Di Camuso Pasquale.
Prima di tutto, questo articolo non è un’invettiva contro le energie rinnovabili, che sono una fonte utile e che in futuro dovremo imparare a sfruttare per il bene del Paese. Le rinnovabili infatti hanno il pregio, e vedremo più avanti che questo è il centro della discussione, di essere disponibili per tutti a costo zero, e apparentemente senza dipendenze da altri, soprattutto a differenza di quel che riguarda l’approvvigionamento dei carburanti per le centrali di altro tipo. Gratis (quasi) e indipendente è un fattore positivo facile da comprendere.
Il problema sta in realtà non nell’evento in sé, piuttosto in una serie di questioni ad esso legate, anche se un blackout in tutto lo Stato non è una cosa da prendere alla leggera: ci sono una quantità di strutture che dipendono dall’erogazione COSTANTE dell’energia e che non possono essere spenti, alcuni esempi sono gli ospedali, le server farms, la produzione di metallo pesante, i sistemi di refrigerazione, i laboratori di ricerca e, non ultimo, la stessa produzione di energia elettrica.
Eh sì, perché per produrre energia elettrica, e continuare a produrla, è necessario alimentare i sistemi che producono e distrubuiscono l’energia stessa. E qui iniziamo a comprendere, magari con poche ma necessarie competenze, cosa può davvero essere successo ieri.
Diciamolo subito: il governo spagnolo ha diretto molto della sua propaganda elettorale sul fatto che la Spagna sarebbe divenuta energeticamente neutra dal punto di vista ecologico, e indipendente, in particolare verso la produzione con sistemi non rinnovabili, un nodo che come abbiamo visto dalla guerra in Ucraina, è particolarmente sentito. Il partito socialista infatti afferma di voler chiudere il programma nucleare fin da prima del 2000.
Il fatto che adesso il Presidente spagnolo, a tempo record, abbia proposto particolari spiegazioni secondo cui l’incidente si è verificato a causa di variazioni climatiche e addebitare ulteriori problematiche al fatto che le centrali nucleari attive hanno assorbito potenza per rimanere attive durante il blackout, è facilmente collegabile, quindi, al loro programma politico e ad un probabile, poco riuscito tentativo di cercare un capro espiatorio per quanto accaduto.
Intanto, va fatto presente che sì, teoricamente la produzione, e soprattutto la distribuzione, dell’energia elettrica, variano al variare delle temperature o di altri eventi atmosferici: i calcoli per gestirli sono immensi e molto più complessi di quanto si possa credere, e infatti si opera con regimi di tolleranza anche piuttosto ampi, comunque la rete di produzione e distribuzione europea è generalmente progettata per non avere problemi con temperature che variano da -20 a 60°…preoccuparsi di temperature più alte servirebbe a poco, saremmo tutti morti, e a temperature inferiori, gli impianti vanno gestiti in maniera diversa, ad esempio interrando la distribuzione.
A questo aggiungo subito che sì, le centrali nucleari hanno necessità di progetto che prevedano il loro funzionamento in maniera semi-indipendente dalla rete e continua, ma è pur vero che una centrale nucleare anche in produzione minima, produce più energia di quanta non ne consumi per il suo funzionamento (a parte rari casi…), questo accade per un motivo ovvio: vorreste che i sistemi per il controllo e la gestione di una centrale nucleare, fossero collegati ad una rete che può, anche solo teoricamente, rimanere al buio totale? Ecco perché molte centrali nucleari hanno addirittura al loro interno piccole centrali diesel ridondanti.
Cio’ che è interessante è l’orario in cui è avvenuto il blackout: 12.30, in teoria uno dei momenti di maggior produzione di energie rinnovabili fra solare ed eolico. Il ripristino della rete è avvenuto in maniera graduale ed è durato a lungo: ci sono volute più di 10 ore prima di aver riavviato completamente la rete, più si sono resi necessari gli interventi da parte della rete francese e marocchina. Riavviare la rete a livello nazionale non è semplice, ma il timing con cui tutto è accaduto, ci rivela dettagli interessanti.
Questi elementi fanno pensare ad un problema di bilanciamento del carico di rete, ossia che la produzione e il consumo di energia si sono sbilanciate così tanto da superare i livelli di tolleranza e generare un blackout a cascata, che non è stato possibile risolvere in seguito semplicemente riavviando la rete.
Il bilanciamento della rete è necessario in quanto in ogni momento la quantità di energia prodotta può essere diversa rispetto a quella richiesta.
Se è inferiore, va colmata con una produzione maggiore, generalmente questo avviene facendo lavorare di più le centrali a combustione, o acquistata da un altro Paese, se è superiore invece, viene trasferita all’estero sulle reti dei paesi confinanti, in entrambi i casi sotto accordi presi precedentemente e che, in ogni caso, hanno un costo: anche la “vendita” all’estero di un surplus di produzione, può avere un costo per il paese che produce infatti, come hanno imparato bene i cittadini tedeschi, che si sono visti aumentare le bollette in maniera spaventosa, quando la loro produzione è arrivata a picchi del 105% rispetto al necessario.
