Al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia Roberto Saviano ha deciso di mettersi completamente a nudo davanti al suo pubblico raccontando come venti anni dopo l’uscita del suo libro “Gomorra” la sua vita sia cambiata
(Perugia) A chiudere il Festival Internazionale del Giornalismo è stato Roberto Saviano. Sabato 18 aprile sul suggestivo palco di San Francesco al Prato è salito l’autore simbolo della lotta alla criminalità organizzata con la cofondatrice del Festival Arianna Ciccone, nonché sua amica, per raccontare al pubblico “Gomorra, 20 anni dopo”. Quello che ha colpito di più il pubblico non è stata tanto la storia della lotta alla mafia di cui tutti, chi più chi meno, sono a conoscenza ma del lato più difficile per Saviano in primis, ovvero quello che riguarda le conseguenze delle sue scelte sulle persone che più ama.
Senza dubbio l’uscita del suo libro ha cambiato in modo irreversibile la sua vita trasformandolo in un attivista nella denuncia delle mafie e segnando il suo destino per sempre. In apertura dell’incontro è stato proiettato un video di un giovane Saviano sedicenne che ha fatto sorridere tutti, “quel ragazzo non sapeva ancora cosa lo aspettasse” ha detto l’autore guardando a sé stesso con tenerezza, non con nostalgia ma con la consapevolezza di qualcuno che sa che di lì a poco la sua vita avrebbe irrimediabilmente preso una piega completamente diversa.
Alla domanda della Ciccone: “Cos’è che ti hanno tolto?” Saviano fa una riflessione tutt’altro che assolutoria: dichiara di essere stato lui a volere tutto ciò che è accaduto. “Potevo sottrarmi in ogni momento, gran parte di questo è responsabilità mia”. A detta sua “vivere questa battaglia” non gli è semplicemente capitato, è stata una vera e propria scelta. Certo che vivere sotto scorta, lasciare tutto ciò che è “casa” non è semplice, ma il prezzo più alto probabilmente non riguarda lui in prima persona.
Infatti il passaggio più toccante del suo racconto è stato forse proprio questo: l’isolamento, la solitudine, ma non la sua, quella della sua famiglia. La stessa famiglia che da un momento all’altro ha dovuto lasciare la città in cui viveva per andare in un luogo a loro sconosciuto: “Io ho fatto pagare alla mia famiglia un prezzo altissimo” ha dichiarato.
Il ricordo del funerale della zia Silvana al quale “non è venuto nessuno” diventa il simbolo più crudo di una vita scelta ma profondamente sofferta. Saviano racconta anche un episodio legato alla zia affetta da demenza: un giorno in cui andò a trovarla lei ebbe un unico momento di lucidità, ovvero “aprire il cancello”. Questo perché, racconta, “quando arrivavo fuori casa mia zia apriva con urgenza il cancello in contatto con il mio capo scorta, perché io ricevevo continuamente minacce di morte e mi era vietato sostare fuori casa”. Quel gesto per lei era un modo per proteggerlo: “Vi racconto questo per far capire quanto ti distruggono dentro queste cose”.
Per questa ragione il giornalista dice che non riuscirà mai a perdonarsi: ha trascinato altre persone in una vita che non hanno scelto, ma che in qualche modo è stata imposta loro dalle sue decisioni. Nonostante questo rammarico c’è qualcosa che di certo nessuno è riuscito a togliergli, ma anzi con il tempo si è rafforzata: l’estrema convinzione che la verità esiste e va perseguita in modo che nessuno possa avere il potere di frenarla. Forse è proprio questo il cuore pulsante di tutto il racconto di Saviano nella sua parte più intima e personale: non il coraggio, non l’autocelebrazione, ma la fede ostinata nella ricerca della verità nonostante tutto: “Ho la certezza profonda dentro di me che nonostante tutto la verità esiste e una volta condivisa nessuno la può fermare”.







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