Intervista a Jess Michaels e Elizabeth Stein: “verità e responsabilità sul caso Epstein”

Elizabeth Stein e Jess Michaels in questa intervista raccontano le loro storie e rivelano il fallimentare sistema di indagini dietro le vittime di violenza sessuale 

Jess Michaels è a New York per una borsa di studio di danza quando viene violentata da Jeffrey Epstein nel 1991 all’età di 22 anni. Oggi speaker TEDx e fondatrice di startup a impatto sociale rimane una testimone della resilienza umana e della storia drammatica che è stata quella dietro al caso Epstein. Sopravvissuta agli abusi e a gravi traumi infantili, Jess convive con il disturbo da stress post-traumatico da oltre trent’anni. Oggi quella stessa esperienza dolorosa è diventata il motore di una missione rivoluzionaria ovvero riscrivere le regole del supporto alle vittime di violenza. Jess ha combattuto in questi anni per far sì che ci fosse un cambio di paradigma fondamentale in America e nel mondo sostenendo che la violenza sessuale debba essere trattata innanzitutto come una ferita medica e psicologica prima ancora che come un caso giudiziario. Troppo spesso i sistemi di indagine e gli interrogatori, per quanto utili e necessari, finiscono per ri-traumatizzare le vittime, a volte aggravando il danno iniziale. La missione di Jess è prevenire l’insorgere del disturbo post-traumatico a lungo termine garantendo che ogni sopravvissuta riceva cure e sostegno immediati. Per dare concretezza a questa visione Michaels ha fondato 3Joannes, una Public Benefit Corporation che sta sviluppando #WithYouToo. Si tratta della prima applicazione di sicurezza sociale al mondo basata sui principi della Sexual Assault First Aid ovvero un primo soccorso per violenza sessuale. Un framework innovativo che non si rivolge solo agli esperti ma mira a istruire la comunità attraverso strumenti per prevenire situazioni di rischio, dare supporto sensibile al trauma e introdurre percorsi di cura post violenza.

Elizabeth Stein invece è una giovane studentessa all’ultimo anno di Università quando durante il periodo di studi decide di iniziare a lavorare per autosostenersi ed è in quell’occasione che conosce per la prima volta Ghislaine Maxwell e Jeffrey Epstein nel 1994. Oggi si distingue come una figura chiave nel panorama internazionale per la lotta contro lo sfruttamento sessuale. Specialista in traffico di esseri umani e Survivor Advocate, la Stein non si limita a denunciare il crimine in quanto tale ma lo analizza come un fallimento sistemico, un fenomeno alimentato dal silenzio, dal potere e da una protezione istituzionale che troppo spesso ha ignorato le vittime. In prima linea per l’approvazione dell’Epstein Files Transparency Act, Stein sostiene con forza la necessità di un rilascio totale e tempestivo di tutti i documenti secretati perchè “rivelazioni parziali, ritardate o frammentarie non solo ostacolano la giustizia ma ri-traumatizzano le sopravvissute impedendo una reale assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni”. Membro del prestigioso World Without Exploitation STAND Fellow, Liz Stein è attiva su più livelli di intervento sia locale che internazionale. Collabora con coalizioni anti-tratta a Philadelphia e in Pennsylvania e siede nel board dei leader sopravvissuti per il National Council of Juvenile and Family Court Judges, oltre ad essere una delle analiste più ascoltate a livello globale su diverse testate e network.

Jess Michaels: “Avevo 22 anni all’epoca e facevo la ballerina e la modella a New York quando incontrai Epstein nel 1991 e fu la distruzione della mia carriera. Un’amica mi raccontò di aver ottenuto un lavoro molto redditizio come massaggiatrice da un ricco uomo di Wall Street. Mi disse che quest’uomo amava artisti e ballerini ed era disposto a pagare bene. Tempo dopo mi disse che Epstein stava cercando una persona di riserva per i massaggi e mi propose di presentarmelo. Lo incontrai la prima volta nel suo ufficio sulla Madison Avenue per un colloquio. Si presentò come un facoltoso uomo d’affari. Successivamente mi richiamò per un massaggio di prova e lì mi violentò”.

