La Bologna deportata: uno sguardo sul passato e un pensiero per il futuro

A Palazzo d’Accursio, per tutto gennaio 2026, la mostra “Senza Ritorno: la deportazione bolognese ‘43-45”, curata dall’ANED (Associazione Nazionale ex Deportati) dà nuova vita al racconto degli orrori nazisti sul territorio della città

(Bologna) Di periodi oscuri l’Europa ne ha conosciuti ma quello che l’esposizione “Senza Ritorno” si impegna a raccontare trova difficilmente termini di paragone. In pochi anni l’involuzione della nostra umanità si fece di una violenza tale da lasciare poco spazio a un futuro e sembrò davvero che stesse calando su tutti la notte più scura di sempre. Questa oscurità avvolgente torna prepotente sui pannelli in mostra a Palazzo d’Accursio: neri e in serie, accolgono il visitatore in sala Manica Lunga al primo piano, monito della gravità di quanto ci si appresta a visitare .

La notte d’Europa è sempre complessa da raccontare: riuscire a trovare la giusta combinazione di dati, esperienze, immagini, reportage che rendano fruibile e memorabile la narrazione senza peccare di superficialità o negligenza è un arduo compito, nel quale però la squadra di allestitori e curatori non ha fallito. I disegni di Emanuele Giacopetti (foto 3 e 4) regalano alla visita un tono giovane e umano ma non per questo inconsapevole, anzi. Le due ideatrici, Roberta Franchi ed Enrica Tugnoli, con il supporto di tutto il team, hanno lavorato con la dovuta sinergia e si vede: il filrouge è sensibile e persistente, ci si trova aggrovigliati, perdersi è impossibile, attratto dal pannello successivo. La scelta del rosso nel realizzare titoli e scritte di sorta è vincente: il colpo d’occhio è intenso e molto allusivo, come se il sangue degli innocenti tornasse a scorrere in quella sala, a contrasto col nero profondo sullo sfondo.

Le foto sono forse l’elemento che più colpisce l’occhio: sbiadite e insieme ferocemente vivide, rappresentano alcune  delle  prove  più schiaccianti  dell’efficacia della macchina da deportazione nazifascista. Lo sguardo vorrebbe distogliersi ma è necessario continuare ad osservare, un atto quasi dovuto a quelle figure svuotate di ogni dignità, quegli stücke(“pezzi”), che fissano dalle installazioni.

Da quelle che raffigurano le realtà dei campi di concentramento propriamente detti si passa a diversi volti con tanto di scheda biografica, volti che raccontano storie tutte tragicamente simili ma al contempo profondamente diverse e originali. Impossibile non fermarsi davanti alla cartolina che i familiari di Anna Viola Dalla Volta, deportata prima a Fossoli e poi ad Auschwitz a 13 anni, riescono a scrivere mentre viaggiano verso il nord Europa: è piena di parole di speranza, impresse sulla carta quasi come augurio.

Nessuno di loro ha mai fatto ritorno. Oltre ai loro si leggono migliaia di nomi all’entrata su un quaderno che riproduce i registri coi quali si contabilizzavano le deportazioni, aumentate esponenzialmente dopo l’8 settembre 1943 con l’armistizio di Cassibile.

L’incontro. Momento pregnante che dà il climax dell’esperienza è l’incontro con il signor Eligio Roveri: il suo racconto si dipana davanti a un pannello che racconta le vicende di due coniugi e rispettive famiglie sul quale spicca l’espressione  segnata e resiliente  di una donna, Teresa Benini in Baroncini, imolese di nascita e deportata a Ravensbrück,celebre campo di concentramento femminile.

Le poche righe che ripercorrono le fasi della sua deportazione e del suo incontro a Fossoli col futuro marito risuonano amplificate e approfondite nel suo resoconto preciso e accorato. Nipote della signora Benini, è lì per “dare una mano nella comprensione dell’esposizione”: la paradossale carica vitale che quei racconti portano con sé si uniscono ai toni di chi queste vicende le ha studiate e narrate a lungo, oltre ad averle vissute nella propria esperienza familiare.

Uno spunto per il domani. Mentre si passa tra alcune delle riproduzioni delle pagine dei giornali dell’epoca che raccontano le prime deportazioni, le voci di alcune studentesse di una scolaresca in visita per il Giorno della Memoria si intrecciano tra loro bisbigliando: si chiedono dove fossero Auschwitz, Mauthausen e altri luoghi tristemente famosi. O almeno famosi fino ad ora: queste domande sussurrate fanno riflettere e capire quanto ci sia bisogno, ora più che mai, di luoghi come questo, luoghi in cui poter trovare storie come quelle della famiglia Benini-Baroncini, luoghi che non permettano mai alla polvere della dimenticanza di posarsi su questi capitoli della nostra storia.

 

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