Locandina evento "Me la Sono Andata a Cercare"

“Perché non sei rimasta a casa a fare la calza?” – la critica di Enzo Biagi

(Perugia) Il 2 aprile 2026 Giuliana Sgrena ha presentato il suo ultimo libro Me la Sono Andata a Cercare”, edito da Laterza – presso il Teatro della Sapienza di Perugia, in un incontro moderato dal dott. Dario Famà, allievo della Scuola di Giornalismo RAI. Giuliana Sgrena, classe 1948, è un’inviata di guerra per “Il Manifesto” dal 1988 e ha seguito i conflitti in Iraq, Afghanistan, Somalia e Algeria. Nel 2005 fu rapita in Iraq e salvata dall’intervento dell’agente del SISMI Nicola Calipari, che si immolò per salvarle la vita. Durante l’incontro ha parlato della sua visione della cronaca di guerra e della sua esperienza sul campo, con un’attenzione particolare per la posizione delle donne negli scenari di conflitto.

Famà introduce l’intervista citando l’incipit del libro: “Te la sei andata a cercare! Sì, me la sono andata a cercare. Sappiamo come funziona: se una giornalista torna in una bara da un paese di guerra, sicuramente sarà stata uccisa perché ha fatto uno scoop, se invece dopo essere stata rapita torna a casa viva, beh, allora se l’era andata a cercare. Questo non succede per i giornalisti maschi. La differenza? Semplice: il giornalismo in luoghi difficili è ancora considerato, anche da apprezzati colleghi, un mestiere per uomini”. “Pensa che il giornalismo di guerra sia ancora un giornalismo solo per uomini?– chiede Famà”.

Giuliana Sgrena e Dario Famà

Una donna che racconta la guerra la rende più accettabile

Sì, purtroppo penso che il giornalismo di guerra – e non solo quello di guerra, spesso anche il giornalismo in altri settori, la politica – sia ancora prevalentemente di uomini, di maschi – risponde la Sgrena. Anche perché vediamo che nel mondo dell’informazione, del giornalismo, le donne ormai sono tantissime, ma quando si va al livello di capiredattori e di direttori, le donne scompaiono. È particolarmente nei luoghi di guerra, però, che le donne – le giornaliste – ce ne sono poche. Per quanto riguarda le mie esperienze, in genere erano le televisioni che mandavano donne. Però le donne erano quelle in collegamento. Dietro, chi faceva tutte le riprese era sempre un operatore maschio. Ci siamo anche chieste perché invece in video mandavano le donne e non abbiamo trovato una giustificazione, se non il fatto che forse una donna che racconta la guerra alla fine la rende un po’ più accettabile, un po’ più umana. Però è un orrore se pensiamo che sia così.”

Le critiche per la morte di Calipari e la risposta a Enzo Biagi

Gli scenari di guerra i maschi, che sono più interessati agli armamenti, li possono raccontare anche se non li vedono. Per le donne forse questo è più complicato, perché vedono la guerra più nella quotidianità piuttosto che nei campi di battaglia – continua l’inviata de “Il Manifesto”. E penso che però sia molto importante anche rappresentare come la gente vive e sopravvive. Io prima di andare a fare questo mestiere mi chiedevo come può la gente vivere sotto le bombe? Però ho capito che poi si reagisce a tutto. Ognuno di noi trova un po’ il modo di sopravvivere anche nelle situazioni più tremende. Io ho scritto questo libro perché per vent’anni mi sono sentita ripetere che “me l’ero andata a cercare”, oltre che ero la causa della morte di Nicola Calipari. Per vent’anni io ho detto che facevo solo il mio mestiere, che era quello di andare a cercare informazioni e verificarle prima di scriverle. Io non ho mai scritto niente se prima non l’avevo visto e verificato. Enzo Biagi mi ha detto che “se io stavo a casa a fare la calza, non mi sarebbe successo niente”. Sicuramente non mi sarebbe successo niente, sicuramente non mi avrebbero rapito in casa mia. Però io avevo scelto di fare un altro mestiere, che era quello di giornalista”.

Platea presentazione "Me la Sono Andata a Cercare"

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