Elizabeth Stein: “All’epoca mi stavo preparando per la laurea e avevo l’aspirazione di frequentare la facoltà di legge, cosa che purtroppo non si è mai concretizzata a causa della mia esperienza di tratta sessuale. Il mio processo di adescamento è stato molto più rapido di quello di Jess. Incontrai Ghislaine Maxwell nel corso del mio impiego presso un rivenditore di alta gamma sulla Fifth Avenue a New York. Venne come cliente. Il proprietario del negozio all’epoca era Les Wexner, che era l’amministratore delegato e il presidente di L Brands. Mi fece subito sapere che lei e il suo ragazzo — così si riferiva a Jeffrey all’epoca — erano soci molto stretti di Mr. Wexner e per come ero fatta non volevo deluderla perché non volevo che tornasse da Wexner a lamentarsi del mio servizio. Mi offrivo spesso di consegnare i pacchi dei clienti ai loro hotel o alla loro residenza ma mi ero imposta una regola ferrea: avrei consegnato solo a un portiere o ad un addetto alla reception. Non sarei mai entrata nello spazio privato di qualcuno. Il giorno in cui incontrai Maxwell la prima volta mi chiese di consegnare i suoi pacchi in un hotel vicino al negozio. Quando più tardi arrivai alla reception mi fu detto che qualcuno voleva incontrarmi al bar. E’ stato allora che Maxwell mi presentò Epstein per la prima volta”.

Negli Stati Uniti inizialmente il reato di stupro era definito solo come un atto violento contro una donna che opponeva resistenza fisica. Senza segni di lotta o testimoni era quasi impossibile ottenere una condanna. Per secoli è esistita l’esenzione coniugale: il marito non poteva essere accusato di stupro perché il matrimonio era considerato un consenso permanente. Questa legge è stata abolita in tutti i 50 stati solo nel 1993. Per decenni  l’FBI e molti stati hanno utilizzato una definizione risalente al 1927. Il reato era limitato al “rapporto carnale di una femmina con la forza e contro la sua volontà“. Questo significava che, legalmente, lo stupro includeva solo la penetrazione vaginale commessa da un uomo contro una donna. Grazie ai movimenti per i diritti delle donne sono nate le Rape Shield Laws per proteggere la privacy sessuale della vittima in tribunale e si è iniziato a eliminare l’obbligo di “resistenza fisica”. Gli stati iniziarono così a cambiare rotta. Ad oggi ogni stato ha il suo codice penale ma la legge moderna si sta spostando dalla prova della “forza” alla prova della mancanza di consenso. Jess Michaels e Liz Stein non hanno denunciato per anni le loro aggressioni sessuali e raccontano così la loro storia:

Jess Michaels: “Quando sono stata violentata, mi sono paralizzata, non ho urlato, non ho combattuto, non sono scappata e negli anni 90 per come intendevano le leggi lo stupro era determinato da quanto resistevi. Quindi la mia esperienza non rientrava nelle linee guida legali di ciò che costituiva uno stupro, così ho trascorso i successivi 30 anni credendo di essere l’unica persona che lui avesse violentato e ho creduto che fosse colpa mia. In questi ultimi anni però mi sono resa conto che non è mai stata colpa mia perché bloccarsi non significa dare il proprio consenso ed è per questo che oggi ne parlo”. 