In questo periodo, una delle più importanti discussioni e ricerche attorno alle rinnovabili ruota non a caso, attorno allo stoccaggio dell’energia: poiché le rinnovabili hanno un ciclo di produzione variabile, con orari in cui la produzione cala quasi a zero ed altri in cui si ha un picco, si rende necessario poter immagazzinare l’energia prodotta proprio per utilizzarla quando la produzione cala. Accumulatori cinetici e batterie però generano il problema della loro attivazione secondo necessità, cosa che, a differenza delle centrali a combustibile, non è possibile effettuare tempestivamente semplicemente regolando la produzione, o nel caso delle batterie, non è di facile realizzazione per le reali necessità, finendo col costare sia in termini economici, sia ecologici, più di quanto non risolvano.
La produzione di energia spagnola è al momento affidata per il 60% alle rinnovabili, 20% al nucleare e il restante da altre fonti. Attenzione però, uno dei principali non detti, riguardo la produzione recente, riguarda proprio la produzione, ed è in realtà, il rapporto che sussiste fra la produzione e il consumo reali del Paese. In questo modo sapremmo quanto effettivamente viene prodotto, e quanto acquistato all’estero.
Un paragone diretto con la Germania, ad esempio, dimostra come nei momenti di picco di produzione, il paese abbia prodotto molto di più del necessario: questo è dovuto a vari fattori quali l’impossibilità di disattivare la produzione dalle centrali di altro tipo, quando le rinnovabili producono di più, ovviamente come abbiamo detto, sia per motivi di sicurezza, sia causa l’impossibilità reale di prevedere il carico generato dalle rinnovabili. Lo Stato tedesco ha già affrontato infatti problematiche di blackout, che fortunatamente sono state soltanto fenomeni locali e risolte in tempi congrui.
Perché quello in Spagna è invece andato in questo modo?
Il motivo è che la fluttuazione sulla rete statale, ha dato vita appunto ad una cascata di blackout: la produzione sospesa di svariati impianti di rinnovabili, dovute probabilmente ad una generazione eccessiva (e non ridotta) di energia, ben sopra i limiti di accordi con gli stati vicini, ha compromesso all’istante tutti gli impianti, mentre la produzione residuale è stata avviata a quelle necessità che più serviva mantenere attive, come quelle di cui abbiamo già parlato.
Questo accade perché i sistemi interconnessi fra le reti spagnole e quelle dei paesi vicini, funzionano in maniera automatica e prevedono una serie di “blocchi” di rete nel caso in cui forti squilibri si verifichino al suo interno, sia di richiesta, sia di sovrapproduzione.
Così facendo però, è mancato il carico necessario a riavviare la produzione di energia dagli impianti rinnovabili, che non potevano essere riconnessi alla rete proprio in virtù del fatto che la produzione totale in quel momento, non era sufficiente a consentire la ripresa della produzione in tali impianti.
La Spagna allora ha attinto alla produzione francese, consentendo un riavvio graduale degli impianti spagnoli, compatibile con quanto dichiarato e cioè col ripristino della distribuzione per zone, fino a raggiungere il completo riavvio solo oltre 10 ore dopo l’inizio dell’incidente, comunque solo dopo che il periodo di picco di produzione si è esaurito, e facendo affidamento sulle reti degli stati vicini, come anche il Marocco, per ristabilizzare la produzione interna senza danneggiare la rete propria e quella dei confinanti.
Implicazioni geopolitiche che non devono essere ignorate
Il problema che si cela in tutto questo, è il fatto che da ormai più di un decennio, si parla di come la produzione di energia rinnovabile NON sia affiancata ad una buona progettazione, ma piuttosto sembra il risultato della comune creazione di problema cui segue la proposta di una facile soluzione, che in generale arricchisce le tasche, in un modo o nell’altro, di chi tanto la propone.
I risultati sono sotto gli occhi di tutti: le bollette lievitano, il problema dei blackout è così presente che le aziende non riescono neanche a trovare assicuratori che li proteggano da questi eventi, ed infine si presta politicamente il fianco a tutti quegli attori esterni che possono, tramite il posizionamento di narrative ben costruite, approfittare di questi incidenti per indebolire l’opinione pubblica già provata, e creare inimicizie, anche inesistenti, fra nazioni altrimenti vicine: in poche ore siamo passati dall’attacco informatico russo, a quello israeliano per ritorsione, al riversare la colpa sulla Francia ed infine ad una inchiesta interna sulle aziende produttrici, per quanto accaduto. Tutto questo, può essere tranquillamente addotto alla più classica delle infowar, ma anche nel caso in cui tali narrative non siano dirette da centri di potere esteri, va certamente evitato il loro nascere, tramite una comunicazione seria, puntuale e precisa.












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