Il pictor optimus lascia affetti, memorie, rimpianto
(Inviato Cittadino)
(Perugia) Un artista e una persona di straordinaria caratura. Un punto di riferimento per quanti erano e sono legati alla storia della Vetusta. La città che Franco amava sopra ogni cosa e dalla quale scelse di non allontanarsi, resistendo alle sirene che lo chiamavano altrove. Un città che ha raccontato con appassionato coinvolgimento in tanti suoi libri. L’ultimo dei quali, postumo, è intitolato “Il mio più grande maestro”, riferito al negozio di suo padre Domenico, all’interno del quale ebbe incontri fondamentali per la sua formazione.
Eternamente giovane, anche a novant’anni suonati. La sua esortazione, rivolta proprio ai giovani, recitava: “Ricordatevi di guardare il cielo!”. Per dire “Solleviamoci dalle meschinità del luoghi comuni, del pensiero corrente, per costruire un mondo più giusto, ispirato agli ideali da perseguire attivamente, non al mito del successo e del denaro ad ogni costo”.
Nella serata del suo decesso, inatteso e insopportabile, poco dopo le 23:00, ho ricevuto la ferale notizia dalla figlia Barbara. Con tre scarne parole (“è morto papà”) che, nel momento in cui dànno il senso di un’immane tragedia, esprimono un dolore indicibile.
Perché Franco, anche nell’uscita di scena, ha voluto sorprenderci, ma non spaventarci. Se n’è andato lasciando eredità di memorie incancellabili. Si direbbe “senza fare tragedie”, lui che della morte parlava a ruota libera, ma senza terrore. Avendo addirittura preparato l’abito con cui voleva essere vestito per l’ultimo viaggio.
Lo rimpiangono in tanti, perugini e non, soci del Circolo Bonazzi e non, intellettuali e artisti, gente comune che, per averci parlato anche una sola volta, lo ricorderà per sempre. L’arte, la letteratura, le amicizie, le complicità sempre oneste hanno punteggiato la sua avventura esistenziale. Non dimentico le telefonate chilometriche in cui non si tracciavano bilanci, ma si delineavano progetti. Sempre. Fino all’ultimo, Franco ha saputo guardare oltre. Cercare e ricercare le ragioni dell’esistere con inesausta curiosità.
E i suoi lavori storico-letterari vivono. Sono vivi e presenti i lavori fatti con Franco Venanti a quattro mani: “Perugia, Italia, Mondo. La storia irriverente di Franco Venanti”, “L’alfabeto”, di cui ho curato l’editing e la prefazione, e il postumo “Il mio più grande maestro”. Ma vecchio non era, Franchino. Aveva una mente straordinariamente giovanile e un corpo ancora fresco, malgrado gli anni e gli inevitabili acciacchi.

Dalla sua mente vulcanica sono sempre uscite idee originali e prodotti straordinari. E tante idee gliele hanno scippate. Qualche volta se ne rammaricava. Ricordava, ad esempio, il Corciano Festival, il salvataggio della Necropoli del Palazzone, o la marcia per a Pace Perugia-Assisi. Altri se ne sono vantati. Ma immeritatamente. Uno dei suoi allievi (fra uno stuolo di pittrici che ha aiutato a crescere) fu anche l’architetto Angelelli di cui volle la mostra, che presentammo insieme, alla Domus Pauperum della Mercanzia (foto in pagina).
Già, i libri. Da “Quando una rondine faceva primavera” ai volumi per decenni della storia personale che s’intreccia intimamente con quella della città. Franco conosceva la storia, l’ha vissuta, l’ha fatta. Quei libri, infarciti di aneddoti e libero pensiero, andrebbero proposti nelle scuole. Non per un nostalgico “come eravamo”, ma per farci capire “come/perché siamo quello che siamo”.
L’ultimo progetto era quello di esporre, in forma d’intervista, il suo pensiero. Facemmo già un bel libro “Dialogo fra un artista e uno scienziato” in cui si misero a ragionare, dialetticamente, Franco e Roberto Battiston. Fu una faticata, ma ne uscì un libro bellissimo.
Franco era religioso, a suo modo. Intelligenza laica, ma portatore di una ricerca inesausta sul fine/la fine della vita. Si aiutava con le letture, le riflessioni, anche iniziatiche. Come sperimentò la morte con un arresto cardiaco, anni fa. Mi disse, poi, sconsolato: “Non ho visto niente, forse non c’è nulla!”. Con disperazione. Perché una ragione e un fine, oltre la fine, devono pur esserci.
Peppe e Franco: tre anni prima, tre giorni prima (il 17 e il 20 luglio). Bene hanno fatto i figli Barbara e Luca ad acquistare la Galleria Artemisia di Peppe Fioroni, il cui decesso cade solo tre giorni e tre anni prima. Un magico ripetersi del numero 3, considerato uno dei numeri più magici e simbolici in molte tradizioni spirituali, religiose ed esoteriche, portatore di segni cabalistici e sacri. E sia Franco che Peppe erano iniziati. Come sacre sono e restano le loro due indimenticabili figure di artisti. Il finissage della mostra “Three for jazz” alla Galleria che i figli e la moglie Zaira Morettini hanno correttamente battezzato Entropia, sarà l’occasione per celebrarne il nome e la memoria.
Entropia, un concetto che attraversa fisica, filosofia, informatica e persino arte. In termini semplici, è una misura del disordine o della casualità in un sistema. Un bisogno di mettere ordine nel disordine. E Franco aveva una casa, uno studio, un mondo colmo di cose, di memorie, di sogni e speranze, di oggetti e progetti. Entropia, dunque. Una specie di freccia del tempo: il passaggio da ordine a disordine ci dice in che direzione scorre il tempo. E nessuno come Franco Venanti ha saputo interpretarla.
Ecco: direi che, oltre alla mia storica definizione di “pittore col Borsalino” (di cui Franco si inorgogliva, e qualche volta si adontava), propongo – d’ora in poi – di identificare il nostro Franco con l’eteronimo “il pittore dell’Entropia”. Credo proprio che farebbe piacere a Franco e a Roberto Battiston che ce lo spiegò, in termini divulgativi, dopo che Franco, questa misteriosa Entropia, l’aveva intuita e dipinta. Perché non mi stancherò di ripetere che l’artista è un profeta. E, se non profetizza, non spiazza, non educa, non prevede… non è artista completo.
Franco lo è stato. E lo sarà per sempre. Finché vita e memorie ci saranno in questa città ferrigna che spaura e dura di travertino. Ma dal cuore tenero perché “si gratte / trove l miele e l latte”. Come diceva il poeta Claudio Spinelli che di Franco Venanti fu amico e compagno di Banco alle Fabretti.













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