Perché il doppio standard danneggia l’Occidente

Il doppio standard dell’Occidente: come le incoerenze nelle relazioni internazionali minano la credibilità delle democrazie

di Matteo Meloni, giornalista specializzato in ambito geopolitico

Il 13 ottobre 2022, Josep Borrell, Alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri, intervenendo al Collegio d’Europa di Bruges, descrisse il Vecchio Continente come un “giardino”, un modello unico di libertà politica, prosperità economica e coesione sociale. Tuttavia, nella sua metafora, il resto del mondo era rappresentato come una “giungla”, uno spazio caotico e meno evoluto, che minacciava l’ordine e la bellezza del “giardino” europeo. Pur con intenti apparentemente costruttivi, le sue parole tradirono una visione gerarchica del mondo, suscitando forti critiche per il sottotesto di superiorità implicito nella sua narrazione. Questa visione, che colloca l’Europa e i suoi valori al di sopra degli altri contesti culturali e politici, riflette un atteggiamento che continua a permeare molte dinamiche delle relazioni internazionali.

Un esempio emblematico di questa contraddizione è la risposta alla recente decisione della Corte Penale Internazionale (CPI) di emettere un mandato d’arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e il ministro della Difesa Yoav Gallant. Per la prima volta, un leader di un Paese occidentale viene accusato di crimini di guerra, segnando un momento di svolta nella giustizia internazionale. Le reazioni — principalmente negli Usa, in Europa e tra gli alleati — di specifiche potenze mondiali a questa decisione mettono in luce un profondo doppio standard, una posizione che contrasta profondamente rispetto al recente passato.

Quando la CPI emise un mandato di cattura internazionale contro Vladimir Putin per crimini di guerra in Ucraina, l’Occidente unito plaudì la scelta, celebrandola come trionfo delle norme di legge. In quel caso, la narrazione si concentrò sull’importanza di far valere i principi del diritto internazionale. Nel caso di Netanyahu, invece, il tono è radicalmente cambiato. Le stesse nazioni che sostennero con forza la CPI — persino gli Usa, che non hanno sottoscritto lo Statuto di Roma — hanno ora sollevato dubbi sulla sua competenza e sull’opportunità della decisione, mostrando una chiara volontà di proteggere uno dei principali alleati strategici.

Questo approccio selettivo — eloquente il caso francese — tradisce un uso strumentale della giustizia internazionale, che viene invocata o ignorata a seconda delle convenienze geopolitiche. L’atteggiamento evidenziato in questi casi non è isolato, ma parte di un modello più ampio. Lo stesso che emerge nelle parole di Borrell: un’idea di superiorità morale e politica che le cosiddette democrazie si attribuiscono, ma che non trova riscontro nella pratica. Dichiarare di voler promuovere valori universali come la giustizia e il rispetto dei diritti umani è poco credibile quando questi principi vengono subordinati a interessi di potere.

Il doppio standard non solo danneggia l’immagine dell’Occidente, ma alimenta il risentimento di molti Paesi del Sud globale, e non solo. Come possono nazioni che subiscono regolarmente giudizi e interventi esterni, specie nel continente africano, rispettare le regole di un sistema che si dimostra incoerente e fazioso? Il rischio è di allontanare ulteriormente quelle realtà, rafforzando la percezione di un ordine internazionale dominato da logiche di dominio piuttosto che di cooperazione. Come ricordano le basi del sistema internazionale, nate con la Pace di Vestfalia, la parità di riconoscimento sovrano è il fondamento per relazioni equilibrate tra Stati.

Oggi, in un mondo sempre più multipolare, è essenziale che l’Occidente, per la salvaguardia dei valori che hanno portato alla nascita delle democrazie, superi la logica delle alleanze strategiche, valorizzando il rispetto della giustizia e degli organi competenti. Per mantenere la propria credibilità e preservare la possibilità di dialogo con il resto del mondo, in un quadro bellico sempre più inquietante, l’Europa in primis deve dimostrare coerenza tra i valori proclamati e le azioni intraprese. Se il giardino, come definito da Borrell, vuole davvero essere un modello per il resto del mondo, deve essere aperto e coerente, non circondato da muri o delimitato da regole che valgono solo per alcuni. Solo così sarà possibile costruire un ordine internazionale fondato sul rispetto reciproco e sulla giustizia.

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