Dopo due anni alla guida dell’Università per Stranieri di Perugia, il Direttore Generale, Giuliano De Stefani, si prepara a lasciare l’incarico per tornare a Roma. Un bilancio tra traguardi raggiunti, sfide aperte e il futuro dell’ateneo in un panorama accademico sempre più complesso. Oggi, mentre conclude il suo incarico, ripercorriamo con lui i momenti salienti del suo percorso e le prospettive future dell’università e del sistema formativo italiano.
Direttore, qual è il bilancio di questi due anni alla guida dell’Unistrapg? Che realtà ha trovato e che eredità lascia? «Il mio è un bilancio di “mezzo periodo”, per usare un termine aziendale, perché il mio incarico era previsto per quattro anni. Tuttavia, motivi familiari mi portano a rientrare a Roma esattamente allo scadere del secondo anno. Ho trovato una realtà che conoscevo solo superficialmente, una comunità accademica con le sue differenze interne, ma fondamentalmente sana. Negli ultimi anni l’ateneo ha vissuto momenti difficili, alcune ferite sono ancora visibili, ma sta rimarginandosi come un organismo forte in via di guarigione. In questo processo credo di aver contribuito, nel mio piccolo, come un catalizzatore di cambiamento. Molti progetti sono stati avviati, alcuni portati a termine, altri ancora in corso. Il mio più grande ringraziamento va alla comunità accademica: docenti, personale tecnico e amministrativo, e soprattutto al Rettore, che ha riposto fiducia in me e con il quale ho sempre avuto un rapporto di rispetto e stima reciproca. Un direttore generale non può chiedere di meglio».
Un rapporto intenso anche con gli studenti? «Assolutamente. È uno dei punti di forza di questo ateneo: il rapporto diretto con gli studenti. In un’università più grande il DG è spesso una figura distante, ma qui ho avuto il privilegio di incontrare, ascoltare e comprendere i bisogni degli studenti. Seguirne i percorsi, percepirne entusiasmi e insoddisfazioni, lavorare per migliorare la loro esperienza è stata una delle soddisfazioni più grandi. L’Unistrapg è un’università in cui gli studenti sono al centro, e questo è un valore che pochi altri atenei possono vantare. Qui il rapporto con docenti, amministrazione e personale è quasi familiare, e questo è un capitale umano che andrebbe sempre valorizzato»
C’è un rimpianto che si porta via da Perugia? «Sì, ed è quello di lasciare un lavoro a metà. Andarmene prima del previsto lascia un po’ di amarezza, perché avrei voluto completare il percorso intrapreso. Ma so che l’Università è solida e saprà portare avanti le iniziative avviate, anche perché la lascio in ottime mani, quelle del nuovo direttore generale che è un manager di grande esperienza e professionalità. A livello personale, invece, mi porto via un’esperienza di crescita incredibile. Sono una persona diversa, più ricca professionalmente e umanamente rispetto a quando sono arrivato due anni fa».
Guardando al futuro, quale sarà il destino dell’Ateneo in un panorama accademico sempre più competitivo? «L’Unistrapg ha davanti a sé un futuro promettente, e non è un’affermazione di circostanza. Tutte le università italiane nei prossimi anni dovranno affrontare una duplice crisi: finanziaria e demografica. L’ateneo non sarà esente da queste sfide, ma ha un vantaggio competitivo. E’ la porta dell’Italia sul mondo. Il nostro prestigio internazionale nell’insegnamento della lingua italiana è riconosciuto in Africa, Asia, America. Se saprà giocare bene le sue carte, l’Unistrapg non solo reggerà l’urto della crisi, ma potrà emergere ancora più forte, più internazionale e più competitiva di altre realtà accademiche».











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