L’arte moderna tra le sale del museo civico di Santa Caterina
(Treviso) Impressionismo, post-impressionismo, astrattismo, surrealismo: gli spazi del museo civico di Santa Caterina a Treviso ospiteranno fino al 10 maggio 2026 sessantuno tele di alcuni tra i maggiori pittori europei e americani che vissero tra Ottocento e Novecento.
Per la prima volta le opere del Toledo Museum of Art (Ohio) vengono esposte in Europa, con la mostra “Da Picasso a Van Gogh”, curata da Marco Goldin e promossa dal Comune di Treviso con Linea d’Ombra.
L’esposizione propone un percorso a ritroso che, individuando i punti di contatto tra gli artisti del continente americano e di quello europeo, indaga sulle origini dell’astrattismo, facendo immergere i visitatori tra paesaggi, nature morte e ritratti.
Le otto sale accolgono opere di Mondrian, Picasso, Matisse, Modigliani, Klee, Cézanne, Gauguin e altri tra i più importanti nomi dell’arte moderna.
Marco Goldin decide di aprire la mostra con uno dei maggiori esponenti dell’astrattismo americano: Richard Diebenkorn.

La tela “Numero 32” della serie “Ocean Park”, quadro con cui inizia il percorso, è una veduta del Pacifico in California. Le ampie campiture, il giallo, il blu e l’azzurro che si accostano vogliono dare vita all’interiorità dell’artista.
Il continuo dialogo tra impressionismo, astrattismo e surrealismo che caratterizza la mostra, fa accostare Richard Diebenkorn a Vincent Van Gogh che, con “Campi di grano con falciatore, Auvers” (1890), chiude l’esposizione a Santa Caterina.
La tela – una delle ultime prima della morte del pittore – è carica di emozione: il giallo del grano e l’azzurro del cielo estivo sembrano abbracciare il falciatore solitario che sta ultimando il suo lavoro.
(Richard Diebenkorn, Ocean Park n. 32, 1970, olio su tela, cm 236.2 x 205.7, Toledo Museum of Art, dono di David K. and Georgia E. Welles, inv. 2025.9 © Richard Diebenkorn, by SIAE)
Dedicato interamente a Van Gogh, oltre l’ultima parete della mostra, è anche un film della durata di trenta minuti intitolato “Gli ultimi giorni di Van Gogh”, tratto dall’omonimo libro scritto dal curatore della mostra Marco Goldin, proiettato in un’apposita sala del museo.
Il viaggio proposto dalla mostra si conclude dunque con una riflessione sul ruolo dell’arte come espressione di sé. Il filo conduttore che lega questi grandi nomi non è altro che l’importanza dell’interiorità dell’artista.

(Vincent Van Gogh, Campi di grano con falciatore, Auvers, 1890, olio su tela, cm 73,6 x 93 Toledo Museum of Art, acquistato con fondi del Libbey Endowment, dono di Edward Drummond Libbey, inv. 1935.4)
Dagli impressionisti, infatti, gli astrattisti presero il concetto di raffigurare il proprio mondo interiore. Goldin sceglie una frase di Edward Hopper, di cui possiamo ammirare “Figure a teatro” (1927) nel percorso della mostra, per raccontarci questo: “La grande arte è espressione esteriore della vita interiore dell’artista […]. La vita interiore dell’essere umano è uno spazio vasto e sconfinato”.












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