Elizabeth Stein: “Quando conobbi Epstein per la prima volta mi ricordo che lui e Maxwell immediatamente normalizzarono il contatto sessuale e, proprio come Jess, non mi sentii come se fossi stata aggredita perché all’epoca la definizione di stupro nello stato di New York doveva includere la penetrazione e la mia aggressione sessuale iniziale non la includeva. Tutto ciò ha portato ad un coinvolgimento durato oltre tre anni, davvero un periodo da incubo nella mia vita e per tre decenni ho vissuto con la vergogna e il senso di colpa, pensando di essere diventata amica di queste persone con cui non avrei dovuto avere nulla a che fare e di aver ricevuto ciò che meritavo”.

Nel 2019 quando il caso Epstein spopola su tutti i media Jess e Liz decidono di farsi avanti insieme alle altre vittime. Poche settimane dopo Epstein muore in carcere e inizia il processo a Ghislaine Maxwell, che si concluderà nel 2022 con una condanna a 20 anni di carcere per adescamento di minori e altri reati commessi in concorso con il finanziere ed ex compagno Jeffrey Epstein. In un ambiente di potere e “senza regole” come quello di Epstein e altri uomini molto potenti qualcuno ha tentato di nascondere prove o intimidirvi?

Jess Guise: “Sì. Nella mia esperienza, mi sono fatta avanti nel 2019 quando l’FBI ha aperto la linea per le segnalazioni (tip line). Così ho deciso di chiamare per dare informazioni, non solo sulla mia esperienza ma soprattutto sulla ragazza che mi aveva portata da Epstein. Sapevo che lei aveva lavorato per lui per un minimo di otto anni, successivamente poi ho scoperto che erano tipo diciotto. Si trattava di qualcuno che avrebbe potuto fornire molte informazioni, giusto? La persona che poi mi richiamò mi disse: ‘Beh, è successo 30 anni fa. Cosa vuole che facciamo ora?’. Questa fu la risposta di quell’uomo. Ci è voluto un anno e mezzo prima che l’FBI prendesse la mia deposizione e ho dovuto continuare a fare pressioni su di loro affinché qualcuno mi richiamasse, qualcuno si mettesse in contatto con me. Quindi non è che mi abbiano intimidita è che proprio non volevano la mia segnalazione. Non volevano le mie informazioni”.

Elizabeth Stein: “Io ho avuto un’esperienza molto simile. Li ho contattati poco prima del processo a Ghislaine Maxwell e mi è stato detto sostanzialmente: ‘Hanno già il loro caso, sai, perché dovremmo parlare con te?’. Quindi l’FBI non mi ha mai interrogata. Hanno un verbale di quando ho chiamato la linea segnalazioni ma non si sono mai seduti a interrogarmi formalmente. Ma c’è qualcosa su cui voglio attirare la tua attenzione, la più grande intimidazione è stata il modo in cui il nostro Dipartimento di Giustizia ha rilasciato i file senza alcun contesto riguardo a ciò che la gente stesse guardando e decidendo consapevolmente  di esporre e rivelare più e più volte i dettagli e le informazioni personali identificative delle sopravvissute. Questa è stata per me una forte azione di intimidazione perché quello che stai dicendo alle sopravvissute è: le cose che ci state dicendo in via confidenziale e che vi assicuriamo non saranno mai rivelate alla fine vengono invece rivelate. Quindi ciò che stiamo mostrando alle sopravvissute è che non è sicuro farsi avanti. E questa è una forma di intimidazione e per alcuni versi una nuova aggressione”.

Entrambe hanno lottato per far sì che la loro storia seppur in ritardo venisse fuori, decidendo di sfidare chi ha voluto mettere a tacere le loro storie e chi non ha voluto credere alle loro parole. Hanno combattuto per loro e per tutte le altre donne, perché le storie dei sopravvissuti non sono solo un atto di testimonianza ma una necessità politica sempre più attuale. Attraverso i loro racconti Elizabeth Stein e Jess Michaels vogliono continuare a ricordare al mondo che non può esserci giustizia senza trasparenza governativa e che la verità è l’unico terreno su cui è possibile ricostruire la fiducia pubblica e la dignità umana.

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