La Grazia di Sorrentino tra verità, dubbio e il peso del “cemento armato”

Uscito a gennaio nelle sale, Paolo Sorrentino firma uno dei suoi film più politici e al tempo stesso più intimamente esistenziali

(Napoli). “Di chi sono i nostri giorni?” È questa la domanda che percorre l’intero film. Il regista partenopeo torna al cinema con “La grazia “, opera scelta come apertura della 82ma edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che si inserisce pienamente nel suo percorso autoriale: il film esplora il rapporto tra potere, coscienza e tempo, attraverso la figura enigmatica del suo protagonista, soprannominato significativamente “cemento armato”.

Una trama fatta di attese e decisioni

Il racconto ruota attorno a Mariano De Santis, Presidente della Repubblica alla fine del suo mandato: figura pubblica, riferimento per una comunità che lo percepisce impermeabile alle emozioni. “Cemento armato” non è solo un’etichetta ironica, ma una vera e propria definizione identitaria. Eppure, come spesso accade nel cinema di Sorrentino, la superficie compatta può nascondere una crepa. Il film è un viaggio interiore del protagonista che si trova costretto a confrontarsi con le scelte da prendere e con la distanza tra l’immagine pubblica e la verità privata. Due i temi principali della vicenda: la possibile concessione di una grazia presidenziale a due detenuti e la presa di posizione su un tema eticamente divisivo come il fine vita. Più che l’esito delle scelte, a interessare è il processo interiore che conduce ad esse: il conflitto interiore, il peso della responsabilità di chi si trova costretto a decidere per gli altri.

I volti della grazia

A incarnare Mariano De Santis è Toni Servillo. Il suo Presidente parla poco, ma osserva molto. È un’interpretazione fatta di posture, sguardi e pause, che restituisce al potere una dimensione fortemente umana. Accanto a lui, Anna Ferzetti veste i panni di Dorotea, la figlia: spalla destra di Mariano, sostegno silenzioso ma fondamentale, capace di portare nella narrazione uno sguardo più giovane e meno dogmatico sul mondo. Altra figura femminile al fianco di Servillo è Milvia Marigliano nel ruolo di Coco Valori, quasi una reincarnazione del concetto di “leggerezza”: amica fidata del Presidente e legata da un profondo affetto alla defunta moglie Aurora, presenza viva e costante nei ricordi più intimi del marito. Il resto del cast contribuisce a delineare un universo istituzionale credibile, fatto di funzionari, consiglieri e figure secondarie che diventano tutti tasselli di un sistema molto complesso.

Quando la giustizia incontra l’umanità

Il titolo del film racchiude il suo nucleo tematico. La grazia non è solo un atto giuridico né un concetto esclusivamente religioso: è la possibilità di sospensione di giudizio, uno spazio di umanità in un sistema di regole molto rigido. Sorrentino utilizza questa idea per riflettere su una società che chiede risposte nette a problematiche che, per loro natura, non lo sono. Il caso dei due detenuti introduce il tema della possibilità di redenzione. Concedere la grazia significa riconoscere il limite della giustizia umana, mentre accettarla vuol dire ammettere le proprie fragilità. Guardando il film si ha la percezione che la vera domanda non sia soltanto se i detenuti meritino o meno la clemenza, ma se l’uomo che deve concederla sia capace di mettere in discussione la sua rigidità e le sue convinzioni più profonde.  Il regista, inoltre, affronta il tema dell’eutanasia. Non offre risposte e non si schiera apertamente. Ci mostra il conflitto tra diritto alla vita e diritto alla scelta. Mette in evidenza come spesso lo Stato debba decidere su questioni che riguardano la parte più privata della vita di una persona. Ma chi ha davvero il potere di stabilire quando una vita è “degna” di essere vissuta? 

Lo stato del dubbio

Il protagonista è alla costante ricerca di verità, questo perché ancor prima di essere il Presidente della Repubblica, egli è un giudice e come viene sottolineato dalla figlia all’interno della pellicola: “Un giudice rimane giudice per tutta la vita”. De Santis vorrebbe fare la cosa giusta, ma è proprio questa la domanda: qual è la scelta giusta? Ma poi, giusta per chi?

È qui che emerge uno dei temi più profondi: lo stato del dubbio. Sorrentino non celebra l’uomo delle certezze, ma un uomo che vacilla. Il dubbio diventa condizione necessaria per compiere un atto umano ma anche di coraggio. Il “cemento armato” scopre che la vera forza non sta nell’impermeabilità, ma nella capacità di lasciarsi attraversare dalle domande, dal dubbio. Perché alla fine – Di chi sono i nostri giorni? Nessuno lo sa.

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