che rendono la vita poco piacevole.
Anche la vedovanza, oltre che una sofferenza affettiva, e l’inevitabile solitudine, comporta generalmente un impoverimento concreto, col venir meno del reddito del coniuge, mal compensato da integrazioni risibili di reversibilità che non compensano la perdita economica.
I figli e un loro potenziale sovvenire alle esigenze dell’anziano. Purtroppo l’aiuto, anche economico dei figli, non è più una certezza. In certi casi, sono i genitori anziani che sovvengono alle necessità di figli e nipoti, data anche la precarietà corrente del lavoro “povero”.
La vita non si racconta coi numeri, ma i numeri sono indicativi del treno di vita che si è in grado di condurre. Frammenti di vite e di storie individuali, spesso condivise da persone diverse, ma accomunate da una sostanziale parità di risorse economiche. Perfino il caffè o il giornale possono diventare un lusso. Per non dire delle cure costose e dei farmaci non dispensati dal Servizio sanitario nazionale. Insomma: c’è gente che non può permettersi di curarsi. Che non ce la fa a reggere l’imprevisto.
Ed è proprio qui il nodo: in questi contesti, ogni voce di spesa inattesa (un guasto alla macchina, l’intervento di cataratta coi colliri a pagamento…) può trasformarsi in una linea di frattura. Ogni equilibrio è labile e provvisorio.. La sostenibilità quotidiana non è mai data per scontata: è un confine mobile, una condizione che va continuamente ricostruita. Col cuore in gola, col timore di non farcela.
La solitudine, dunque, cessa di essere un fatto personale per assumere le sembianze di un tema e di un problema sociale. Perché la precarietà personale finisce con l’assumere valenza sociale. Vivere soli, oggi, non è più un’anomalia biografica. È un fatto strutturale, ritenuto naturale. Ed è per questo che nessuno può voltarsi dall’altra parte. In una società che non deve perdere i connotati di solidarietà. Perché non si incorra nel peccato di lesa umanità.
“La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno.” (Jim Morrison dixit). Questa frase evoca quella sensazione silenziosa e struggente di avere dentro di sé qualcosa di immenso… e non avere nessuno con cui condividerlo. È poesia pura. È dramma profondo.













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